Ramona Castellino
Guardate le immagini che arrivano da Parigi e toglietevi dalla testa la parola “protesta”.
Quella che vedete non è una protesta.
È una presa di potere.
Autobus incendiati con l’autista ancora a bordo. Scuole devastate perché “luoghi degli infedeli”. Negozi saccheggiati come bottino di guerra. Insegnanti francesi feriti a coltellate perché hanno osato mostrare una vignetta.
Agenti di polizia lincati in 10 contro 1.
E sopra tutto questo, sventola una sola bandiera: non quella francese, blu-bianco-rossa.
Quella palestinese. Verde-bianco-nero-rosso
È il simbolo.
Non stanno protestando contro Macron.
Stanno dicendo: questa terra non è più vostra.
È nostra.
Il dato anagrafico che l’Eliseo nasconde come un segreto militare è che un quinto dei nuovi nati in Francia porta oggi un nome islamico.
Un bambino su cinque non si chiama più Pierre, Jacques, François.
Si chiama Mohamed, Amir, Youssef.
Quando il 20% dei tuoi figli è già islamico, non hai più un problema di integrazione.
Hai un problema di sopravvivenza come popolo.
La Francia non sta diventando islamica.
La Francia è già islamica nel suo ventre. Quello che vedete per strada è solo la conseguenza politica di una sostituzione biologica già avvenuta.
La sinistra e i media di regime, da Le Monde a Repubblica, hanno un copione unico da 40 anni: è “disagio delle banlieue”, è “rabbia sociale”, è “colpa del razzismo sistemico”.
Falso.
Sono gli stessi organizzatori, sui canali Telegram in arabo e francese, a chiamarla con il suo vero nome: INTIFADA.
Non è una parola a caso.
Intifada significa “rivolta”, ma nella dottrina islamica significa rivolta santa per liberare una terra occupata dagli infedeli e sottometterla ad Allah.
Hanno usato la stessa parola a Gaza, in Cisgiordania.
Ora la usano a Parigi, Lione, Marsiglia.
Stanno dicendo chiaramente: la Francia è terra occupata. Occupata dai francesi. Va liberata.
E il governo francese cosa fa?
Macron tratta.
Manda mediatori. Chiede “calma”.
Come se si potesse negoziare con chi vuole cancellarti.
Hanno già annunciato la replica: 13 ottobre, mobilitazione nazionale. Non sarà una manifestazione.
Sarà un test di forza. Vogliono dimostrare che possono paralizzare la Francia quando vogliono, dove vogliono.
Parigi è solo l’anticipo.
È la prova generale.
Perché questo è il modello che verrà esportato in tutta Europa.
È lo stesso copione che abbiamo visto a Vicenza, dove 2000 islamisti hanno urlato “bruciamo tutto come in Francia”.
È lo stesso copione del Tribunale della Sharia aperto a Padova in via Armistizio.
Prima arrivano, poi si moltiplicano, poi chiedono diritti separati, poi impongono la loro giustizia, poi bruciano tutto quando gli viene detto di no.
La Francia ha fatto da apripista.
Ha aperto le porte negli anni ’70, ha tolto il Crocifisso dalle scuole, ha messo il velo nei tribunali, ha lasciato che le banlieue diventassero emirati autonomi dove la polizia non entra più.
Oggi paga il conto.
Le sue scuole, quelle senza Crocifisso, bruciano.
Questa non è una questione francese.
È una questione di civiltà.
O l’Europa si risveglia, chiude le frontiere, rimpatria gli irregolari, chiude i tribunali della Sharia, rimette il Crocifisso al centro e dice con orgoglio che l’Europa è cristiana e lo resterà, oppure finirà.
Schiava in casa propria. Con la propria bandiera ammainata e sostituita da quella palestinese, come a Parigi.
Futuro Nazionale lo dice da anni: non è razzismo, è realtà.
Non è islamofobia, è legittima difesa.
Se Parigi cade il 13 ottobre, il prossimo rogo non sarà a 1000 km. Sarà a Padova, a Milano, a Roma.
E allora sarà troppo tardi per indignarsi.
Ora è il momento di stare dalla parte della Francia vera.
Quella di Giovanna d’Arco, non quella di Macron.
Dio salvi la Francia. Perché i francesi non sembrano più in grado di farlo da soli.





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