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ROMA, LA CAPITALE DELLE CASE OCCUPATE: MIGLIAIA DI ALLOGGI FUORI DALLA LEGALITÀ MENTRE CHI ASPETTA UNA CASA RESTA IN FILA

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Riccardo Bianchi

Il nuovo allarme arriva dall’INPS: secondo quanto riportato ieri da Il Tempo, nel solo Municipio XI l’Istituto avrebbe difficoltà a recuperare 510 alloggi. Ma il problema è molto più vasto. ATER dichiara 7.700 abitazioni residenziali occupate irregolarmente su circa 45 mila; altre stime arrivano vicino alle 10 mila considerando l’intero patrimonio pubblico. La Prefettura mantiene un piano per gli sgomberi, mentre fragilità sociali, procedure giudiziarie, racket e utilizzo criminale di alcuni immobili rendono ogni intervento complesso. Roma ha contemporaneamente un’emergenza abitativa e un’emergenza di legalità: confonderle significa non risolvere nessuna delle due.

Cinquecentodieci alloggi.

Non in tutta Roma. Secondo quanto riportato nell’edizione del 25 settembre de Il Tempo, nel solo Municipio XI l’INPS non riuscirebbe a recuperare 510 appartamenti del proprio patrimonio.

La vicenda riguarda in particolare Magliana, Marconi, Trullo, Corviale e altri quadranti del Municipio. Nell’articolo viene riportata anche la richiesta del presidente del Municipio XI, Gianluca Lanzi, di coinvolgere la Prefettura e coordinare gli sgomberi.

Il dato dei 510 appartamenti proviene dall’articolo mostrato e merita un riscontro documentale diretto dell’INPS; non ho trovato, nelle fonti pubbliche indicizzate consultate, un documento dell’Istituto che pubblichi oggi quello stesso numero.

Ma il fenomeno generale è ampiamente documentato.

ATER: 7.700 ALLOGGI OCCUPATI IRREGOLARMENTE

Il dato più impressionante arriva direttamente dal commissario straordinario di ATER Roma, Orazio Campo.

Nell’aprile 2026, durante un’audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sul degrado delle periferie, Campo ha riferito che, su circa 45 mila alloggi residenziali ATER, 7.700 risultano occupati irregolarmente.

Significa più di un’abitazione su sei.

Nello stesso intervento Campo ha spiegato che nell’ultimo anno erano stati emessi circa 300 decreti di rilascio, ma erano stati materialmente eseguiti soltanto 15 sgomberi, anche per il rallentamento avvenuto durante il Giubileo. Dal 2022 i decreti di rilascio erano circa 700. 

E questo riguarda soltanto ATER.

Il Corriere della Sera, considerando anche il patrimonio ERP comunale, ha parlato nell’aprile 2026 di quasi 10 mila occupazioni abusive di case popolari e di circa 2.800 denunce in due anni. 

È necessario distinguere le diverse categorie e fonti, ma la dimensione del problema non è controversa.

IL PARADOSSO: C’È CHI ASPETTA UNA CASA E CHI SE LA PRENDE

È qui che la questione diventa socialmente esplosiva.

L’edilizia residenziale pubblica esiste proprio perché le abitazioni disponibili non bastano per tutti coloro che ne hanno bisogno.

Esistono graduatorie.

Esistono requisiti.

Esistono famiglie fragili che attendono un’assegnazione.

Quando un appartamento pubblico viene occupato senza titolo, quindi, la vittima non è un’entità astratta chiamata “Stato”.

Quel bene viene sottratto anche alla possibilità di essere assegnato secondo le regole.

Questo non significa che chiunque occupi sia un criminale professionista. Dietro molte occupazioni esistono povertà, sfratti, famiglie con minori e situazioni sociali drammatiche.

Lo stesso commissario ATER ha spiegato che nel 90% dei casi interessati dalle procedure indicate dall’ente sono presenti minori, anziani o persone con disabilità, circostanza che rende molto più difficile l’esecuzione degli sgomberi e richiede interventi sociali contestuali. 

Questo è il lato umano del problema e sarebbe irresponsabile ignorarlo.

Ma esiste anche l’altro lato.

NON TUTTE LE OCCUPAZIONI SONO “EMERGENZA ABITATIVA”

La stessa Prefettura di Roma, nel proprio piano per gli sgomberi, individua come criteri prioritari situazioni nelle quali alle occupazioni si associano problemi di ordine e sicurezza pubblica: spaccio, prostituzione, allacci abusivi di acqua ed energia, attività non autorizzate, problemi nella gestione dei rifiuti e presenza di persone responsabili di comportamenti violenti. 

Sono quindi le istituzioni stesse a distinguere tra situazioni differenti.

E la cronaca offre esempi molto concreti.

Nel luglio scorso, durante un’operazione della Polizia tra Prenestino e San Basilio, sono stati effettuati 16 arresti e sgomberati due immobili. In via Pieve Torina è stato liberato uno stabile occupato da tempo e già inserito nel piano della Prefettura. 

Nel novembre 2025, invece, sono stati liberati otto appartamenti in via Eudo Giulioli. All’interno c’erano 33 persone, tra cui 11 minori assistiti dai servizi sociali. La Prefettura riferì inoltre il ritrovamento di cellulari rubati, oggetti d’oro e un machete. 

Sono precisamente questi casi a dimostrare perché non sia possibile trattare ogni occupazione con la stessa categoria interpretativa.

Povertà e criminalità non sono sinonimi.

Una famiglia senza casa e un racket che controlla appartamenti non rappresentano lo stesso problema e non possono ricevere la stessa risposta.

E POI C’È IL CASO MAGLIANA

Il problema denunciato oggi dall’INPS non nasce improvvisamente.

Nel 2025 i consiglieri della Lega Fabrizio Santori e Daniele Catalano avevano denunciato che negli immobili INPS di via dell’Impruneta 7, 9, 13 e 15 oltre il 40% degli appartamenti sarebbe stato occupato abusivamente, associando alla situazione segnalazioni di allacci elettrici abusivi, degrado e problemi di sicurezza. Si tratta di dichiarazioni politiche, non di un censimento pubblico certificato dall’INPS, e vanno quindi presentate come tali. 

Ma l’INPS conosce il problema da molto tempo.

Già nel 2021 l’Istituto comunicava di essere riuscito a recuperare due appartamenti occupati abusivamente a Roma e annunciava di aver chiesto un tavolo presso la Prefettura per affrontare i casi più critici. 

Cinque anni dopo stiamo ancora parlando dello stesso problema.

IL PATRIMONIO INPS È UN CAPITOLO A PARTE

Qui emerge un’altra contraddizione.

Secondo dati elaborati dal SUNIA nel 2025, a Roma l’INPS possedeva circa 3.800 immobili residenziali: quasi 500 sarebbero risultati vuoti e, del restante patrimonio, approssimativamente metà risultava “locato” e metà “occupato”. Il sindacato sottolineava però una situazione giuridica molto più complessa della semplice dicotomia regolare-abusivo: numerosi contratti risultavano scaduti o in scadenza per effetto delle norme collegate alla vecchia cartolarizzazione SCIP. 

Questa distinzione è fondamentale.

Un inquilino con un vecchio contratto scaduto non può essere automaticamente equiparato a chi forza una porta e si impossessa di un appartamento.

Quando parliamo di “occupati” bisogna quindi sapere quale categoria giuridica stiamo contando.

Altrimenti numeri diversi finiscono impropriamente sommati.

ROMA HA ANCHE UNA LISTA DI GRANDI OCCUPAZIONI

Accanto agli appartamenti occupati singolarmente esiste poi un fenomeno completamente differente: i grandi edifici occupati.

Ad agosto il Corriere riportava una quarantina di immobili da sgomberare, dei quali 19 considerati prioritari nel piano della Prefettura.

Ci sono immobili pubblici appartenenti o appartenuti a Demanio, INPS, INPDAP, ATAC, Cotral e Agenzia delle Dogane, ma anche proprietà private. 

Dentro questa categoria convivono realtà profondamente differenti.

C’è CasaPound in via Napoleone III.

Ci sono grandi occupazioni abitative.

Ci sono ex scuole.

Ci sono strutture nelle quali sono presenti famiglie.

Ci sono esperienze come Metropoliz.

E c’è stato il complesso caso di Spin Time in via Santa Croce in Gerusalemme: dopo l’evacuazione dell’edificio nell’estate 2026, il Campidoglio ha proposto alla proprietà di acquistarlo e ha lavorato a un accordo che consentisse il rientro delle famiglie. 

È proprio questa eterogeneità a rendere insufficiente qualsiasi slogan.

C’È ANCHE CHI OCCUPA LOCALI CHE NON SONO ABITAZIONI

Il commissario ATER ha sollevato un’altra questione poco raccontata.

Negozi.

Garage.

Cantine.

Locali originariamente non destinati alla residenza vengono trasformati abusivamente in abitazioni.

Secondo Campo, in alcuni casi vengono utilizzate bombole perché mancano gli allacci regolari del gas e scarichi sanitari improvvisati finiscono nei garage. 

Non è soltanto una questione di proprietà.

È sicurezza.

Un incendio in un locale trasformato clandestinamente in abitazione può avere conseguenze devastanti anche per gli inquilini regolari dello stesso edificio.

A Torre Maura e Ponte di Nona, per esempio, un’ordinanza del maggio 2026 ha riguardato 29 locali extraresidenziali e quattro sale condominiali a Ponte di Nona, oltre a piani terra, garage e cantine occupati a Torre Maura. Complessivamente veniva indicata la presenza di circa cento persone. 

SGOMBERARE NON SIGNIFICA METTERE CENTINAIA DI PERSONE SUL MARCIAPIEDE

Qui entra in gioco il problema più difficile.

Lo Stato deve far rispettare le regole.

Ma quando dietro una porta ci sono bambini, anziani, persone con disabilità o nuclei in autentica povertà, il problema non scompare liberando l’immobile.

Si sposta sul marciapiede.

È per questo che il piano prefettizio assegna priorità alla tutela dell’incolumità e considera le differenti criticità sociali e di ordine pubblico. 

Una strategia efficace deve quindi procedere contemporaneamente su due binari: recupero degli immobili occupati illegalmente e protezione sociale delle persone realmente fragili.

Non sono obiettivi incompatibili.

Anzi, separarli produce precisamente il caos nel quale Roma si trova da decenni.

PRIMA I RACKET

Una priorità razionale può essere individuata senza bisogno di generalizzare.

Chi occupa un appartamento per poi venderne clandestinamente la disponibilità, chi chiede denaro per liberarlo, chi subaffitta abusivamente un bene pubblico, chi manomette le utenze o utilizza un immobile come base per attività criminali pone un problema diverso dalla famiglia indigente.

Le cronache romane hanno documentato da anni l’esistenza di sospetti racket collegati alle occupazioni. Il Corriere ha ricordato nel 2026 episodi di spaccio e subaffitti clandestini e casi nei quali la criminalità ha sfruttato l’accesso abusivo agli alloggi. 

Qui la risposta deve essere investigativa prima ancora che amministrativa.

Seguire il denaro.

Capire chi assegna informalmente gli appartamenti.

Chi incassa.

Chi minaccia.

Chi forza le serrature.

Chi riallaccia abusivamente le utenze.

Perché se dietro alcune occupazioni esiste un mercato clandestino della casa pubblica, non siamo più davanti a una protesta sociale.

Siamo davanti a un’economia illegale costruita sulla scarsità abitativa.

E CHI È IN GRADUATORIA?

È la domanda che dovrebbe restare al centro di tutto.

Che cosa diciamo alla famiglia che possiede tutti i requisiti, presenta la domanda, consegna i documenti e aspetta il proprio turno?

Che rispettare la graduatoria conviene?

Il sistema pubblico perde credibilità quando le regole vengono percepite come meno efficaci dell’azione di forza.

E questo danneggia soprattutto i più poveri.

Chi ha denaro compra o affitta sul mercato.

Chi dipende dall’edilizia pubblica dipende invece dal fatto che lo Stato sappia amministrare il proprio patrimonio secondo regole uguali per tutti.

ROMA DEVE SAPERE ESATTAMENTE QUANTE CASE HA PERSO

Prima ancora di una nuova campagna di sgomberi servirebbe un’unica banca dati pubblica.

Quanti alloggi pubblici esistono?

Quanti sono regolarmente assegnati?

Quanti vuoti?

Quanti indisponibili perché devono essere ristrutturati?

Quanti occupati senza titolo?

Da quanto tempo?

Quanti decreti di rilascio sono esecutivi?

Quanti nuclei hanno fragilità certificate?

Quanti immobili risultano collegati a procedimenti penali?

Quanti sono stati liberati e immediatamente riassegnati?

I numeri che oggi emergono da ATER, Comune, INPS e Prefettura appartengono infatti a patrimoni e categorie differenti. Sommarli senza distinzione produrrebbe una cifra apparentemente impressionante ma metodologicamente sbagliata.

La trasparenza dovrebbe venire prima della propaganda.

UNA CASA PUBBLICA NON È DI CHI RIESCE A PRENDERSELA

La crisi abitativa romana è reale.

Gli affitti elevati sono reali.

La povertà è reale.

Le famiglie fragili sono reali.

Ma proprio perché la casa pubblica è una risorsa scarsa, l’assegnazione secondo criteri trasparenti diventa ancora più importante.

Non dovrebbe contare chi riesce a entrare per primo in un appartamento.

Dovrebbero contare bisogno, requisiti e graduatoria.

Parallelamente, chi occupa perché si trova in una condizione sociale estrema deve essere preso in carico dai servizi e accompagnato verso una soluzione legale; chi invece organizza racket, specula sugli immobili o utilizza le occupazioni per attività criminali deve essere affrontato con gli strumenti di polizia e della magistratura.

Sono due fenomeni differenti.

Trattarli nello stesso modo sarebbe ingiusto.

Ignorarli entrambi sarebbe ancora peggio.

Roma si trova oggi davanti a numeri difficili da liquidare: 7.700 alloggi ATER occupati irregolarmente, quasi 10 mila se si considera una stima più ampia del patrimonio popolare, una quarantina di grandi edifici presenti nel piano degli sgomberi e, secondo l’allarme pubblicato oggi, 510 alloggi INPS problematici nel solo Municipio XI. 

Dietro ciascuno di quei numeri può esserci una storia diversa.

Ma esiste un principio comune che una città non può perdere:

la casa è un diritto sociale da tutelare. Proprio per questo non può diventare un bene assegnato dalla legge del fatto compiuto.


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