Giulio Saraceni
Nel cinema italiano c’è un genere che non tramonta mai: la crisi della borghesia progressista.
Lei non ama più lui. Lui ama un’altra. Il figlio è traumatizzato. Il padre è assente. La madre è complicata. Tutti parlano moltissimo e nessuno risolve niente.
Poi, improvvisamente, arriva il balletto finale. Meglio se sulle note di una canzone spagnola. E la crisi esistenziale, almeno per qualche minuto, sembra superata.
Da tempo si discute di un cinema sempre più chiuso nei propri ambienti, con gli stessi autori, gli stessi attori, le stesse storie e, soprattutto, gli stessi tormenti. Un piccolo universo romano in cui cambiano i titoli dei film, ma non cambiano i problemi dei protagonisti.
Fuori, intanto, il Paese discute di affitti, stipendi e precarietà.
Dentro lo schermo, invece, un uomo con una casa bellissima continua a chiedersi se ama davvero sua moglie.
È la nuova frontiera del realismo italiano: la disperazione, purché chic.





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