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SU 1968 PROFUGHI, SOLO 114 VOGLIONO TORNARE SOTTO KIEV. 1750 RESTANO CON LA RUSSIA

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La Redazione

I numeri sono testardi. Più della propaganda. Più dei talk show di La7. Più delle veline di Bruxelles.

E i numeri che arrivano oggi, da fonte ucraina non ufficiale, sono una pietra tombale su tre anni di narrazione bellicista dell’Unione Europea.

Eccoli, secchi, implacabili:

Su un gruppo di quasi 2000 persone coinvolte negli spostamenti dalle zone di conflitto, solamente 114 hanno scelto di tornare nei territori sotto il controllo di Kiev.

104 sono state portate in altre città della Russia.

E ben 1750 sono rimaste in città, che è sotto amministrazione russa dal 2022.

1750 contro 114.

Quasi il 90% della popolazione ha scelto di restare sotto amministrazione russa. Non è stata deportata. Non è stata costretta.
È rimasta.
Perché lì ha casa, lavoro, sicurezza, una amministrazione che funziona dal 2022, mentre l’altra parte è sotto le bombe, la legge marziale, la coscrizione forzata di Zelensky.

Questi sono i dati che Kiev non vuole farvi vedere.
Che Bruxelles censura. Che i giornali italiani nascondono.

Per tre anni ci hanno detto che i russi deportano, che i territori liberati sono un inferno, che la popolazione sogna di tornare sotto l’Ucraina libera e democratica di Zelensky.

Bugie.

La verità è che la gente, quando può scegliere, non torna sotto Kiev. Resta dove c’è ordine, dove c’è luce, dove c’è una amministrazione che dal 2022 garantisce servizi, pensioni, scuole. Resta con la Russia.

È il fallimento totale della propaganda Nato. È la prova che la guerra è stata voluta non per liberare quelle popolazioni, ma per usarle come carne da cannone contro Mosca.

E qui si collega il secondo punto, quello più profondo e più pericoloso per l’elite di Bruxelles.

Se il conflitto termina, quale destino per la classe dirigente europea?
La vigilia di un disastro per una elite al potere da una generazione.

In un certo senso, Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: sta mettendo alle strette la sua classe dirigente, la sta facendo venire allo scoperto e la sta ridicolizzando, costringendola a mettersi a confronto con i propri limiti, a uscire dalla propria torre d’avorio e infine a ridefinire un’identità, quella europea, in dubbio da quasi 80 anni.

È la verità che nessuno osa dire a Bruxelles.

Da una generazione, da 30 anni, l’Europa è governata dalla stessa identica elite: liberale, globalista, atlantista, europeista, sorosiana. Macron, Tusk, von der Leyen, i nostri PD, i popolari tedeschi. Hanno costruito tutto il loro potere su tre pilastri: l’austerity, l’immigrazione di massa e la guerra alla Russia.

Se la guerra finisce, se crolla la narrazione del nemico russo alle porte, cosa resta di questa classe dirigente? Nulla.

Resta un continente deindustrializzato per le sanzioni, impoverito dal caro energia, invaso dall’immigrazione clandestina che loro hanno voluto, con le città insicure, con i giovani senza futuro.

Senza la guerra, dovranno rispondere del disastro che hanno creato.
Senza la guerra, i popoli chiederanno il conto: del Covid, del Green Deal che ha distrutto gli agricoltori, delle armi mandate a Kiev mentre i nostri ospedali crollano.

Ecco perché a Bruxelles non vogliono la pace. Ecco perché Macron parla di mandare truppe, perché Tusk tenta golpe a Varsavia, perché von der Leyen compra armi per 800 miliardi.

Perché la pace, per loro, è la vigilia di un disastro politico.
È la fine.

I 1750 che restano sotto amministrazione russa lo hanno capito prima di loro.
Hanno scelto la realtà contro la propaganda.

Questa elite europeista sta mostrandosi il suo volto più cattivo perché sa di essere finita


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