La Redazione
Finalmente una buona notizia.
Il governo Meloni ha detto NO.
No al maxi-aumento automatico di stipendio per i magistrati.
Nella manovra era scattato l’ennesimo adeguamento ISTAT per le toghe: circa 8.000 euro lordi l’anno in più a testa per oltre 10.000 magistrati.
Fate due conti: 80 milioni di euro l’anno, regalati a chi già guadagna in media 150.000 euro l’anno, con punte di 250.000 per i capi delle procure, più vitalizi, più privilegi, più ferie infinite.
Mentre gli italiani non arrivano a fine mese.
Il governo ha deciso di bloccarlo.
Quei soldi non andranno alla casta intoccabile dei giudici.
Andranno a camionisti e agricoltori.
A chi si alza alle 4 del mattino, a chi sta 12 ore su un tir per 1.800 euro al mese, a chi lavora la terra sotto il sole e viene massacrato dalle regole green di Bruxelles e dalle importazioni selvagge dal Marocco.
È una scelta di campo.
Da una parte chi produce, dall’altra chi vive di rendita sullo Stato e poi pretende pure di governare al posto del Parlamento.
E come ha reagito la casta?
Con quello che sa fare meglio: con gli insulti. Con la violenza verbale. Con il disprezzo classista per il popolo.
L’ultimo caso, riportato è il simbolo di chi si sente ed è intoccabile: un magistrato in servizio, quindi non un pensionato, non un ex, ha definito sui social il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni “nana borgatara”.
Nana. Borgatara.
Un insulto sessista, che colpisce l’altezza e il corpo di una donna.
E un insulto classista, che colpisce le sue origini popolari, romane, di Garbatella.
Della borgata, appunto.
Lo stesso magistrato che domani dovrà giudicare “in nome del popolo italiano” con imparzialità.
Lo stesso magistrato che se un cittadino comune scrive “toghe politicizzate” su Facebook viene denunciato per vilipendio.
Questa è la magistratura italiana oggi: una casta che prende 150.000 euro l’anno, che vuole 8.000 euro di aumento automatico mentre blocca le riforme, che sciopera contro la separazione delle carriere perché vuole continuare a fare il PM e il giudice nella stessa persona, unico caso al mondo, e che quando una donna di destra, cresciuta in periferia, diventa Presidente del Consiglio, la chiama “nana borgatara”.
Non è un insulto a Meloni.
È un insulto a milioni di italiani.
A tutte le donne che lavorano.
A tutti i ragazzi di borgata che studiano e ce la fanno.
Ecco perché bloccare quell’ aumento è sacrosanto.
Non è una questione di soldi.
È una questione di giustizia.
Perché non si possono dare 80 milioni a chi insulta il popolo in nome del popolo.
Quei soldi sono più utili sul camion di un padre di famiglia e sul trattore di un agricoltore che tiene in piedi il Made in Italy.
Il governo ha scelto finalmente da che parte stare.
Dalla parte di chi lavora.
Le toghe rosse hanno scelto da che parte stare.
Dalla parte degli insulti.
Dalla parte di chi è militante nelle opposizioni e non lo nasconde.





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