L'Italia Quotidiano

Perfida Albione scopre il grande complotto: Vannacci è un cavallo di Troia… ma senza cavallo

Giulio Saraceni

Londra ha finalmente risolto il mistero che teneva svegli analisti, diplomatici e strateghi della NATO: Roberto Vannacci sarebbe il famigerato “cavallo di Troia” di Mosca.

La rivelazione arriva da un ex addetto militare britannico, John Foreman, che conobbe Vannacci quando entrambi erano a Mosca. Secondo il racconto riportato dal Financial Times, il generale italiano non considerava la Russia una minaccia e riteneva che fosse preferibile averla come partner. Addirittura avrebbe auspicato una ripresa della cooperazione militare con Mosca.

Terribile.

A questo punto è lecito domandarsi: ma che razza di agente segreto sarebbe?

Invece di infiltrarsi nei vertici della NATO, Vannacci scrive libri, fa comizi, discute di benzina e dice pubblicamente quello che pensa. Altro che James Bond: qui siamo dalle parti di “Agente 007, licenza di dissentire”.

E il piano russo sarebbe ancora più sofisticato.

Mosca avrebbe mandato in Italia un generale italiano per convincere gli italiani che forse parlare con la Russia potrebbe essere meglio che minacciarsi a vicenda.

Un piano diabolico.

Quasi quanto sostenere che, per capire se una politica estera funziona, sarebbe utile guardare anche agli interessi dell’Italia.

Il problema, evidentemente, è che Vannacci non ha ricevuto il necessario permesso per avere un’opinione diversa da quella autorizzata.

Perché ormai il ragionamento sembra essere diventato questo:

Se critichi Mosca, sei filo-occidentale.
Se critichi Bruxelles, sei filorusso.
Se chiedi perché la benzina costa tanto, probabilmente hai un contatto al Cremlino.

E se per caso proponi di parlare con tutti, anziché soltanto con gli amici degli amici, allora attenzione: potresti essere un “cavallo di Troia”.

Resta però una domanda.

Se Vannacci è davvero il cavallo di Troia russo, perché il cavallo è entrato da solo, ha lasciato le porte aperte, si è messo davanti alle telecamere e continua a dire a tutti dove vuole andare?

Forse la risposta è molto più semplice.

Forse Vannacci non è un agente russo.

Forse è semplicemente un politico che ha capito che, nell’Italia del 2026, basta pronunciare la parola “Russia” per trasformare una discussione di politica estera in un romanzo di spionaggio.

E qui arriva la parte più divertente.

A preoccuparsi del “cavallo di Troia” è proprio un britannico.

La Perfida Albione, insomma, torna in campo.

Dopo secoli di diplomazia, imperi, guerre e geopolitica, Londra ci manda l’ex addetto militare a spiegarci che il problema è quel generale italiano che, udite udite, non vuole litigare con Mosca.

Vannacci, almeno su una cosa, potrebbe avere trovato la formula perfetta:

non serve essere filorussi per voler parlare con i russi.

E soprattutto, per fortuna, non serve un nulla osta di sicurezza per chiedersi perché una politica estera dovrebbe necessariamente funzionare secondo il principio:

“Se non sei con noi, sei con Putin”.

Altrimenti il prossimo sospettato potrebbe essere chiunque.

Persino un turista italiano che ordina una vodka.

A quel punto, però, più che un cavallo di Troia servirebbe direttamente la cavalleria.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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