Giulio Saraceni
Il caso Monti resta uno dei passaggi più discussi della storia politica della Repubblica. Giorgio Napolitano nominò Mario Monti senatore a vita il 9 novembre 2011 e, pochi giorni dopo, il 13 novembre, gli conferì l’incarico di formare il Governo.
Al di là delle interpretazioni e delle ricostruzioni che ne sono state date, c’è un punto che non va dimenticato: il Governo Monti nacque senza passare da nuove elezioni politiche, ma attraverso un incarico conferito dal Presidente della Repubblica a una persona che era appena entrata in Parlamento come senatore a vita. Il Parlamento avrebbe poi dovuto esprimere la fiducia, come previsto dalla Costituzione.
E qui il confronto storico va fatto con attenzione. Il 28 ottobre 1922, nel pieno della crisi che seguì la Marcia su Roma, Benito Mussolini era già deputato: non era dunque un uomo estraneo al Parlamento quando il re gli conferì l’incarico di formare il Governo.
Per questo oggi occorre evitare paragoni storici semplicistici e, soprattutto, evitare che il dibattito politico degeneri in attacchi pretestuosi contro chi rappresenta una parte dell’elettorato, come sta accadendo nel caso di Roberto Vannacci. Il dissenso politico si combatte con le idee, con gli argomenti e soprattutto con il voto.
La democrazia non deve avere paura del popolo.
Se una forza politica cresce, se raccoglie consenso, se interpreta una parte della società, la risposta non può essere l’esclusione o la delegittimazione preventiva. La risposta deve essere una sola: lasciare che siano gli elettori, liberamente, a decidere.
Dare spazio alla volontà popolare non significa condividere ogni idea. Significa credere davvero nella democrazia.





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