Riccardo Bianchi
C’è un errore che sarebbe bene evitare quando si parla degli attacchi alle chiese in Italia: gonfiare i numeri per dimostrare una tesi. Non ce n’è bisogno. I dati disponibili sono già abbastanza seri da porre una questione politica, culturale e di sicurezza, mentre ciò che ancora manca nei dati ufficiali italiani rende il problema persino più evidente.
Furti, vandalismi, profanazioni, danneggiamenti di immagini sacre, aggressioni e minacce contro religiosi non sono tutti la stessa cosa e non hanno necessariamente la stessa matrice. Ma esistono. E quando il bersaglio è scelto proprio perché rappresenta la fede cristiana, non siamo più davanti soltanto a un vetro rotto o a una statua danneggiata: siamo davanti a un attacco alla libertà religiosa e a uno dei fondamenti storici della civiltà italiana.
I numeri dell’OSCE consentono di partire da un dato solido. Nel 2024 le autorità italiane hanno registrato 893 reati riconducibili alla più ampia categoria degli hate crimes. Erano 1.106 nel 2023, 1.393 nel 2022, 1.445 nel 2021 e 1.111 nel 2020. La rilevazione italiana comprende, tra le diverse motivazioni discriminatorie registrate nel sistema SDI, anche il pregiudizio anticristiano.
Ma bisogna leggere questi numeri correttamente. Gli 893 casi non sono 893 reati contro i cristiani: comprendono motivazioni differenti. È importante dirlo perché difendere la Chiesa non richiede di manipolare una sola cifra.
Quello che l’OSCE dice specificamente sull’anticristianesimo è però significativo.
L’OSCE: in Italia soprattutto furti, vandalismi e profanazioni contro i cristiani
L’Office for Democratic Institutions and Human Rights dell’OSCE raccoglie, oltre alle statistiche trasmesse dagli Stati, le segnalazioni provenienti dalla società civile e da organismi specializzati.
Per l’Italia, nel 2024, sono stati trasmessi all’ODIHR 253 episodi complessivi appartenenti alle categorie anticristiana, antisemita, anti-musulmana e anti-LGBTI. Le fonti comprendono organizzazioni specializzate e, per gli episodi anticristiani, anche la Santa Sede e l’Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians in Europe.
E l’OSCE fa un’osservazione molto precisa sull’Italia:
la maggioranza degli episodi anticristiani segnalati riguarda attacchi alla proprietà, comprendenti furti, vandalismi e profanazioni.
Non soltanto.
L’organizzazione internazionale segnala anche gravi aggressioni contro sacerdoti cattolici.
Questa è una fonte internazionale, non una dichiarazione di un’associazione cattolica italiana.
Gli episodi anticristiani attraversano tutto l’anno
La banca dati OSCE permette persino di osservare la distribuzione temporale delle segnalazioni.
Compaiono episodi anticristiani italiani a gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre 2024.
Praticamente durante tutto l’anno.
E la tipologia dominante è impressionante per la sua ripetitività: “attacks against property”, attacchi alla proprietà.
A questi si aggiungono minacce e aggressioni contro persone.
Significa che non stiamo parlando soltanto di qualche caso natalizio di un presepe preso a calci da un vandalo.
Esiste una casistica molto più ampia.
Eppure in Italia difficilmente ne percepiamo l’insieme, perché ogni episodio rimane confinato nella cronaca locale: la statua distrutta in un Comune, il tabernacolo violato in un altro, il parroco aggredito altrove.
Presi separatamente sembrano piccoli episodi.
Messi insieme cominciano a raccontare qualcosa che merita almeno di essere misurato.
59 attacchi ai luoghi di culto: attenzione a cosa significa il dato
Esiste poi un’altra cifra importante.
Nei dati di polizia trasmessi dall’Italia all’OSCE compaiono, per il 2024, 59 attacchi contro luoghi di culto.
Ma anche qui bisogna essere rigorosi: non possiamo scrivere che siano 59 attacchi contro chiese cattoliche.
La categoria riguarda gli attacchi ai luoghi di culto rilevati nell’ambito complessivo dei dati italiani sugli hate crimes e non coincide automaticamente con il numero delle chiese cattoliche colpite.
Questa precisazione, però, porta direttamente al vero problema.
Perché nel Paese che ospita Roma e possiede uno dei più grandi patrimoni cristiani del mondo non disponiamo di un contatore pubblico, nazionale e immediatamente consultabile dei reati contro le chiese?
Dovremmo sapere quanti edifici cattolici vengono vandalizzati ogni anno.
Quanti tabernacoli vengono profanati.
Quante immagini sacre vengono distrutte.
Quanti sacerdoti vengono aggrediti.
Quanti furti vengono commessi nelle chiese.
E, soprattutto, in quanti casi viene accertata una motivazione anticristiana.
Non ogni furto in chiesa è cristianofobia
È necessario fare un’altra distinzione, proprio per rendere più forte la denuncia.
Un ladro che sottrae un quadro del Seicento perché vale 100.000 euro potrebbe non nutrire alcun odio verso il cristianesimo.
Un vandalo che distrugge deliberatamente un crocifisso perché rappresenta Cristo compie qualcosa di differente.
Una persona che aggredisce un sacerdote perché indossa l’abito religioso pone un problema ancora diverso.
Non dobbiamo confondere queste categorie.
Furto in una chiesa, vandalismo di una chiesa e reato anticristiano possono coincidere, ma non necessariamente coincidono.
Se vogliamo pretendere che la cristianofobia venga riconosciuta seriamente, dobbiamo essere noi per primi a rifiutare di attribuire automaticamente una matrice ideologica a ogni crimine.
Ma una volta accertato che un simbolo viene distrutto precisamente perché cristiano, allora bisogna avere lo stesso coraggio utilizzato per qualsiasi altra forma di odio religioso: chiamarlo con il proprio nome.
Poi esiste l’enorme problema dei furti d’arte
C’è un’altra dimensione nella quale le chiese italiane sono particolarmente vulnerabili: il patrimonio culturale.
Una chiesa italiana può contenere nello spazio di poche decine di metri quadrati dipinti, statue, reliquiari, crocifissi, calici, ostensori, manoscritti e arredi accumulati durante secoli.
È un patrimonio religioso, ma contemporaneamente è patrimonio della Nazione.
I dati del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale permettono di comprendere la dimensione generale del fenomeno criminale.
Nel 2024 i furti di beni culturali censiti sono saliti da 267 a 274. Le persone segnalate all’autorità giudiziaria per reati contro il patrimonio culturale sono passate da 981 a 1.356, un aumento di oltre il 38%.
Ancora una volta: i 274 furti non sono tutti avvenuti nelle chiese.
Ma la dimensione dell’attività criminale contro il patrimonio italiano è evidente.
Più di 80 mila beni recuperati in un solo anno
I numeri dell’Arma diventano ancora più impressionanti.
Nel 2024 i Carabinieri TPC hanno recuperato 80.437 beni d’arte, per un valore complessivamente stimato in 129.618.999 euro.
Sono stati inoltre sequestrati 2.804 beni contraffatti che, se commercializzati come autentici, avrebbero avuto un valore stimato superiore a 311 milioni di euro.
Sono state effettuate 505 perquisizioni, denunciate 1.356 persone e perseguite tre associazioni per delinquere, composte complessivamente da 63 soggetti.
La Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal Comando contiene inoltre oltre 1,3 milioni di file relativi alle opere ricercate.
Numeri che dovrebbero far comprendere una cosa elementare: proteggere il patrimonio custodito nelle chiese italiane non è folklore religioso.
È una questione nazionale.
Quando viene colpita una chiesa viene colpito qualcosa che appartiene anche a chi non crede
Qui la discussione deve uscire dal recinto confessionale.
Si può essere cattolici oppure no.
Si può andare a Messa ogni domenica oppure non entrarvi da trent’anni.
Ma nessun italiano può seriamente raccontare la storia della propria Nazione cancellando il cristianesimo.
Le nostre città sono cresciute intorno alle chiese. Le piazze hanno preso forma intorno alle cattedrali. La pittura, la scultura, la musica, l’architettura, le università, gli ospedali, le confraternite, le opere assistenziali e persino una parte enorme del nostro linguaggio sono incomprensibili senza il cristianesimo.
Dentro le chiese sono custodite opere realizzate da generazioni di italiani.
Quando qualcuno distrugge una statua della Madonna del Cinquecento non danneggia soltanto un oggetto utilizzato dai credenti.
Distrugge un pezzo d’Italia.
Quando viene rubato un reliquiario medievale, il danno non riguarda soltanto il parroco.
Riguarda la comunità nazionale.
Ma c’è qualcosa di ancora più grave: la profanazione
Un tabernacolo non è semplicemente un contenitore di pregio.
Per un cattolico custodisce l’Eucaristia.
Un crocifisso non è semplicemente una scultura.
Un altare non è semplicemente un tavolo antico.
È necessario comprenderlo anche quando non si condivide quella fede.
Perché la libertà religiosa significa precisamente questo: riconoscere e proteggere ciò che è sacro per un’altra persona.
La profanazione deliberata possiede quindi un significato che il semplice valore commerciale dell’oggetto non riesce a rappresentare.
Se qualcuno vandalizzasse deliberatamente un cimitero ebraico per odio antisemita, nessuna persona seria direbbe che sono state danneggiate soltanto delle pietre.
Lo stesso principio deve valere quando il bersaglio è cristiano.
Non può esistere una gerarchia delle religioni degne di essere protette.
Difendere i cristiani non significa attaccare qualcun altro
Questo punto è decisivo.
La difesa della Chiesa non richiede di minimizzare l’antisemitismo, l’odio anti-musulmano o qualsiasi altra persecuzione religiosa.
È vero esattamente il contrario.
Chi crede davvero nella libertà religiosa deve difenderla per tutti.
Una sinagoga profanata deve scandalizzarci.
Una moschea incendiata deve scandalizzarci.
Una chiesa devastata deve scandalizzarci.
La civiltà si misura proprio nella capacità dello Stato di proteggere il luogo sacro anche di chi professa una fede diversa dalla nostra.
Ma universalità non può significare invisibilità del cristianesimo.
E questo è il punto sul quale l’Italia dovrebbe interrogarsi.
Perché non abbiamo un rapporto nazionale annuale sulle chiese colpite?
Possediamo strumenti investigativi di eccellenza.
Abbiamo OSCAD, il sistema SDI delle forze di polizia, il Comando Carabinieri TPC e una banca dati del patrimonio rubato che rappresenta un riferimento internazionale. I dati italiani trasmessi all’OSCE comprendono già esplicitamente il pregiudizio anticristiano tra le motivazioni monitorate.
Manca però un quadro pubblico semplice che consenta agli italiani di leggere ogni anno qualcosa del genere:
numero di chiese attaccate, numero di furti, vandalismi, incendi e profanazioni, sacerdoti e religiosi aggrediti, episodi con matrice anticristiana accertata, distribuzione territoriale, responsabili identificati e procedimenti giudiziari.
Non servirebbe a creare allarmismo.
Servirebbe esattamente al contrario: a sostituire l’allarmismo con i numeri.
Perché oggi possiamo affermare con certezza che esistono attacchi anticristiani in Italia e che l’OSCE documenta prevalentemente furti, vandalismi e profanazioni tra gli episodi segnalati. Non possiamo invece ricavare dai dati pubblici disponibili il numero totale di tutte le chiese cattoliche italiane colpite ogni anno.
Questa lacuna deve essere colmata.
Proteggere le chiese prima che il patrimonio scompaia
Occorre anche affrontare concretamente la vulnerabilità degli edifici.
Una grande basilica nel centro di Roma dispone di strumenti di sicurezza che la piccola chiesa di un paese di montagna spesso non può permettersi.
Eppure proprio quella piccola chiesa può custodire opere di enorme valore storico.
Servono quindi censimento e digitalizzazione dei beni, sistemi di videosorveglianza dove necessari, protezioni proporzionate al rischio, collaborazione costante tra diocesi e Carabinieri TPC e procedure rapide per segnalare opere sospette che ricompaiono sul mercato.
Non significa trasformare le chiese in bunker.
Significa riconoscere che l’accessibilità che caratterizza un luogo di culto lo rende anche vulnerabile.
L’Italia ha un dovere particolare
Per altri Paesi una chiesa può rappresentare prevalentemente un edificio religioso.
Per l’Italia è molto spesso contemporaneamente luogo di culto, monumento, archivio storico, museo diffuso, centro della comunità e testimonianza dell’identità nazionale.
Questo rende la nostra responsabilità maggiore.
Non dobbiamo difendere la Chiesa perché è fragile.
Dobbiamo difendere il diritto dei cattolici a professare liberamente la propria fede e dobbiamo proteggere un patrimonio che appartiene alla storia italiana.
E soprattutto dobbiamo liberarci da un equivoco culturale sempre più evidente: la tutela delle minoranze non richiede la cancellazione della maggioranza storica, così come il rispetto delle altre religioni non richiede l’indifferenza verso il cristianesimo.
La libertà religiosa vale anche per i cristiani.
La tutela contro l’odio vale anche per i cristiani.
Il rispetto dei simboli sacri vale anche per i cristiani.
Difendere una chiesa significa difendere l’Italia
I dati disponibili non autorizzano a parlare di migliaia di chiese italiane assaltate ogni anno e sarebbe irresponsabile farlo.
Autorizzano però a dire qualcosa di altrettanto importante: gli episodi anticristiani esistono, vengono riconosciuti e registrati anche dall’OSCE, riguardano soprattutto proprietà, furti, vandalismi e profanazioni e comprendono persino aggressioni gravi contro sacerdoti cattolici.
Parallelamente, l’Italia continua a fronteggiare un enorme mercato criminale che prende di mira il patrimonio culturale, con 274 furti censiti nel 2024 e oltre 80 mila beni recuperati nello stesso anno dall’Arma specializzata.
Questo basta per pretendere più attenzione, più prevenzione e soprattutto dati nazionali specifici e trasparenti sui reati contro le chiese.
Perché una Nazione che non protegge i propri luoghi sacri finisce lentamente per abituarsi alla loro violazione.
E l’Italia non può permetterselo.
Non soltanto perché milioni di italiani sono cattolici, ma perché dalle Alpi alla Sicilia, dai campanili dei piccoli borghi alle basiliche di Roma, le chiese sono una parte fisica della nostra civiltà.
Proteggerle significa difendere la libertà religiosa. Significa proteggere l’arte. Significa custodire la memoria.
E, in un Paese la cui storia è inseparabile da Roma e dal cristianesimo, significa semplicemente difendere una parte fondamentale di ciò che siamo.
Fonti consultabili: OSCE/ODIHR – dati 2024 sull’Italia; OSCE/ODIHR – schede degli episodi anticristiani; Carabinieri TPC – attività operativa 2024.




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