Ramona Castellino
L’ex premier si presenta in Commissione come l’uomo che “ha fatto il proprio dovere”.
Ma gli italiani ricordano lockdown, divieti, Green Pass e una stagione nella quale lo Stato entrò come mai prima nella vita quotidiana e nelle libertà individuali di ogni cittadino.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione Covid: più il passato viene interrogato, più il suo protagonista sente il bisogno di raccontarlo come un’epopea.
Cinque ore di audizione. Ore di parole, rivendicazioni, accuse, appelli alla propria buona fede.
Conte si presenta come l’uomo che si fece trovare pronto, che agì con scrupolo, che affrontò una tragedia senza precedenti e che oggi non accetta lezioni di moralità.
Una posizione politicamente non accettabile
Perché la Commissione non deve stabilire se Conte sia un uomo buono o cattivo.
Deve stabilire se le scelte del governo furono giuste, proporzionate, tempestive e fondate su informazioni adeguate.
E soprattutto deve stabilire se qualcuno abbia sbagliato.
L’italiano che obbediva non era un contraente
La parola più rivelatrice usata da Conte è forse “patto”.
Secondo l’ex premier, gli italiani avrebbero accettato le restrizioni come parte di un patto con lo Stato: sacrificare libertà e abitudini quotidiane per conquistare la salvezza.
Ma chi c’era in quei giorni ricorda qualcosa di molto diverso.
Ricorda strade vuote, attività chiuse, negozi falliti, spostamenti limitati, autocertificazioni, controlli, sanzioni e una vita sociale ridotta all’osso.
Ricorda soprattutto una parola: emarginazione per chi non si adeguava.
Un patto presuppone due soggetti che scelgono.
Quando uno decide e l’altro deve obbedire, siamo davanti a un esercizio del potere.
Lo Stato, in emergenza, può esercitare poteri straordinari.
Ma proprio perché sono straordinari devono essere spiegati, controllati e successivamente verificati.
Altrimenti l’emergenza rischia di diventare una giustificazione universale.
Poi c’è la questione vaccinale.
Conte ricorda giustamente che l’obbligo per gli over 50 arrivò con Draghi, intoccabile da qualsiasi commissione, Meloni compresa, e sottolinea che la propria posizione sarebbe stata diversa.
Ma la politica ha una memoria più lunga delle dichiarazioni di convenienza.
Il Movimento 5 Stelle sostenne il governo Draghi.
E dunque è perfettamente legittimo chiedere conto anche di quella stagione politica.
Non per attribuire a Conte ogni decisione successiva.
Ma per evitare una comoda operazione di separazione artificiale: prima noi, dopo loro.
La storia politica, invece, è fatta di continuità, alleanze, voti parlamentari e responsabilità condivise.
E se ieri una misura era necessaria, bisogna spiegare perché.
Se oggi si ritiene che fosse sbagliata, bisogna avere il coraggio di dirlo.
La terza via, quella nella quale la misura è stata giusta finché la si sosteneva e diventa improvvisamente responsabilità altrui quando arriva il conto, non è memoria. È rimozione di comodo .
Sul Green Pass il problema è ancora più grande.
Perché qui non si discute soltanto di medicina.
Si discute di Stato.
Per mesi l’accesso a una parte della vita pubblica fu condizionato dal possesso di una certificazione.
La libertà di movimento e partecipazione sociale venne legata a determinati requisiti.
Ma proprio per questo deve essere oggi sottoposto a un esame rigoroso.
Quanto funzionò? Quanto costò? Fu proporzionato? Esistevano alternative?
Sono domande non dovrebbero scandalizzare nessuno.
Nemmeno chi governava.
L’emergenza finisce. Le responsabilità restano.
Il punto decisivo è proprio questo.
L’emergenza prima o poi finisce.
Le responsabilità politiche, invece, rimangono.
E se una stagione eccezionale ha prodotto decisioni eccezionali, quelle decisioni devono poter essere esaminate a freddo.
Non per vendetta.
Ma per una ragione molto più semplice: accertare responsabilità, visto il pugno duro usato contro chi dissentiva e ad oggi aveva ragione a farlo.
Anche nei momenti più drammatici esistono limiti che lo Stato non può superare senza fornire spiegazioni.
Conte può difendersi.
Gli italiani possono ricordare e chiedere il resoconto
La Commissione ha il dovere di ascoltarlo.
Ma gli italiani hanno un diritto ancora più semplice: ricordare.
Ricordare cosa accadde.
Ricordare cosa fu chiesto loro.
Ricordare cosa venne promesso.
Ricordare cosa non fu permesso
Ricordare chi si è battuto.
Perché la storia non appartiene a chi la racconta meglio.
Appartiene ai fatti.
E davanti ai fatti, prima o poi, anche l’ultima arringa finisce.
Le parole possono convincere una platea. Non possono assolvere una stagione politica.




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