Riccardo Bianchi
Roma torna a fare i conti con le occupazioni scolastiche. Diversi istituti superiori della Capitale sono coinvolti in una mobilitazione che mescola problemi concreti, come edifici fatiscenti e carenze nella manutenzione, a rivendicazioni politiche contro il Governo, la spesa militare e le scelte di politica internazionale.
Che gli studenti abbiano il diritto di protestare è fuori discussione. Così come è sacrosanto pretendere scuole sicure, strutture dignitose e investimenti adeguati nell’istruzione. Ma c’è una domanda che troppo spesso rimane senza risposta: chi tutela il diritto di chi non vuole occupare e desidera semplicemente andare a scuola?
Perché una scuola pubblica non appartiene ai collettivi studenteschi, né alle organizzazioni politiche che eventualmente li sostengono. Appartiene alla comunità nazionale, che attraverso le proprie istituzioni ha il dovere di garantirne il funzionamento.
Eppure, anche questa volta, accanto alle legittime richieste di interventi sugli edifici, troviamo slogan sul riarmo, sulla Palestina e contro il Governo Meloni. Temi sui quali ciascuno è libero di esprimere le proprie opinioni, ma che non possono diventare il presupposto per imporre una posizione politica all’intera comunità scolastica.
La libertà di manifestare non può trasformarsi nel potere di decidere per tutti. Uno studente che non condivide un’occupazione non dovrebbe essere costretto a rinunciare alle lezioni. E un insegnante dovrebbe poter svolgere regolarmente il proprio lavoro.
C’è poi una contraddizione che merita attenzione: si chiedono maggiori risorse per la scuola, ma quando durante le occupazioni si verificano danneggiamenti, a pagarne le conseguenze è ancora una volta la collettività. Naturalmente, le responsabilità devono essere accertate individualmente, senza criminalizzare chi manifesta pacificamente.
In una visione che mette al centro la sovranità nazionale e popolare, la scuola rappresenta uno dei pilastri fondamentali dello Stato. È il luogo nel quale si formano i cittadini di domani, non uno spazio da trasformare in terreno permanente di scontro ideologico.
Questo significa pretendere dalle istituzioni risposte concrete sul degrado degli edifici, ma anche il rispetto delle regole e della continuità didattica.
Uno Stato autorevole non è quello che impedisce ai giovani di protestare, ma quello che sa ascoltarli senza rinunciare a garantire i diritti di tutti.
Perché la vera libertà non consiste nell’occupare una scuola per affermare le proprie idee, ma nel poterle esprimere senza impedire agli altri di esercitare le proprie.
E forse, prima di discutere dell’ennesima occupazione, dovremmo ricordare un principio elementare: la scuola è di tutti. Anche di chi non protesta.





Rispondi