L'Italia Quotidiano

Dal suicidio alla sostenibilità: quando la cultura della morte pretende di diventare terapia

Ramona Castellino

Il caso canadese dell’“eco-ansia” non è una barzelletta: è il sintomo estremo di una società che rischia di smarrire il senso inviolabile della vita

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella parabola culturale che sta prendendo forma in Canada.

Una società che ha legalizzato l’assistenza medica alla morte si trova ormai a discutere di un confine sempre più difficile da definire: quando la sofferenza psicologica può trasformarsi in una ragione per chiedere di morire?

Il caso di Howard Breen, uomo di Vancouver che alcuni anni fa raccontò di aver chiesto l’accesso al programma canadese di Medical Assistance in Dying (MAiD) collegando la propria sofferenza alla crisi climatica, è diventato emblematico proprio per questo.

Ma è necessario mettere subito ordine nei fatti: Breen non ottenne l’eutanasia per la sua “eco-ansia”. La sua richiesta non fu accolta.

E oggi, nell’agosto 2026, il Canada non consente ancora il MAiD quando l’unica condizione medica sottostante è una malattia mentale.

L’entrata in vigore di questa possibilità è stata rinviata al 17 marzo 2027.

Ma non rende il problema meno grave.

Anzi.

Il vero scandalo è la domanda che ormai possiamo porci

Per comprendere la portata della vicenda bisogna andare oltre il singolo caso.

La domanda è questa: che cosa accade a una civiltà quando la risposta alla sofferenza non è più anzitutto “ti aiuteremo a vivere”, ma può diventare “possiamo aiutarti a morire”?

È qui che la questione canadese assume un significato che supera ampiamente i confini del Canada.

La medicina è nata per curare, alleviare, accompagnare.

La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto la dignità dell’uomo anche nella malattia, nella vecchiaia, nella fragilità e persino nella disperazione.

La persona sofferente non perde il proprio valore perché non è più produttiva, efficiente o felice.

Al contrario: è proprio quando l’uomo è più fragile che una civiltà rivela se crede davvero nella sua dignità.

La risposta cristiana alla sofferenza non è l’abbandono.

È la prossimità.

Non è la morte procurata.

È la cura.

Non è dire al disperato *la tua vita non ha più una soluzione”.

È dirgli “la tua vita conserva un valore anche quando tu, oggi, non riesci più a vederlo*.

Il Canada ha già aperto una porta

Il problema non nasce con l’“eco-ansia”.

Il Canada ha legalizzato il MAiD nel 2016 e successivamente ha ampliato l’accesso anche a persone la cui morte naturale non è necessariamente imminente.

La prospettiva di estendere l’accesso anche ai casi in cui la sola condizione sottostante è una malattia mentale è stata poi rinviata più volte.

Il governo canadese ha fissato attualmente la nuova data al 17 marzo 2027.

E non sono soltanto gli oppositori religiosi dell’eutanasia a sollevare interrogativi.

Il Centre for Addiction and Mental Health (CAMH), uno dei principali organismi canadesi nel campo della salute mentale, sottolinea che esistono ancora problemi sostanziali nel distinguere una richiesta di MAiD da un intento suicidario in persone affette da disturbi mentali.

L’organizzazione ha inoltre espresso preoccupazioni sulla possibilità di determinare in modo sufficientemente affidabile quando una malattia mentale sia davvero “grave e irrimediabile”.

Questa non è una sottigliezza accademica.

È il cuore della questione.

Una persona depressa può essere convinta che non esista alcuna speranza.

Ma la medicina non può trasformare automaticamente quella convinzione nella prova che non esista realmente alcuna speranza.

Dietro l’espansione dell’eutanasia c’è una concezione dell’uomo che merita di essere contestata.

Secondo questa impostazione, il bene supremo sarebbe la libertà individuale di decidere persino della propria morte.

Ma la libertà non può essere separata dalla verità sull’uomo.

Se una persona chiede di morire perché soffre, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “È libera di chiederlo?”

Dovremmo domandarci anche:

*Perché soffre?”

“È stata curata adeguatamente?”

*È stata accompagnata?”

“È stata lasciata sola?”

“La sua disperazione è davvero irreversibile oppure è la manifestazione di una condizione che può cambiare?”

Sono domande molto più difficili di una firma su un modulo.

E sono proprio le domande che una cultura della morte rischia progressivamente di rendere superflue.

L’“eco-ansia” come nuovo banco di prova

Ed eccoci al clima.

Non bisogna ridicolizzare il sofferente.

Ma bisogna contestare l’idea che la sofferenza debba diventare una giustificazione per la morte.

Se la paura del futuro diventa così intensa da generare il desiderio di morire, la risposta dovrebbe essere ancora più umana: terapia, sostegno, comunità, famiglia, accompagnamento spirituale, possibilità concreta di ricostruire una prospettiva.

Il dramma dell’uomo contemporaneo è spesso proprio questo: possiede strumenti tecnologici straordinari, ma è sempre meno capace di rispondere alla domanda fondamentale sul perché valga la pena vivere.

Prima si cancella Dio, poi si pretende di sostituire la speranza con una procedura

Qui emerge il nodo antropologico che il pensiero cattolico non può eludere.

La tradizione cristiana non considera la vita un bene disponibile a piacimento.

La vita è ricevuta, non semplicemente posseduta.

L’uomo ne è custode, non padrone assoluto.

Questo non significa negare la sofferenza.

Significa rifiutare l’idea che la sofferenza renda una persona meno degna di vivere.

Ed è proprio questo il punto sul quale la cultura contemporanea dovrebbe interrogarsi.

Perché se la risposta sociale alla depressione è la morte assistita, se alla solitudine si risponde con una procedura, se alla disperazione si offre un’iniezione invece di una mano tesa, non siamo di fronte al trionfo della libertà: siamo di fronte alla resa della società davanti alla sofferenza.

C’è poi una conseguenza ancora più grave.

Una società che rende progressivamente più semplice ottenere la morte rischia inevitabilmente di modificare la percezione sociale della fragilità.

L’anziano può cominciare a sentirsi un peso.

Il disabile può chiedersi se la propria vita rappresenti un costo eccessivo.

Il malato cronico può interiorizzare l’idea di essere diventato un problema.

La persona depressa può interpretare la propria disperazione come una sentenza.

Ecco perché la difesa della vita non riguarda soltanto chi crede.

Riguarda il tipo di civiltà che vogliamo costruire.

Una civiltà autenticamente umana dovrebbe dire al debole: “Ti proteggiamo”

Non: “Se vuoi, possiamo eliminare il problema”

Il Canada dovrebbe fermarsi. L’Europa dovrebbe riflettere

Il rinvio canadese al 2027 dovrebbe essere utilizzato non per preparare meglio l’espansione dell’eutanasia, ma per interrogarsi se quella espansione sia davvero una buona idea.

Lo stesso CAMH ha segnalato l’assenza di criteri clinici sufficientemente consolidati per stabilire in modo affidabile l’irremediabilità della malattia mentale e ha raccomandato di rafforzare innanzitutto i servizi di salute mentale.

È una posizione che dovrebbe far riflettere anche chi non condivide la visione cattolica della vita.

Perché c’è un principio che dovrebbe essere universale:

quando un uomo vuole morire perché non riesce più a sopportare la propria sofferenza, la prima responsabilità della società è chiedersi come aiutarlo a vivere.

Non come rendere più efficiente la sua morte.

Il caso dell’“eco-ansia” può sembrare assurdo, estremo, persino grottesco.

Ma sarebbe un errore fermarsi alla battuta.

Il punto non è deridere un uomo disperato.

Il punto è impedire che la disperazione malata venga trasformata in una politica sanitaria.

Una civiltà si misura anche da questo: da ciò che fa quando qualcuno dice “non ce la faccio più”.

La risposta cristiana, e dovrebbe essere la risposta di ogni società veramente umana, non può essere:

“Allora ti aiutiamo a morire”

Deve essere:

“Ti aiuteremo a vivere, anche adesso che tu non riesci più a crederci”


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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