Ramona Castellino
Alle prossime mid-term americane non si vota solo per il Congresso.
Si vota per la vita o per la morte.
Insieme alle elezioni di metà mandato che decideranno il futuro di Trump, in quattro Stati americani si terranno quattro referendum sull’aborto.
Quattro battaglie che decideranno se l’America continuerà a essere un mattatoio di innocenti o se inizierà a tornare indietro dopo la storica sentenza Dobbs che ha cancellato Roe vs Wade.
Ecco il quadro, Stato per Stato:
In Idaho, Nevada e Virginia, la sinistra abortista, finanziata da Planned Parenthood e dai miliardari di Soros, ha raccolto le firme per portare al voto emendamenti costituzionali che vogliono ampliare e blindare l’interruzione di gravidanza nelle Costituzioni statali.
Cosa vuol dire “blindare”?
Vuol dire rendere l’aborto un diritto intoccabile, fino al nono mese, senza limiti, pagato con i soldi dei contribuenti, cancellando ogni legge pro-life, ogni periodo di riflessione, ogni obiezione di coscienza. Vuol dire mettere in Costituzione il diritto di uccidere un bambino.
È il modello California, il modello New York, che vogliono estendere ovunque.
Discorso opposto, e speranzoso, in Missouri.
Lì, nel 2024, con un referendum ingannevole passato con il 51%, era stato introdotto in Costituzione un presunto “diritto” all’aborto.
Un colpo durissimo per il movimento pro-life in uno Stato del Midwest tradizionalmente conservatore.
Ora il Missouri ci riprova al contrario: un nuovo referendum per cancellare quel “diritto e restituire al legislatore e al popolo la possibilità di proteggere i nascituri. Sarebbe la prima volta nella storia americana che uno Stato cancella un emendamento abortista appena approvato.
Una svolta epocale.
Ma la vera notizia, quella che fa tremare la sinistra e anche certi cattolici tiepidi è un’altra.
I vescovi americani sono scesi in campo direttamente.
Non più comunicati diplomatici.
Non più “discernimento”. Non più fede confinata nel privato come vogliono i laicisti.
Lettere pastorali lette in tutte le messe. Campagne porta a porta organizzate dalle diocesi.
Milioni di dollari raccolti dalle parrocchie per le campagne pro-life. Vescovi che dal pulpito dicono chiaro: votare per l’aborto è peccato grave.
Che chiamano i fedeli a mobilitarsi.
È un salto di qualità enorme.
È la Chiesa che torna a fare la Chiesa.
Che capisce che non puoi predicare la carità se poi lasci che vengano smembrati 1 milione di bambini l’anno nelle cliniche.
È la smentita totale dell’idea, tanto cara alla sinistra e al cattocomunismo italiano, che la fede sia una cosa privata, da vivere in casa, senza disturbare.
Quando è in gioco l’esistenza di chi non ha voce, di un bambino di 8 settimane che ha già il cuore che batte, la fede non può stare in silenzio.
Deve gridare.
In America i vescovi hanno capito che la battaglia per la vita si vince solo se la Chiesa si sporca le mani.
In Italia cosa fanno i nostri vescovi mentre la legge 194 fa 70.000 morti l’anno?
Tacciono.
Fanno convegni sull’accoglienza e sul clima.
Benedicono le coppie gay.
Fanno omelie generiche sulla pace.
Negli USA i vescovi dicono:
“Se voti per l’aborto, non sei in comunione con la Chiesa”.
In Italia quanti vescovi hanno il coraggio di dirlo a un politico che si professa cattolico e vota per l’aborto o per l’eutanasia?
Zero.
La battaglia americana ci insegna una cosa: senza Dio, senza una fede pubblica, militante, che entra nelle leggi e nelle piazze, il mondo pro-life perde.
Con i vescovi in campo, invece, si può vincere.
In Missouri si può cancellare un diritto di morte.
E anche in Italia, prima o poi, dovremo avere il coraggio di chiedere ai nostri parroci, ai nostri vescovi, di fare lo stesso: scendere in campo.
Non solo per i migranti. Ma per i bambini mai nati che non hanno nemmeno una bara.





Rispondi