L'Italia Quotidiano

Centrale del Latte di Roma: difenderla significa difendere lavoro, territorio e sovranità economica

Riccardo Bianchi

Ci sono aziende che possono essere giudicate soltanto attraverso un bilancio. E ce ne sono altre che, pur dovendo necessariamente stare in piedi economicamente, rappresentano qualcosa di più: una filiera produttiva, posti di lavoro, allevatori, competenze, un marchio storico e una capacità industriale radicata nel territorio.

La Centrale del Latte di Roma appartiene alla seconda categoria.

Ed è proprio per questo che quanto sta accadendo merita un dibattito molto più serio della solita contrapposizione tra chi vorrebbe vendere tutto ciò che è pubblico e chi pensa che basti mettere un’azienda sotto il controllo dello Stato o di un Comune perché questa debba essere mantenuta indipendentemente dai risultati.

Una posizione sovranista e sociale deve essere più esigente: la Centrale va difesa perché strategica, ma proprio per questo deve essere rilanciata, resa efficiente e sottratta alle logiche della partitocrazia.

Una storia romana tornata nelle mani di Roma

La Centrale accompagna la Capitale da oltre un secolo. Lo stabilimento oggi operativo in via Fondi di Monastero risale al 1979 e l’azienda continua a raccogliere, trasformare e distribuire latte e prodotti della filiera lattiero-casearia, mantenendo un rapporto diretto con gli allevamenti del Lazio.

La sua storia societaria, però, è stata tormentata.

Dopo la trasformazione in società per azioni, negli anni Novanta arrivò la privatizzazione. La maggioranza passò prima nell’orbita Cirio e successivamente a Parmalat, finita poi sotto il controllo della francese Lactalis.

Ne seguì un lunghissimo contenzioso.

Nel 2023 Parmalat restituì a Roma Capitale il 75,01% delle azioni; aggiungendolo al 6,72% già detenuto, il Comune è arrivato a controllare l’81,73% della Centrale. Il dato è riportato negli stessi documenti programmatori di Roma Capitale.

Dopo decenni, dunque, Roma tornava sostanzialmente proprietaria della sua Centrale del Latte.

Sembrerebbe la conclusione della storia.

In realtà era l’inizio della parte più difficile.

Tornare proprietari non significa automaticamente tornare sovrani

Qui emerge una lezione fondamentale per chi parla di sovranità economica.

Possedere le azioni di un’azienda non basta.

Bisogna possedere anche mercato, capacità produttiva, competenze, filiera, strategia e autonomia industriale.

La Centrale era rimasta per oltre vent’anni inserita nel sistema produttivo Parmalat-Lactalis. Nello stabilimento romano venivano realizzati anche prodotti Parmalat, per volumi nell’ordine di 30 milioni di litri all’anno. Con la separazione, quelle produzioni sono venute meno.

Secondo una ricostruzione del Corriere della Sera, l’uscita da Parmalat comportò una contrazione del 37% della produzione annuale e circa 25 milioni di fatturato collegato.

Il problema è facilmente comprensibile.

Una fabbrica possiede impianti, personale e strutture che producono costi anche quando lavorano al di sotto della propria capacità. Se improvvisamente perdi una parte enorme delle produzioni che tenevano occupati quegli impianti, il costo per ogni unità prodotta aumenta.

Ed è esattamente la situazione che la nuova Centrale ha dovuto affrontare.

Dai 2,4 milioni persi nel 2024 ai 10,76 milioni del 2025

I numeri impongono però di non raccontarci favole.

Il 2024 si era chiuso con una perdita di 2.436.199 euro. La stessa Centrale avvertiva nel proprio bilancio che la perdita del grande contratto di produzione Parmalat e i costi della separazione avrebbero prodotto conseguenze «fortemente negative» anche nell’esercizio successivo.

Il 2025 è stato molto peggiore.

La perdita è arrivata a 10.760.200 euro.

C’è però un dato apparentemente contraddittorio: contemporaneamente il fatturato è cresciuto di 5,5 milioni, raggiungendo 79,6 milioni di euro, +7,48%.

Quindi la Centrale sta vendendo di più, ma perde molto di più.

È questo il nodo industriale che Roma deve affrontare.

Secondo le spiegazioni dell’allora presidente Fabio Massimo Pallottini, oltre quattro milioni di impatto sarebbero riconducibili all’aumento del costo del latte, trasferito soltanto in minima parte sui consumatori; altri due milioni sarebbero collegati all’acquisto del latte dal sistema allevatoriale laziale. A ciò si aggiungono ristrutturazione, investimenti sui nuovi prodotti e soprattutto le conseguenze della separazione da Parmalat.

Sono spiegazioni rilevanti.

Ma quasi undici milioni di perdita restano quasi undici milioni di perdita.

Difendere un’impresa strategica non significa nasconderne i problemi. Significa risolverli.

Ed ecco il paradosso: Roma contempla la cessione

C’è infatti un particolare che rende questa vicenda politicamente ancora più importante.

Nel Documento Unico di Programmazione 2025-2027 di Roma Capitale, accanto alla partecipazione dell’81,73% nella Centrale del Latte compare la dicitura:

«Razionalizzazione: cessione a titolo oneroso».

Fermiamoci su questo punto.

Per decenni Roma combatte una controversia relativa alla proprietà della Centrale. Recupera finalmente il controllo dell’azienda. Si trova ad affrontare la difficilissima separazione industriale dal precedente socio. E sullo sfondo rimane la prospettiva della cessione.

La domanda diventa inevitabile:

qual è la strategia industriale di Roma Capitale per la Centrale del Latte?

Perché non basta decidere chi siederà nel prossimo consiglio d’amministrazione.

Bisogna decidere che cosa dovrà essere questa azienda fra dieci anni.

Latte laziale o dipendenza dalle multinazionali?

Ed è qui che la questione diventa perfettamente sovranista.

Quando parliamo di sovranità alimentare non stiamo parlando di mettere una bandierina italiana sulla confezione.

Parliamo della capacità di conservare sul territorio allevamenti, trasformazione, stabilimenti, distribuzione, occupazione e valore economico.

Una Centrale del Latte forte può rappresentare un punto d’incontro tra Roma e il sistema produttivo agricolo del Lazio.

Può significare acquistare materia prima dagli allevatori del territorio, trasformarla vicino al mercato di consumo, sviluppare nuovi prodotti e trattenere una parte maggiore del valore all’interno dell’economia regionale.

È economia reale.

Il latte viene prodotto da un allevatore, raccolto, trasformato da lavoratori in uno stabilimento, confezionato, trasportato e venduto.

Dietro una bottiglia ci sono terra, animali, imprese, salari, trasporti, industria e famiglie.

Perdere progressivamente questi pezzi significa diventare sempre più dipendenti da filiere decise altrove.

Ma “pubblico” non può significare “inefficiente”

Una politica sovranista seria deve però avere il coraggio di rompere anche un altro tabù.

Non tutto ciò che è pubblico è automaticamente buono.

Se la Centrale diventasse un luogo nel quale distribuire incarichi politici, accumulare personale inutile, rinviare ristrutturazioni necessarie e coprire ogni anno le perdite con denaro dei contribuenti, non staremmo difendendo la sovranità.

Staremmo semplicemente facendo pagare ai romani l’inefficienza.

Il controllo pubblico può essere giustificato soltanto se accompagnato da una gestione industriale estremamente rigorosa.

Servono quindi obiettivi verificabili, management competente, trasparenza sui conti, responsabilità sui risultati e soprattutto un vero piano industriale pluriennale.

Non un piano elettorale.

Un piano industriale.

La Centrale deve diventare il cuore di un sistema agroalimentare laziale

Ed esiste una prospettiva molto più interessante della semplice scelta tra “vendere” e “tenere”.

Trasformare la Centrale in uno dei pilastri di un polo agroalimentare romano e laziale.

La stessa azienda ha già cominciato a cercare nuove produzioni e nuovi mercati. Dopo la separazione da Parmalat sono state prospettate diversificazioni verso mozzarella, yogurt e altri prodotti, oltre alla ricerca di nuove lavorazioni per conto terzi.

Questa è la strada che merita di essere approfondita.

Il marchio Centrale del Latte di Roma possiede qualcosa che non si compra facilmente: identità territoriale e riconoscibilità.

Bisogna trasformarle in valore economico.

Latte del Lazio, derivati, filiere certificate, accordi con gli allevatori, innovazione di prodotto, mense, ristorazione, scuole, distribuzione regionale e nuovi mercati possono diventare parti di una strategia complessiva.

Non significa che ogni prodotto debba essere necessariamente realizzato dalla Centrale. Significa costruire intorno ad essa un sistema nel quale il territorio produca e trattenga valore.

Difendere anche gli allevatori significa fare politica sociale

C’è infine un elemento che distingue una visione puramente finanziaria da una visione sociale dell’economia.

Se guardiamo soltanto il prezzo, il latte è una commodity.

Se guardiamo il sistema economico nazionale, dietro quel prezzo esiste un allevatore.

E se quell’allevatore non riesce più a sostenere i costi, chiude.

Una volta chiusa l’azienda agricola, però, non abbiamo soltanto perso un’impresa. Abbiamo perso produzione alimentare nazionale, occupazione, presidio del territorio e una parte della nostra capacità di approvvigionamento.

Questo non significa pagare qualsiasi prezzo indipendentemente dal mercato.

Significa comprendere che la filiera agroalimentare possiede un valore strategico che un foglio Excel, da solo, non misura.

Non svendere. Non assistere. Rilanciare.

È questa, secondo noi, la posizione che dovrebbe assumere una destra autenticamente sociale e nazionale.

Non la privatizzazione come dogma.

Non la nazionalizzazione come dogma.

L’interesse nazionale come criterio.

Se un partner industriale può portare tecnologia, mercato e capitali senza sottrarre a Roma il controllo strategico dell’azienda, la proposta merita di essere valutata.

Se il capitale pubblico è necessario per finanziare un piano industriale credibile che renda successivamente la Centrale autonoma e competitiva, può essere un investimento.

Se invece qualcuno immagina semplicemente di coprire perdite indefinite con le tasse dei cittadini, deve essere fermato.

E se l’unica risposta alle difficoltà fosse vendere un’altra volta un patrimonio appena recuperato, Roma avrebbe il diritto di sapere perché e nell’interesse di chi.

La sovranità economica comincia dalle cose concrete

Parlare di sovranità soltanto nei convegni è facilissimo.

La prova arriva quando bisogna decidere cosa fare di una fabbrica vera.

La Centrale del Latte di Roma mette davanti alla politica esattamente questa scelta.

C’è uno stabilimento. Ci sono lavoratori. Ci sono allevatori. C’è una filiera regionale. C’è un marchio costruito in oltre un secolo. Ci sono quasi 80 milioni di euro di fatturato, ma anche 10,76 milioni di perdite che nessuno può ignorare.

La risposta sovranista e sociale non può quindi essere né «vendiamo tutto» né «paghi lo Stato».

Deve essere molto più ambiziosa:

facciamola funzionare.

Costruiamo intorno alla Centrale una filiera laziale forte, proteggiamo la produzione, pretendiamo efficienza dal management, coinvolgiamo capitale privato quando serve senza rinunciare al controllo delle scelte strategiche e utilizziamo il patrimonio pubblico per generare nuova ricchezza, non clientele.

Perché la sovranità economica non è uno slogan.

È la capacità di un popolo di continuare a produrre, lavorare e decidere a casa propria.

E se non siamo capaci di farlo nemmeno con il latte che arriva dalle campagne intorno a Roma, sarà difficile spiegare come pensiamo di farlo con energia, tecnologia, industria e infrastrutture.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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