La Redazione
Il premier socialista in Parlamento fa acqua da tutte le parti: dimezza i numeri dell’invasione, 40 mila invece di 70 mila, scagiona Rabat e accusa Mosca e Tel Aviv.
Il rapporto segreto della Guardia Civil lo inchioda: frontiera aperta su ordine, agenti marocchini infiltrati tra i migranti.
I suoi alleati di governo Sumar, ERC, Bildu e Podemos prendono le distanze, Feijóo chiede le dimissioni. Intanto a Madrid manganella gli spagnoli scesi in piazza per difendere Ceuta. E’ ai minimi storici.
E’ finito.
Non è più un premier.
È un imputato che mente davanti al suo popolo.
Pedro Sánchez, chiamato a riferire al Congresso sulla più grave crisi migratoria della storia spagnola recente, l’assalto a Ceuta nella notte tra il 30 e il 31 luglio, ha messo in scena un’informativa vergognosa, che anche i giornali di regime faticano a difendere.
Tre bugie in un colpo solo.
Da manuale del traditore.
La prima bugia riguarda i numeri.
Sánchez parla di 40 mila ingressi irregolari.
La sua stessa Polizia di frontiera e la Guardia Civil, nei rapporti ufficiali trapelati su El Mundo ne contano 70 mila.
Trentamila persone sparite con un colpo di spugna.
Non è un errore statistico.
È il tentativo disperato di ridimensionare la più grande invasione via mare mai vista a Ceuta.
La seconda bugia riguarda il Marocco.
Davanti ai deputati Sánchez dichiara solenne:
“Nessuno ha fornito al governo spagnolo prove concrete che il Marocco abbia pianificato o orchestrato l’afflusso”.
Anzi, la collaborazione con Rabat sarebbe “francamente positiva”.
Peccato che il rapporto riservato della Polizia Nazionale, dica l’esatto contrario: permissività deliberata delle guardie marocchine, varchi aperti su ordine, avvertimenti preventivi ignorati da Madrid, e la presenza di presunti agenti dei servizi segreti di Rabat, fotografati dalle telecamere della Guardia Civil mentre facilitavano l’assalto dalla diga di Tarajal.
Persino il Marocco lo umilia:
“Vi avevamo avvertito. La responsabilità è condivisa”.
E due ministri marocchini, nello stesso giorno, chiedono l’annessione di Ceuta e Melilla.
Sánchez tace e ringrazia per la “lealtà”.
Non poteva mancare la terza di bugia, quella sul complotto.
Per non accusare il suo padrone di Rabat, da cui dipende la sua sopravvivenza politica, Sánchez si inventa la barzelletta più ridicola mai sentita in un Parlamento europeo: la colpa sarebbe di “reti di disinformazione russe e israeliane” che avrebbero amplificato sui social la sentenza della Cassazione sui rimpatri.
Una dichiarazione che fa acqua da tutte le parti.
Un premier sempre più inadeguato a gestire la crisi.
Noi diciamo: non inadeguato. Servo.
Perché la verità è sotto gli occhi di tutti.
Mentre 70 mila irregolari sfondavano Ceuta, Sánchez non ha schierato l’esercito per difendere il confine.
Lo ha schierato giorni dopo contro gli spagnoli.
Milioni di spagnoli sono scesi in piazza, a Madrid, Siviglia, Saragozza, León, con le bandiere nazionali al grido di
“¡Ceuta no se vende, Ceuta se defiende!”.
Manifestazione pacifica, famiglie, lavoratori.
Risposta del governo socialista?
Antisommossa, manganelli, spray al peperoncino in faccia.
Coraggioso con il popolo disarmato. Codardo con il sultano.
Il risultato è quello che merita.
Sánchez è ai minimi storici.
Il CIS, l’istituto di sondaggi statale non certo di destra, lo dà al 19% di fiducia nel governo e al 22% di approvazione personale.
Mai così in basso dal 2018.
I suoi stessi alleati di governo, Sumar, Podemos, ERC, Bildu, PNV, hanno preso le distanze in aula dall’informativa.
Feijóo ha chiesto le dimissioni immediate.
A Bruxelles ormai lo prendono per un bugiardo patologico.
L’unica leader europea che ancora lo difende è Elly Schlein.
Il che è tutto dire.
La tragedia di Ceuta è la Caporetto di Sánchez.
Tra la Spagna e il Marocco, ha scelto il Marocco.
Il popolo spagnolo ha scelto di mollarlo.





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