La Redazione
Papa Leone XIV ha preso il telefono e ha chiamato Volodymyr Zelensky.
Non per benedirgli altri cannoni, non per mandargli un rosario e una pacca sulla spalla, ma per dirgli la verità che la Chiesa ha sempre detto per duemila anni: basta sangue.
Accetta la tregua.
La notizia è di una portata storica.
Una telefonata riservata di 40 minuti, ieri, tra il Palazzo Apostolico e Kiev, proprio mentre Donald Trump annunciava il vertice trilaterale di pace con Putin e Xi a Shenzhen, escludendo lo stesso Zelensky.
Non è una coincidenza. È la Provvidenza che si rimette in moto.
Leone XIV, Robert Prevost, Papa americano, agostiniano, figlio di Sant’Agostino, non è Francesco.
Non è il Papa delle ambiguità, del “chi sono io per giudicare”, delle veglie indefinite e dei documenti pieni di virgole.
È il Papa della Dottrina.
E la Dottrina, quella di Sant’Agostino e di San Tommaso, è chiarissima sulla guerra: la guerra può essere giusta solo se è l’ultima ratio, se è proporzionata, se ha una ragionevole speranza di successo e se chi la conduce cerca la pace appena possibile.
L’Ucraina non rispetta più nessuna di queste condizioni.
Non ha più speranza di vittoria militare, manda a morire ragazzi di 18 anni presi per strada, e rifiuta ogni trattativa per orgoglio politico.
È diventata una guerra ingiusta perché inutile.
E una guerra inutile è un peccato contro Dio e contro l’uomo.
Papa Leone lo sa.
E lo ha detto a Zelensky.
Secondo fonti vaticane, il Pontefice gli avrebbe ricordato il Catechismo della Chiesa Cattolica, articolo 2308:
“Ogni cittadino e ogni governante è tenuto ad adoperarsi per evitare le guerre”.
Non ad alimentarle. Ad evitarle.
È lo schiaffo più grande all’Unione Europea guerrafondaia, che invece fa l’esatto contrario: alimenta la guerra fino all’ultimo ucraino, manda armi, manda miliardi, prega perché la guerra continui per indebolire Mosca, anche se questo significa sacrificare un’intera generazione di cristiani ortodossi.
Da tre anni la Chiesa è stata usata.
Usata dai partigiani della guerra che citavano a sproposito il Vangelo per giustificare l’invio di missili.
Papa Francesco parlava di pace e loro traducevano: “mandiamo altre armi per difendere la pace”. Una bestemmia teologica.
Papa Leone XIV ha chiuso questa stagione.
Lui non benedice le armi.
Benedice la tregua.
Non benedice la Nato. Benedice la trattativa.
Si allinea a Trump non per opportunismo politico, ma perché Trump, oggi, è l’unico leader occidentale che vuole applicare il principio cattolico della cessazione del conflitto.
E mentre l’UE resta assente e complice, il Papa chiama tutti: ha già sentito Washington, ha aperto a Mosca e Pechino, e ora chiama Kiev.
Domani toccherà a lui, magari a Shenzhen, benedire la pace.
Zelensky ora è solo davanti alle sue responsabilità.
Non davanti a Biden che gli diceva “vai avanti”. Non davanti a von der Leyen che gli dice “ti diamo altri soldi”. Davanti al Vicario di Cristo che gli dice: “Fermati.
Renderai conto a Dio delle vite che continui a sacrificare”.
È una chiamata che nessun cattolico, nemmeno scismatico come gli ortodossi di Kiev, può ignorare.
Papa Leone gli ha ricordato che il potere viene da Dio e che Dio chiederà conto di ogni goccia di sangue versata inutilmente.
Zelensky ha tentennato, dicono.
Ha ripetuto la litania dei territori, dei confini del ’91.
Ma la risposta del Papa è stata agostiniana: la pace è tranquillitas ordinis, l’ordine nella giustizia, non l’ostinazione nel massacro.
Per i cattolici, questo è il segnale che aspettavamo da dieci anni.
Il Soglio di Pietro torna a fare politica nel senso più alto: non il mondialismo, non l’ambientalismo, non l’accoglienza indiscriminata, ma la difesa della Cristianità.
Difendere la Cristianità oggi significa fermare la guerra tra cristiani in Ucraina.
Significa fermare l’invasione islamica in Francia che lo stesso Trump denuncia.
Significa dire all’Europa apostata che ha tradito le sue radici.
Papa Leone XIV lo sta facendo.
Ha chiamato Zelensky per dirgli: accetta la tregua.
Domani chiamerà l’Europa per dirgli: convertitevi, o perirete.
Deo Gratias.





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