Riccardo Bianchi
Dossier sulle famiglie che esplodono nel silenzio: omicidi, disagio psichico, disabilità, caregiver esausti e uno Stato che troppo spesso scopre il dramma quando è già finito.
Ci sono omicidi che cominciano per strada, dentro il mercato della droga, in una rapina, in una lite tra sconosciuti. E ce ne sono altri che maturano dietro una porta chiusa.
Sono forse i più difficili da comprendere, perché la casa dovrebbe rappresentare il contrario della minaccia. Il luogo nel quale ci si protegge dal mondo esterno diventa invece, improvvisamente, il teatro della violenza.
A Roma nell’estate del 2026 questa immagine è tornata più volte, fino a diventare impossibile da ignorare.
Il 30 agosto, tra Centocelle e Alessandrino, una donna di 50 anni è stata aggredita mortalmente dal figlio sedicenne. È stato lo stesso ragazzo a chiamare il 112. Secondo gli aggiornamenti investigativi, il giovane era stato dimesso dall’ospedale Bambino Gesù il giorno precedente e la difesa sostiene l’esistenza di un disagio psichico documentato; è attualmente ricoverato in psichiatria e la sua capacità di intendere e di volere dovrà essere valutata.
Ventiquattr’ore dopo, a Pietralata, sono stati trovati morti Luca Abbasciano, 42 anni, Valentina Pambianco, 41, la loro bambina Bianca di cinque anni, affetta da una grave disabilità, e il cane di famiglia. I primi accertamenti hanno indirizzato le indagini verso un omicidio-suicidio, ma gli esiti autoptici non consentono ancora di attribuire in modo definitivo ogni gesto a uno dei due genitori. Gli investigatori stanno esaminando lettere, telefoni, computer e situazione economica.
Tre mesi prima, a San Vittorino, una donna di 78 anni era stata uccisa dal figlio quarantottenne. Dopo la denuncia di scomparsa dei familiari, l’uomo aveva ammesso l’omicidio e indicato ai Carabinieri dove aveva nascosto il corpo, all’interno di un manufatto in cemento.
Sono storie differenti.
Non costituiscono automaticamente una statistica.
Ma compongono una domanda enorme: quanta sofferenza vive nelle case di Roma senza che la città riesca a intercettarla prima che diventi irreversibile?
Il cardinale vicario Baldo Reina, dopo i fatti di Centocelle e Pietralata, l’ha posta quasi negli stessi termini, parlando delle «solitudini e fragilità» che possono restare invisibili e chiedendosi quanta sofferenza attraversi silenziosamente le abitazioni della città.
È probabilmente il punto dal quale bisogna partire.
Non esiste un’“epidemia di omicidi”: i numeri nazionali stanno scendendo
Prima di costruire qualsiasi interpretazione occorre eliminare un equivoco.
L’Italia non sta vivendo una crescita generale degli omicidi.
Nel 2025 gli omicidi volontari sono scesi da 335 a 286, il dato più basso dell’ultimo decennio secondo il Ministero dell’Interno. Anche le donne uccise sono diminuite, da 118 nel 2024 a 97 nel 2025.
Il primo semestre 2026 ha confermato a livello nazionale una diminuzione di diversi indicatori criminali, compresi gli omicidi con vittime donne.
Quindi raccontare Roma come una città nella quale improvvisamente “si ammazzano tutti” sarebbe falso.
Ma c’è un secondo dato che impedisce di chiudere la questione con le statistiche generali.
La casa rimane uno dei luoghi centrali dell’omicidio femminile.
Nel 2025, delle 97 donne uccise in Italia, 85 sono morte per mano di qualcuno riconducibile all’ambito familiare o affettivo.
Il dossier parlamentare più recente mostra inoltre che, negli omicidi commessi da partner o ex partner, le vittime sono donne in una proporzione che negli ultimi anni ha oscillato intorno all’86-90%.
È dunque possibile che gli omicidi diminuiscano e contemporaneamente che il nucleo familiare continui a rappresentare uno dei contesti più delicati per alcune forme di violenza.
Le due cose non sono contraddittorie.
Primo caso: Centocelle, sedici anni e una madre morta
È probabilmente il caso che pone le domande più difficili sul sistema di salute mentale.
Secondo la ricostruzione disponibile, il ragazzo aveva appena compiuto sedici anni. Dopo l’aggressione alla madre, ha chiamato personalmente il numero di emergenza raccontando quanto accaduto. La donna era ancora viva all’arrivo dei soccorritori ed è morta successivamente al Policlinico Tor Vergata.
Le indagini dovranno stabilire dinamica, eventuale premeditazione e imputabilità.
Ma un particolare è già diventato centrale: secondo quanto riferito dalla difesa, il ragazzo sarebbe stato dimesso dal Bambino Gesù il giorno precedente all’omicidio, con una condizione di disagio psichico documentata.
Questo non consente di concludere che l’ospedale abbia commesso un errore.
Sarebbe gravemente scorretto.
Una dimissione può essere clinicamente appropriata e un evento successivo può essere imprevedibile. Non conosciamo diagnosi, cartella clinica, valutazioni del rischio né indicazioni date alla famiglia.
Ma la sequenza temporale rende inevitabili alcune domande.
Che presa in carico era stata prevista?
Era stato predisposto un monitoraggio territoriale?
Quale sostegno aveva la madre?
Esisteva una valutazione del rischio di aggressività?
I servizi territoriali erano stati informati?
La famiglia aveva strumenti per affrontare eventuali crisi?
Sono domande da rivolgere alle carte e agli specialisti, non da risolvere con un titolo di giornale.
Però devono essere poste.
La salute mentale dei minori non può terminare alla porta dell’ospedale
Il problema organizzativo generale è proprio questo.
Una crisi psichiatrica grave non si risolve necessariamente con qualche giorno di ricovero.
L’ospedale gestisce la fase acuta.
Poi comincia il territorio.
Neuropsichiatria infantile.
Psicologia.
Servizi sociali.
Scuola.
Famiglia.
Medico.
Eventuali comunità terapeutiche.
Ed è precisamente nei passaggi tra una struttura e l’altra che i sistemi complessi rischiano di spezzarsi.
Il ragazzo di Centocelle non può diventare automaticamente la prova di un fallimento del sistema sanitario.
Ma può diventare un caso sentinella attraverso il quale verificare se il sistema romano garantisca realmente continuità assistenziale ai minori con disturbi psichici importanti.
Perché una famiglia non può essere trasformata nel reparto psichiatrico informale di ultima istanza.
Secondo caso: Pietralata e la domanda che nessuno vuole affrontare
La tragedia di via dell’Antracite è completamente diversa.
Una coppia.
Una bambina di cinque anni con grave disabilità.
Un’intera famiglia trovata morta.
Una pistola regolarmente detenuta.
Lettere indirizzate ai parenti.
Secondo le prime ricostruzioni, nei messaggi emergerebbero sentimenti di solitudine e impossibilità di andare avanti. Gli investigatori stanno inoltre verificando la situazione economica e i debiti eventualmente collegati alle cure della bambina.
Qui bisogna essere estremamente prudenti.
Non sappiamo ancora esattamente chi abbia sparato a chi né quale sia stata la dinamica concordata o meno tra i genitori.
L’autopsia ha rinvenuto residui di sparo sulla mano del padre e anche tracce sulla madre; le indagini sono ancora aperte.
Ma sappiamo una cosa molto importante: la famiglia non era completamente sconosciuta alle istituzioni.
Il presidente del Municipio IV ha dichiarato che era seguita dai servizi sociali a causa della grave disabilità della bambina.
Ed è proprio questo che rende il caso ancora più complesso.
Non siamo davanti alla semplice storia di “uno Stato assente”.
Lo Stato, almeno in qualche forma, c’era.
La domanda diventa allora più difficile:
esserci quanto?
“Seguiti dai servizi” non significa necessariamente “sufficientemente sostenuti”
Questa distinzione è fondamentale.
Roma dispone di servizi specifici per la disabilità.
Il SAISH, Servizio per l’autonomia e l’integrazione della persona disabile, prevede assistenza domiciliare coordinata tra Municipio e ASL e dichiara espressamente, fra i propri obiettivi, il sostegno e il sollievo al nucleo familiare. Può comprendere assistenza diretta, indiretta oppure mista.
Per le situazioni di disabilità gravissima esistono inoltre assegni di cura e contributi per caregiver, mentre la Regione Lazio finanzia misure dirette a consentire la permanenza della persona non autosufficiente nel proprio domicilio.
Quindi gli strumenti esistono.
Ma il problema è la loro intensità effettiva.
La stessa pagina istituzionale di Roma Capitale sul SAISH spiega che, dopo la valutazione del bisogno, la richiesta entra in una graduatoria e che lo scorrimento dipende dalla disponibilità dei fondi municipali.
Nel 2026 vari Municipi continuano infatti a pubblicare graduatorie e liste d’attesa per assistenza domiciliare ad anziani, adulti e minori disabili. Nel Municipio V, ad esempio, il Comune precisa esplicitamente che l’attivazione è subordinata alle risorse di bilancio disponibili.
Ed eccoci al nodo.
Tra avere diritto a un servizio e ricevere abbastanza ore di aiuto da poter respirare esiste una distanza enorme.
Il caregiver familiare: il grande lavoratore invisibile
Prendersi cura di una persona con disabilità gravissima può significare vivere in una condizione di assistenza permanente.
Giorno.
Notte.
Fine settimana.
Vacanze.
Malattia del caregiver stesso.
Appuntamenti sanitari.
Terapie.
Scuola.
Farmaci.
Burocrazia.
Emergenze.
Non basta quindi chiedere se una famiglia riceva “un contributo”.
Bisogna chiedere quanto carico assistenziale rimanga sulle sue spalle dopo l’intervento pubblico.
Un assegno economico può essere utile.
Ma il denaro non sostituisce automaticamente il tempo.
Un caregiver ha bisogno anche di qualcuno che arrivi materialmente a casa e dica: per quattro ore ci penso io, dormi, esci, accompagna l’altro figlio, vai dal medico, continua ad avere una vita.
La Regione Lazio riconosce infatti esplicitamente il principio del sollievo del caregiver e prevede che, in caso di impedimento o emergenza, debbano essere mobilitate risorse assistenziali e sociosanitarie, quando possibile anche entro 48 ore.
Ma il problema diventa capire quanto questo principio funzioni nella quotidianità.
Terzo caso: San Vittorino, il figlio che uccide la madre
Il 29 maggio, secondo la ricostruzione investigativa, Vittoria Maria Rosa De Donato, 78 anni, sarebbe morta dopo una violenta lite con il figlio quarantottenne.
Il figlio avrebbe successivamente nascosto il cadavere in un manufatto di cemento. L’indagine partì dalla denuncia di scomparsa presentata dai familiari e l’uomo confessò ai Carabinieri.
È una tragedia completamente differente dalle precedenti.
Non abbiamo elementi per collegarla alla disabilità, al caregiving o alla psichiatria.
Ed è proprio questo che un dossier serio deve ricordare continuamente:
“omicidio in famiglia” non è una diagnosi.
Dentro questa categoria convivono femminicidi del partner, matricidi, parricidi, violenza derivante da patologie psichiatriche, conflitti economici, abuso di sostanze, fragilità, vendette, dinamiche criminali e casi che sfuggono a qualsiasi spiegazione semplice.
Metterli tutti sotto la stessa etichetta rischierebbe di impedire proprio la prevenzione.
Il vero dato inquietante: molte vittime conoscono perfettamente il proprio assassino
Su scala nazionale questo elemento emerge con forza.
Nel 2024 l’ISTAT ha stimato 106 femminicidi su 116 donne complessivamente uccise. Di questi, 62 erano avvenuti nell’ambito della coppia e altri 37 erano stati commessi da parenti.
Tra questi ultimi, gli autori più frequentemente individuati erano proprio figli e genitori.
Questo significa che una parte importante della violenza letale contro le donne non arriva da uno sconosciuto nel buio.
Arriva da una relazione.
Da qualcuno che possiede le chiavi di casa.
Da qualcuno che condivide il cognome.
Da qualcuno che conosce orari, fragilità e abitudini.
È una caratteristica criminologica completamente diversa dalla criminalità predatoria.
E richiede strumenti differenti.
Il paradosso della sicurezza: possiamo controllare una piazza, non una cucina
Roma può mettere pattuglie al Colosseo.
Può creare zone a tutela rafforzata.
Può installare telecamere.
Può presidiare Termini.
Ma la violenza familiare pone allo Stato un problema molto più difficile.
Come si protegge qualcuno da una persona con cui vive?
Non si può mettere un Carabiniere in ogni salotto.
Non si può sorvegliare ogni litigio.
Non è possibile prevedere ogni esplosione violenta.
La prevenzione passa quindi attraverso segnali molto più deboli:
precedenti aggressioni;
minacce;
denunce;
maltrattamenti;
dipendenze;
crisi psichiatriche;
isolamento;
sovraccarico assistenziale;
violenza economica;
separazioni altamente conflittuali;
episodi autolesivi;
accesso alle armi.
È la capacità di collegare questi segnali a fare la differenza.
Quando una famiglia chiede aiuto, non dovrebbe dover ricominciare ogni volta da zero
Uno dei problemi tipici dei sistemi sociosanitari è la frammentazione.
Una persona può avere contemporaneamente contatti con:
ASL;
Municipio;
ospedale;
centro di salute mentale;
neuropsichiatria infantile;
scuola;
servizi sociali;
INPS;
associazioni;
tribunale.
Eppure nessuno dei singoli soggetti possiede necessariamente l’immagine completa.
Il rischio è che la famiglia diventi il coordinatore amministrativo della propria tragedia.
Porta documenti da un ufficio all’altro.
Racconta nuovamente la storia.
Chiede valutazioni.
Aspetta graduatorie.
Rinnova certificati.
Chiama.
Sollecita.
E nel frattempo continua ad assistere il familiare.
Una politica seria sulla fragilità dovrebbe ribaltare questo rapporto.
Non dovrebbe essere la famiglia a inseguire lo Stato.
Dovrebbe essere lo Stato a costruire intorno alla famiglia un unico progetto di presa in carico.
Servirebbe un “codice rosso sociale”, prima di quello penale
Non nel significato di criminalizzare la fragilità.
Al contrario.
Roma avrebbe bisogno di un sistema capace di individuare i nuclei nei quali si sovrappongono diversi fattori ad alto rischio.
Per esempio: disabilità gravissima, caregiver unico, difficoltà economiche, patologia psichiatrica, assenza di rete familiare, precedenti crisi, minori presenti.
Quando questi elementi si accumulano, la risposta non dovrebbe essere una singola prestazione.
Dovrebbe scattare una presa in carico intensiva.
Un referente identificabile.
Contatti periodici.
Assistenza domiciliare reale.
Sollievo programmato.
Valutazione psicologica del caregiver quando opportuna.
Piano per le emergenze.
Numero da chiamare che conosca già la storia del nucleo.
La tragedia di Pietralata non dimostra automaticamente che tutto questo avrebbe impedito quelle morti.
Nessuno può affermarlo.
Ma dimostra perché dobbiamo sapere se un sistema del genere esista davvero e con quale capacità operativa.
Anche i servizi sociali hanno bisogno di essere protetti dalla retorica
C’è infatti un rischio opposto.
Ogni volta che accade una tragedia, qualcuno domanda: «Dov’erano i servizi sociali?».
È una domanda legittima.
Ma può diventare ingiusta se pretende che un assistente sociale sia onnisciente.
I servizi non possono prevedere ogni omicidio.
Una famiglia può nascondere il proprio disagio.
Una persona può rifiutare aiuto.
Una situazione può precipitare improvvisamente.
Una valutazione corretta può essere seguita da un evento imprevedibile.
Per questo il dossier non dovrebbe cercare un colpevole amministrativo senza prove.
Dovrebbe cercare la capacità strutturale del sistema.
Quanti assistenti sociali ci sono?
Quanti nuclei segue ciascuno?
Quante persone attendono il SAISH?
Per quanto?
Quante ore vengono effettivamente riconosciute?
Quanti interventi di sollievo ai caregiver vengono effettuati?
Quante famiglie con minori psichiatrici vengono seguite dopo una dimissione ospedaliera?
Quanti casi vengono persi nel passaggio fra ospedale e territorio?
Questi sono numeri che valgono più di cento dichiarazioni di cordoglio.
Le armi in casa: il capitolo che Pietralata obbliga ad aprire
Nell’abitazione di Pietralata era presente una pistola regolarmente detenuta.
La legalità della detenzione non significa naturalmente che vi fosse qualche irregolarità precedente.
Ma quando emergono gravi crisi psichiche, intenzioni suicidarie oppure mutamenti significativi delle condizioni personali, l’accessibilità a un’arma può trasformare una crisi in un evento letale in pochi secondi.
Anche questo merita una verifica normativa e operativa.
Come vengono intercettati cambiamenti sopravvenuti nelle condizioni psicofisiche di chi possiede un’arma?
Come comunicano tra loro medici e autorità nei casi previsti dalla legge?
Sono sufficienti i controlli periodici?
Non è una battaglia ideologica contro i legittimi possessori di armi.
È una questione elementare di prevenzione del rischio.
La povertà non “causa” un omicidio. Ma lo stress economico può aggravare la fragilità
L’indagine di Pietralata sta verificando anche la situazione economica della famiglia e i possibili debiti accumulati.
Bisogna usare estrema cautela.
Non esiste un’equazione:
debiti = omicidio.
Milioni di famiglie hanno difficoltà economiche e non diventano violente.
Ma quando alla pressione finanziaria si sommano assistenza continua, privazione del sonno, isolamento, depressione o disperazione, il carico complessivo può diventare enorme.
Per questo il welfare della disabilità non può essere pensato soltanto in termini di certificazioni.
Deve osservare l’intero nucleo familiare.
La persona con disabilità ha bisogno di assistenza.
Ma anche chi la assiste può diventare fragile.
E poi c’è la solitudine
Forse è il filo meno misurabile e più presente.
Nel caso di Pietralata, le lettere ritrovate avrebbero fatto riferimento proprio alla sensazione di non riuscire più ad andare avanti e alla solitudine.
Il parroco del quartiere, don Gian Marco Merlo, ha definito la vita comunitaria e fraterna un antidoto alla solitudine delle famiglie.
Non è una risposta sufficiente in termini sanitari.
Ma coglie qualcosa che nessuna graduatoria può sostituire.
Un vicino che entra.
Un nonno disponibile.
Una parrocchia.
Una comunità.
Una rete di altre famiglie.
Un educatore.
Un’associazione.
Qualcuno che si accorge che non stai più reggendo.
Le grandi metropoli producono un paradosso: milioni di persone possono vivere a pochi metri l’una dall’altra ed essere radicalmente sole.
Roma deve smettere di conoscere le famiglie fragili soltanto attraverso una pratica
Questo potrebbe essere il cuore politico del dossier.
Lo Stato conosce il cittadino come fascicolo.
Disabilità: fascicolo.
ISEE: fascicolo.
Assistenza domiciliare: domanda.
Neuropsichiatria: cartella.
Bonus: modulo.
Servizio sociale: pratica.
Ma una famiglia non vive per compartimenti amministrativi.
Tutti questi elementi avvengono nello stesso appartamento, contemporaneamente.
La vera riforma dovrebbe consistere nel trasformare un insieme di prestazioni in una relazione continuativa di cura.
Non più: «Hai presentato la domanda?».
Ma: «Come state?».
Non più soltanto: «Qual è la percentuale di invalidità?».
Ma: «Chi rimane con tua figlia quando tu non ce la fai?».
Non soltanto: «Quante ore di assistenza spettano?».
Ma: «Sono sufficienti per evitare che questa famiglia collassi?».
Un osservatorio romano sulle morti familiari
Roma dovrebbe inoltre fare qualcosa che oggi manca nel dibattito pubblico: studiare sistematicamente questi casi.
Non per creare un’altra struttura burocratica.
Per imparare.
Ogni omicidio domestico grave dovrebbe essere sottoposto, una volta conclusa la fase giudiziaria pertinente e nel rispetto della privacy, a una revisione multidisciplinare.
Quali servizi conoscevano la famiglia?
Quali segnali erano comparsi?
C’erano precedenti accessi ospedalieri?
Denunce?
Contatti psichiatrici?
Segnalazioni scolastiche?
Richieste di assistenza?
Tempi d’attesa?
Armi presenti?
La persona aveva rifiutato aiuto?
Qualcosa poteva realisticamente essere fatto diversamente?
Nei sistemi complessi la prevenzione cresce quando si studiano anche gli eventi più gravi non soltanto per assegnare colpe, ma per individuare buchi ricorrenti.
I numeri che il Campidoglio e la Regione dovrebbero pubblicare
Un vero dossier pubblico romano dovrebbe rendere leggibili almeno questi indicatori:
* numero annuale di omicidi in ambito familiare/affettivo a Roma e nella Città metropolitana, distinguendo partner, ex partner, figli, genitori e altri parenti;
* accessi e tempi di presa in carico della neuropsichiatria infantile;
* minori dimessi da reparti psichiatrici e percentuale con follow-up territoriale entro tempi definiti;
* utenti SAISH, ore medie riconosciute e liste d’attesa per Municipio;
* nuclei con disabilità gravissima e contributi di cura effettivamente erogati;
* interventi di sollievo caregiver;
* numero di assistenti sociali e carico medio di casi;
* famiglie seguite contemporaneamente da servizi sanitari e sociali e presenza o meno di un referente unico;
* accessi per violenza domestica, ammonimenti, denunce e recidive.
La Prefettura pubblica già serie statistiche sui delitti a Roma Capitale fino al 2025.
Ma per comprendere i drammi familiari servono dati molto più granulari.
Non trasformiamo Pietralata in uno slogan sulla disabilità
C’è infine una responsabilità culturale enorme.
La disabilità della bambina non deve diventare la spiegazione automatica della sua morte.
Una persona disabile non è il problema della famiglia.
Il problema può essere un sistema nel quale una famiglia è lasciata con un carico sproporzionato.
Bisogna distinguere le due cose con durezza.
Se diciamo semplicemente «non ce la facevano perché la figlia era disabile», finiamo inconsapevolmente per descrivere quella bambina come il peso che ha prodotto la tragedia.
Non lo sappiamo.
E soprattutto non dobbiamo accettare questa cornice.
La domanda civile corretta è opposta:
che cosa deve fare una società perché nessun genitore arrivi mai a pensare che la vita propria o del figlio sia diventata impossibile da sostenere?
Non chiamiamole semplicemente “tragedie”
La parola tragedia è comprensibile.
Ma qualche volta rischia di chiudere troppo presto la discussione.
Tragedia.
Destino.
Dolore.
Minuto di silenzio.
Poi tutto ricomincia.
In alcuni casi non c’era nulla di prevedibile.
In altri forse esistevano segnali.
In altri ancora lo scopriremo soltanto dopo mesi d’indagine.
Quello che Roma non può permettersi è rinunciare a scoprirlo.
Perché ogni volta che una famiglia implode bisogna separare tre livelli.
La responsabilità penale, che appartiene ai magistrati.
La responsabilità clinica, che deve essere valutata sulla base delle cartelle e delle conoscenze disponibili in quel momento.
E infine la responsabilità politica, che non consiste nel trovare un capro espiatorio ma nel garantire che servizi sufficienti esistano davvero.
È quest’ultima che riguarda tutti noi.
La domanda finale è terribile proprio perché è semplice
Centocelle.
Pietralata.
San Vittorino.
Una madre morta per mano del figlio.
Un adolescente ricoverato in psichiatria.
Un padre, una madre e una bambina ritrovati senza vita nello stesso letto.
Un’altra madre uccisa e nascosta dentro un manufatto di cemento.
Non sono lo stesso fenomeno.
Non hanno necessariamente la stessa causa.
Non possiamo costruire correlazioni che le indagini non dimostrano.
Ma davanti a questa sequenza una città degna di questo nome dovrebbe avere il coraggio di chiedersi:
quante famiglie stanno oggi vivendo un dramma che noi non vediamo ancora?
La risposta non può essere un’altra conferenza stampa dopo il prossimo cadavere.
Deve essere una rete capace di arrivare prima.
Prima dell’esplosione.
Prima dell’esaurimento.
Prima della violenza.
Prima che un adolescente perda completamente il controllo.
Prima che un caregiver pensi di non avere più una via d’uscita.
Prima che siano i parenti, dopo giorni senza risposta, a chiamare i Vigili del Fuoco perché nessuno apre quella porta.
Perché la misura reale di una città sociale non è quante volte riesca a dichiararsi vicina a una famiglia dopo una tragedia.
È quante famiglie riesca a raggiungere quando la tragedia non è ancora accaduta.





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