La Redazione
Strattona un bimbo che passeggiava con la zia e tenta di portarlo via.
La donna reagisce e lo salva.
Quattro giorni dopo il padre lo riconosce per strada e chiama la Polizia.
Fuga in bus, intercettato e sbattuto in carcere per tentato sequestro aggravato.
Ancora una volta un irregolare.
Ancora una volta un bambino.
Dove sono le sinistre con le bandierine arcobaleno?
Tor Sapienza, Roma. Pomeriggio qualunque. Una zia passeggia con il nipotino.
Un uomo si avvicina, lo strattona con forza, tenta di sottrarlo e di portarlo via.
La donna ha un riflesso da leonessa: si aggrappa al bambino, urla, non molla.
L’uomo fallisce e scappa.
Quattro giorni dopo, il padre del bambino è nella stessa zona, a pochi passi dal luogo del tentato rapimento.
Vede un uomo.
Lo riconosce dalla descrizione dettagliata fatta dalla sorella. Chiama subito la Sala Operativa della Questura di Roma.
L’uomo capisce, tenta la fuga salendo su un autobus in transito.
Ma gli agenti del V Distretto Prenestino, guidati in tempo reale dalle indicazioni del padre, intercettano il bus poco più avanti.
A bordo, tra i passeggeri, lui.
Bloccato, gli mostrano la foto del bambino.
La sua reazione lo tradisce.
Poi il riconoscimento fotografico della zia, senza ombra di dubbio, cristallizza il quadro.
Si tratta di un 47enne di origine nigeriana, irregolare sul territorio nazionale e senza fissa dimora.
Ora è in carcere a Regina Coeli, gravemente indiziato per tentato sequestro di persona aggravato, a disposizione della magistratura.
Ma cosa ci faceva un irregolare senza fissa dimora, con zero diritto di stare in Italia, ancora libero di circolare a Tor Sapienza e di tentare di rapire bambini?
Cosa sarebbe successo se la zia non avesse avuto quella prontezza, dove sarebbe quel bambino oggi?
È l’ennesimo caso.
Non è un episodio isolato.
È un pattern.
A Roma, a Milano, a Napoli, sono decine i tentativi di sottrazione di minori da parte di irregolari.
Sempre lo stesso profilo: uomo, 30-50 anni, irregolare, senza fissa dimora, senza documenti, che non dovrebbe essere qui.
Sempre lo stesso finale: se va bene, la famiglia si salva per miracolo.
Se va male, finisce sui giornali nazionali per tre giorni e poi silenzio.
E mentre questo succede, cosa fa lo Stato?
La sinistra, i sinistrati con le bandierine “Refugees Welcome”, dove sono?
Quelli che hanno trasformato l’Italia in un campo profughi a cielo aperto, al terzo mondo, dove sono?
Quelli che ci dicono che “l’immigrazione è una ricchezza”, che “dobbiamo accogliere”, dove sono quando una zia deve fare a botte per strada per non farsi rubare il nipote?
Lo diciamo chiaro, senza paura di essere bannati:
Un Paese che non è in grado di espellere un irregolare senza fissa dimora non è un Paese sovrano.
È un territorio occupato.
Un Paese dove una zia deve fare da bodyguard al nipote per paura che glielo rapiscano al parco non è un Paese sicuro.
È il Terzo Mondo.
La sicurezza dei bambini viene prima di tutto.
Prima del politically correct, prima del “non facciamo di tutta l’erba un fascio”, prima degli accordi di Dublino.
Basta.
Perché oggi è andata bene grazie a una zia coraggiosa e a un padre attento.
Domani potrebbe non andare così.
Difendiamo i nostri bambini.
Difendiamo la Patria
Prima che sia troppo tardi.





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