Giulio Saraceni
Gli italiani, si sa, amano i sondaggi. O forse amano semplicemente leggerli, un po’ come l’oroscopo: ogni mattina bisogna sapere che cosa ci riserva il destino, possibilmente prima ancora di aver bevuto il caffè.
E così, puntuale come il mal di schiena, arriva il sondaggio del giorno. Un partito sale, un altro scende, uno recupera, un altro perde terreno. Ieri era in crisi, oggi è in rimonta, domani potrebbe risorgere. Basta aspettare il prossimo bollettino, che tanto non tarda mai.
Ma a me, più che i partiti, interessa un’altra questione: chi sono questi italiani che vengono continuamente interrogati?
No, perché vorrei conoscerli.
Sono sempre gli stessi? Li chiamano ogni mattina mentre fanno colazione? Li interrompono al supermercato, sotto la doccia, durante una riunione condominiale? E loro rispondono sempre, con ammirevole senso civico, pronti a dichiarare le proprie intenzioni di voto anche mentre stanno cercando le chiavi della macchina?
«Pronto, buongiorno, siamo un istituto di sondaggi. Lei per chi voterebbe?»
«Veramente sto cercando di capire dove ho parcheggiato.»
«Va benissimo. Ma se si votasse domenica?»
Ecco, io me li immagino così, questi italiani sondati. Una categoria misteriosa, una sorta di corpo scelto della democrazia statistica, sempre disponibile, sempre reperibile, sempre pronto a cambiare idea tra il lunedì e il martedì.
Oppure, ipotesi ancora più affascinante, i sondaggi vengono realizzati per via telepatica. Il sondaggista si concentra, chiude gli occhi, posa due dita sulla tempia e domanda mentalmente: «Scusi, lei oggi come la pensa?».
E l’elettore, magari mentre sta preparando il ragù, trasmette il suo orientamento politico attraverso le onde cerebrali.
Del resto, a giudicare da certi risultati, qualche dubbio viene.
Un giorno gli italiani sembrano avere le idee chiarissime. Il giorno dopo sono attraversati da profondi ripensamenti. La settimana successiva hanno cambiato nuovamente opinione, senza che nel frattempo sia accaduto nulla di particolarmente memorabile. O forse è accaduto tutto, ma soltanto nei titoli dei giornali.
Perché il sondaggio, ormai, è diventato una specie di oroscopo politico quotidiano. Non ci dice soltanto che cosa pensano gli italiani: ci suggerisce anche che cosa dovremmo aspettarci, chi dovrebbe preoccuparsi, chi potrebbe sorridere e chi farebbe bene a dormire con un occhio aperto.
Naturalmente, con tanto di decimali.
Perché il decimale dà autorevolezza. Se un partito passa dal 24,3 al 24,7 per cento, sembra che si sia verificato un evento storico. Se invece passa dal 24,7 al 24,3, si apre una fase di riflessione. Quattro decimi di punto possono diventare un terremoto, una svolta, un segnale inequivocabile. Poi arriva il sondaggio successivo e il terremoto si scopre essere stato una vibrazione del telefonino.
E guai a mettere in discussione il responso: c’è il campione, c’è il metodo, c’è il margine d’errore. Tutte cose serie, per carità. Ma sarebbe bello sapere anche quante persone sono state effettivamente intervistate, come sono state selezionate e quante hanno risposto con un «non lo so» pronunciato soltanto per liberarsi dell’interlocutore.
Perché il cittadino medio, quando sente squillare il telefono e una voce sconosciuta gli chiede di esprimere le proprie preferenze politiche, potrebbe anche avere altre priorità. Per esempio, capire se si tratta di una truffa, di un’offerta telefonica o di qualcuno che vuole vendergli un depuratore.
Ma veniamo al punto. Alla fine, dopo settimane di rilevazioni, grafici, percentuali, confronti e previsioni, arriva il momento della verità: si vota.
E lì, sorpresa, non votano i grafici. Non votano i decimali. Non votano neppure gli editorialisti che avevano già spiegato tutto il giorno prima.
Votano gli elettori.
E si contano le schede.
Che è una cosa diversa dal chiedere a un campione di persone che cosa farebbero se si votasse.





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