La Redazione
L’enclave spagnola è diventata il laboratorio del fallimento migratorio europeo.
Pressione sui servizi, allarme sicurezza e tensioni politiche travolgono il governo socialista.
C’è un luogo in Europa dove la retorica sulle frontiere aperte si scontra ogni giorno con la realtà.
Quel luogo si chiama Ceuta.
L’enclave spagnola, incastonata sulla costa nordafricana, è tornata al centro della crisi migratoria,
dopo l’arrivo massiccio di migranti provenienti dal Marocco.
A settimane di distanza dall’emergenza, la situazione resta incandescente: strutture sottoposte a forte pressione, autorità locali in difficoltà e un clima politico sempre più teso.
E mentre Madrid cerca di contenere i danni, la questione vera rimane su chi controlla davvero la frontiera meridionale dell’Europa.
Le cifre e le denunce riportate nelle ultime settimane descrivono una situazione tutt’altro che ordinaria.
Tra i problemi segnalati figurano anche un numero altissimo aggressioni sessuali, comprese denunce riguardanti minorenni.
Un vero è proprio assedio nella criminalità più totale.
E quando un territorio di dimensioni limitate viene sottoposto a una pressione eccezionale, lo Stato dovrebbe essere in grado di garantire sicurezza e ordine pubblico.
Una frontiera non è soltanto una linea sulla carta.
È il luogo nel quale uno Stato dimostra concretamente di esercitare la propria sovranità.
Per Pedro Sánchez la crisi arriva nel momento peggiore.
Il premier socialista, tornato da pochissimo dalle vacanze che hanno avuto il sapore di una fuga, deve tenere insieme due esigenze apparentemente inconciliabili: impedire che la pressione migratoria travolga Ceuta e, contemporaneamente, preservare la collaborazione con Rabat, indispensabile per il controllo dei flussi verso la Spagna.
Ma quando la sicurezza di una frontiera dipende dalla disponibilità di un governo straniero a collaborare, emerge una vulnerabilità strategica.
La Spagna controlla la frontiera, ma per controllarla ha bisogno del Marocco.
È questa la contraddizione che Sánchez deve spiegare agli spagnoli.
E le difficoltà non sembrano più confinate all’opposizione.
Le critiche provenienti anche dagli ambienti socialisti locali, mostrano quanto la crisi stia diventando politicamente tossica per il governo
La crisi di Ceuta mette l’Unione davanti ad una questione molto importante, se ha ancora senso difendere la libera circolazione interna se non si è in grado di proteggere efficacemente le frontiere esterne.
Schengen nasce da un presupposto preciso: meno controlli alle frontiere interne in cambio di frontiere esterne realmente presidiate.
Se il secondo elemento viene meno, il primo rischia di diventare insostenibile.
Per questo il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne, laddove previsto dalle regole europee e giustificato da una concreta emergenza, è legittimo e sacrosanto.
La sovranità passa dall’autonomia di uno Stato che deve poter decidere chi entra nel proprio territorio, in quali condizioni e con quali garanzie.
Ceuta è piccola, ma il problema che rappresenta è enorme.
Se una città di frontiera può essere sottoposta a una pressione migratoria tale da mettere in difficoltà servizi, autorità e sistema giudiziario, allora il problema non riguarda soltanto la Spagna.
Riguarda tutta l’Europa.
Perché Ceuta non è semplicemente una città spagnola affacciata sull’Africa.
È una frontiera dell’Unione europea.
E quando una frontiera europea va in crisi, Bruxelles non può limitarsi a chiedere pazienza, Madrid non può limitarsi a cercare compromessi e i cittadini non possono essere chiamati semplicemente ad accettare l’inevitabile.
Una frontiera esiste per essere controllata.
Uno Stato esiste per garantire sicurezza.
E un’Unione che pretende di avere frontiere comuni dovrebbe essere la prima a difenderle.
Ceuta è l’ennesimo esempio plastico di un Unione Europea da rivoluzionare completamente.
Ignorarlo significa aspettare che il problema arrivi altrove.




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