Ramona Castellino
Dopo l’accoltellamento di un uomo da parte di un cittadino sudanese, l’Irlanda del Nord è ripiombata nella tensione.
Ora spunta la minaccia della New IRA contro gli immigrati irregolari.
E Londra teme che la situazione possa degenerare.
L’Irlanda del Nord torna a fare i conti con un fantasma che sembrava relegato alle pagine più antiche della sua storia: quello delle organizzazioni paramilitari.
A Belfast, dopo l’accoltellamento di un uomo, attribuito a un richiedente asilo sudanese, le tensioni sociali sono esplose.
L’episodio, avvenuto nel giugno scorso, ha provocato proteste violente, incendi e attacchi contro abitazioni e attività commerciali riconducibili a cittadini stranieri.
Il caso giudiziario riguarda Hadi Alodid, 30 anni, accusato di tentato omicidio.
La miccia, insomma, era già accesa.
Ora compare la New IRA
Nelle ultime ore è tornato a circolare un video attribuito alla New IRA, organizzazione repubblicana dissidente ancora attiva in Irlanda e Irlanda del Nord.
Il messaggio sarebbe rivolto agli immigrati presenti illegalmente sul territorio: lasciare il Paese oppure affrontare le conseguenze.
La formula delle “24 ore” sta facendo il giro dei social e viene rilanciata da diversi canali e siti.
Ma su questo punto è necessaria cautela: al momento non è opportuno presentare il video come una comunicazione ufficiale dell’organizzazione senza una conferma indipendente delle autorità britanniche.
Ciò che è invece documentato è l’esistenza e l’attività della New IRA, gruppo paramilitare dissidente responsabile negli anni passati di attentati e azioni armate.
Secondo una ricostruzione pubblicata nelle ultime ore, gli apparati di sicurezza britannici starebbero prendendo sul serio il rischio di una campagna di intimidazione contro i migranti.
Il problema non è più soltanto l’immigrazione
La questione che emerge da Belfast è molto più ampia.
Quando una comunità perde fiducia nelle istituzioni, la protesta può trasformarsi rapidamente in conflitto sociale.
Ed è esattamente ciò che si è visto dopo l’accoltellamento: le immagini dell’aggressione diffuse online hanno alimentato rabbia e proteste, trasformandosi in violenze contro persone e proprietà straniere.
Il rischio, ora, è che alla rabbia popolare si aggiunga la presenza di gruppi paramilitari.
Ed è questo lo scenario che preoccupa maggiormente Londra: una questione che dovrebbe essere gestita attraverso polizia, tribunali e politica rischia di scivolare nelle mani di chi si sostituisce allo Stato.
Sul piano politico, l’esplosione della rabbia anti-immigrazione rappresenta inevitabilmente un terreno fertile per le forze che chiedono una stretta sui confini e sulle politiche d’asilo.
Nigel Farage e Reform UK hanno costruito una parte significativa della propria agenda proprio sulla promessa di un controllo più rigido dell’immigrazione.
Ma la vera domanda che Belfast pone alla politica britannica è un’altra: quanto può ancora reggere il sistema quando una parte crescente della popolazione percepisce lo Stato come incapace di controllare i propri confini?
Perché se lo Stato arretra, qualcun altro è sempre pronto a occupare quello spazio.
E la storia dell’Irlanda del Nord insegna quanto possa essere pericoloso.
C’è poi un ulteriore elemento strategico.
La frontiera irlandese, aperta nell’ambito degli accordi che hanno accompagnato il processo di pace, rende particolarmente delicata la gestione dei movimenti tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda.
In un contesto di crescente tensione migratoria, il timore è che il problema possa oltrepassare rapidamente i confini amministrativi e trasformarsi in una questione britannica più ampia.
Il governo di Londra si trova così stretto fra due emergenze: da una parte il controllo dell’immigrazione, dall’altra il rischio che la rabbia contro l’immigrazione venga trasformata in violenza organizzata.
C’è una conclusione che dovrebbe essere chiara a tutti.
Se un immigrato commette un reato, deve risponderne davanti alla giustizia.
E se le frontiere non funzionano, è il governo che deve assumersi la responsabilità di correggere il sistema.
Perché l’alternativa è molto più pericolosa.
Quando lo Stato perde il controllo del territorio, la piazza comincia a reclamare il diritto di farsene carico.
E in Irlanda del Nord tutti ricordano dove può portare questa strada.
Belfast, oggi, non è soltanto una nuova crisi migratoria.
È un campanello d’allarme.




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