Riccardo Bianchi
Siamo arrivati al Colosseo.
Non in una periferia dimenticata, non in una strada abbandonata durante la notte, non in uno dei tanti angoli della Capitale nei quali lo Stato arriva soltanto dopo che qualcosa è già successo.
Al Colosseo.
Il simbolo di Roma e probabilmente il monumento italiano più conosciuto nel mondo entra ufficialmente in una “zona rossa”, un’area sottoposta a controllo rafforzato dopo aggressioni, scippi, risse e quelle che ormai vengono comunemente definite le scorribande dei “maranza”.
L’ordinanza della Prefettura è entrata in vigore il 24 agosto e durerà quattro mesi, fino alla vigilia di Natale. Il perimetro è enorme: Colosseo, Fori Imperiali, Colle Oppio, Piazza Venezia, Campidoglio e numerose strade circostanti.
Non è quindi una pattuglia aggiunta davanti all’Anfiteatro Flavio.
È un pezzo del cuore monumentale della Capitale sottoposto a uno speciale dispositivo di sicurezza.
Ed è arrivato il momento di domandarci come siamo potuti arrivare fin qui.
La Prefettura scrive ciò che per troppo tempo è stato difficile persino pronunciare
C’è un passaggio dell’ordinanza riportato da RomaToday che merita particolare attenzione.
La Prefettura motiva la necessità di intervenire anche con la «recrudescenza di fenomeni di devianza, prevalentemente riconducibili a frange di soggetti di giovane età di origine extracomunitaria».
Le parole hanno un significato.
E soprattutto hanno un mittente.
Non le ha scritte un militante politico sui social, non arrivano da un comizio e nemmeno da qualche presunto estremista ossessionato dall’immigrazione.
Arrivano, secondo quanto riportato, dall’ordinanza della Prefettura di Roma.
Naturalmente “origine extracomunitaria” non significa “immigrazione irregolare”. Sarebbe scorretto confondere le due cose e non sappiamo, sulla base di questo documento, quanti dei giovani coinvolti siano stranieri, quanti cittadini italiani, quanti regolari e quanti eventualmente irregolari.
Ma altrettanto scorretto sarebbe cancellare dalla discussione un elemento che l’autorità provinciale di pubblica sicurezza ha ritenuto sufficientemente rilevante da inserirlo nella motivazione del provvedimento.
Se vogliamo risolvere un problema dobbiamo prima essere liberi di descriverlo.
Aggressioni, scippi e risse nel salotto archeologico del mondo
La zona rossa non nasce dal nulla.
Arriva dopo gli episodi verificatisi tra Colosseo e Fori Imperiali e dopo gli interventi delle forze dell’ordine effettuati a luglio.
RomaToday parla di aggressioni, scippi e risse che avevano spaventato famiglie romane e turisti.
E non è un fenomeno confinato al Colosseo.
Il 9 agosto, a Trastevere, una maxi rissa avrebbe coinvolto una quindicina di giovani, con spray urticante, sassi e bottiglie.
San Lorenzo continua a convivere con i problemi della movida violenta.
L’Esquilino con quelli dello spaccio e della criminalità predatoria.
La stessa ordinanza conferma e amplia infatti le zone a controllo rafforzato di Esquilino e San Lorenzo.
Questo dovrebbe essere il momento nel quale smettiamo di discutere se la sicurezza sia una questione “di destra”.
La sicurezza è il presupposto materiale della libertà.
Se una famiglia cambia strada per evitare un gruppo violento, non è libera.
Se una ragazza ha paura di prendere la metropolitana, non è libera.
Se un anziano evita una piazza perché teme di essere rapinato, non è libero.
Se dobbiamo schierare continuamente uomini in divisa perché cittadini e turisti possano attraversare tranquillamente il centro di Roma, qualcosa nel modello di gestione della città non sta funzionando.
Persino la Metro C finisce nell’ordinanza
Poi c’è un passaggio ancora più sorprendente.
Secondo RomaToday, l’ordinanza osserva che l’apertura della stazione Metro C del Colosseo ha creato un collegamento diretto con un ampio bacino proveniente dalla periferia orientale, citando anche Romanina e Casilino.
È un passaggio delicatissimo.
Perché la metropolitana non è il problema.
Una città moderna deve collegare le periferie al centro, e pensare di risolvere questioni sociali impedendo ai ragazzi delle periferie di raggiungere il Colosseo sarebbe semplicemente folle.
La Metro C è un’infrastruttura.
Il problema è ciò che eventualmente viaggia sulla rete quando lo Stato non riesce a intercettare prima comportamenti criminali e fenomeni di devianza.
Una metropolitana deve trasportare studenti, lavoratori, famiglie e turisti.
Non possiamo trasformare la maggiore accessibilità del centro in un problema di ordine pubblico.
Se accade, non bisogna limitare la mobilità: bisogna intervenire sulla criminalità.
La risposta non può essere militarizzare progressivamente Roma
Ed eccoci alla contraddizione fondamentale.
Le zone rosse possono essere utili.
In determinate circostanze possono persino essere necessarie.
Le forze dell’ordine meritano strumenti efficaci per allontanare soggetti aggressivi e pericolosi dalle aree nelle quali stanno creando problemi.
Ma non possiamo trasformare una misura straordinaria nella politica ordinaria della città.
Colosseo zona rossa.
Esquilino zona rossa.
San Lorenzo zona rossa.
Ieri Valle Aurelia e Cornelia, dove adesso il dispositivo è stato revocato.
E domani?
Trastevere?
Termini?
Pigneto?
Un’altra piazza?
Un’altra stazione?
Non possiamo disegnare Roma come una gigantesca carta geografica di aree speciali da presidiare.
Perché ogni pattuglia impegnata permanentemente a contenere lo stesso fenomeno è una pattuglia che potrebbe essere utilizzata altrove.
Ogni ora di straordinario ha un costo.
Ogni dispositivo interforze utilizza uomini e mezzi pagati dagli italiani.
Ed è quindi legittimo porre una domanda molto popolare: quanto deve pagare la collettività per contenere indefinitamente chi sceglie sistematicamente l’illegalità?
Qui la remigrazione deve diventare una proposta concreta
Ed è precisamente qui che il concetto di remigrazione deve uscire dagli slogan e diventare politica pubblica.
Remigrazione non può significare cacciare qualcuno perché straniero o perché appartiene a una determinata origine. Oltre a essere ingiusto, sarebbe incompatibile con lo Stato di diritto.
Deve significare invece una politica capace di ridurre stabilmente la presenza sul territorio nazionale di stranieri che non hanno titolo per rimanervi, eseguendo davvero i rimpatri, e di utilizzare rigorosamente gli strumenti di espulsione nei confronti degli stranieri pericolosi o condannati quando ricorrono i presupposti previsti dall’ordinamento.
Identificazione rapida.
Più capacità nei centri per i rimpatri.
Accordi vincolanti con gli Stati d’origine.
Condizionalità degli aiuti e della cooperazione alla collaborazione sui rimpatri.
Esecuzione effettiva dei provvedimenti.
Controllo delle frontiere.
Riduzione dell’immigrazione irregolare a monte.
E contemporaneamente assimilazione seria per chi rimane legalmente in Italia: rispetto delle leggi, lingua, lavoro, scuola, adesione alle regole fondamentali della nostra società.
Perché accoglienza non può significare rinuncia dello Stato a pretendere qualcosa da chi viene accolto.
Chi è italiano e delinque, invece, deve rispondere alla giustizia italiana
C’è poi l’altra metà della questione, che una proposta seria non può nascondere.
Se il “maranza” che aggredisce, rapina o accoltella è cittadino italiano, non esiste alcuna remigrazione che risolva il problema.
Deve intervenire la giustizia.
Se è minorenne, servono strumenti adeguati alla sua età, ma la minore età non può trasformarsi nella percezione dell’impunità.
Se appartiene a una banda, bisogna colpire la banda.
Se porta abitualmente coltelli, bisogna intervenire sul porto delle armi.
Se spaccia, bisogna colpire la rete dello spaccio.
Se vive in un ambiente familiare completamente disgregato, scuola e servizi sociali devono intervenire prima che arrivi la pattuglia.
Una politica sovranista della sicurezza non cerca un’etnia da accusare.
Individua chi viola le regole e ristabilisce l’autorità dello Stato.
Prima i cittadini rispettosi della legge
Il principio dovrebbe essere elementare.
Quando due libertà entrano in conflitto, lo Stato deve sapere quale proteggere.
Da una parte c’è la pretesa di occupare una piazza, intimidire, molestare, spacciare, rapinare o trasformare una notte in una rissa.
Dall’altra c’è il diritto di milioni di persone a vivere tranquillamente la propria città.
Non possono essere messi sullo stesso piano.
Prima viene chi rispetta la legge.
Prima la famiglia che passeggia.
Prima il lavoratore che torna a casa.
Prima la ragazza che prende la metro.
Prima il commerciante che apre il negozio.
Prima il turista che viene a Roma e porta ricchezza alla città.
E prima, soprattutto, gli uomini e le donne delle forze dell’ordine che non possono essere condannati a inseguire continuamente gli stessi fenomeni da una zona all’altra della Capitale.
Il Colosseo è il punto oltre il quale Roma deve reagire
Forse avevamo bisogno proprio di questa immagine.
Il Colosseo circondato da un’area a controllo rafforzato perché persino nel cuore archeologico di Roma aggressioni, scippi e risse hanno richiesto una risposta straordinaria.
Non è il momento di fare propaganda sulla pelle degli stranieri perbene, che non hanno alcuna responsabilità per ciò che fanno altri.
Ma è finito anche il tempo nel quale ogni collegamento tra immigrazione, mancata integrazione e determinate forme di devianza doveva essere rimosso dal dibattito pubblico, persino quando a segnalarlo sono le autorità di sicurezza.
Bisogna distinguere.
Bisogna misurare.
Bisogna pubblicare i dati.
E poi bisogna agire.
Rimpatriare chi non ha diritto di restare.
Espellere chi può essere espulso secondo la legge.
Punire chi delinque ed è cittadino italiano.
Assimilare chi sceglie l’Italia rispettandone leggi e società.
Prevenire la formazione di bande giovanili.
E restituire le piazze alla gente.
Perché una città libera non è una città piena di zone rosse.
È una città nella quale le zone rosse non servono.
Roma non può rassegnarsi a proteggere il Colosseo dai violenti come se questa fosse la nuova normalità.
Il Colosseo deve essere dei romani, degli italiani e di chi arriva da ogni parte del mondo per ammirarlo rispettando Roma.
Chiunque sia, chi viene per trasformarlo nel teatro di violenza e illegalità deve invece trovare davanti a sé uno Stato che abbia finalmente smesso di arretrare.




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