La Redazione
L’eurodeputata simbolo della sinistra radicale, diventata un caso internazionale dopo l’arresto in Ungheria, è stata condannata in primo grado nella causa intentata da due ex collaboratori.
Ora rischia un conto da oltre 300 mila euro.
E si riapre il dibattito sulla distanza tra la retorica dei diritti e la gestione concreta del proprio staff.
Per oltre un anno il suo nome è stato al centro dello scontro politico italiano.
Da presunta vittima di un sistema giudiziario illiberale a simbolo della lotta contro i governi conservatori europei, Ilaria Salis è diventata eurodeputata mentre era ancora detenuta in Ungheria, trasformando la sua vicenda personale, in una battaglia politica sostenuta dalla sinistra liberal italiana ed europea.
E dopo le accuse di lesioni aggravate e partecipazione ad associazione criminale, salvata dall’impunità parlamentare, oggi a riportarla sotto i riflettori non è il processo di Budapest, bensì una sentenza pronunciata a Bruxelles.
Il Tribunale del lavoro belga, ha infatti condannato in primo grado l’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra nella controversia promossa da due ex assistenti parlamentari, ritenendo illegittimo il loro licenziamento e riconoscendo un risarcimento che, tra indennità, retribuzioni arretrate, interessi e spese legali, potrebbe superare i 300 mila euro, qualora il verdetto fosse confermato nei successivi gradi di giudizio.
La controversia nasce dalla gestione dello staff parlamentare di Salis al Parlamento europeo.
Secondo quanto emerso nel procedimento, i due collaboratori avrebbero contestato l’interruzione del rapporto di lavoro, denunciando licenziamenti privi di giusta causa e una serie di irregolarità contrattuali.
La difesa dell’eurodeputata, respinge ogni accusa e ha già annunciato ricorso in appello, sostenendo che la decisione del giudice di primo grado sia errata sia sotto il profilo giuridico sia nella ricostruzione dei fatti.
La vicenda, dunque, è tutt’altro che conclusa.
La sentenza non è definitiva e potrà essere rivista dalla Corte d’appello.
Resta però il dato politico: una figura che ha costruito gran parte della propria immagine pubblica sulla difesa dei diritti sociali, tranne quello di essere di un altro pensiero politico ovviamente, si trova oggi condannata proprio nell’ambito di una controversia di lavoro.
La storia politica di Ilaria Salis è ormai nota.
Nel febbraio del 2023, venne arrestata a Budapest con l’accusa di aver preso parte, insieme a militanti dell’area antagonista internazionale, all’aggressione di alcuni partecipanti a una manifestazione riconducibile all’estrema destra durante il cosiddetto “Giorno dell’Onore”.
La procura ungherese sostiene che Salis abbia partecipato ad almeno due aggressioni organizzate contro manifestanti ritenuti vicini all’area dell’estrema destra.
L’eurodeputata ha sempre respinto le accuse.
Durante la custodia cautelare, fecero il giro del mondo le immagini dell’insegnante italiana condotta in tribunale con manette ai polsi e catene ai piedi.
Quelle fotografie suscitarono forti proteste da parte del governo italiano, delle istituzioni europee e delle organizzazioni per i diritti umani.
Perché per alcuni diventa lecito andare democraticamente in giro a spaccare la testa a chi non è di sinistra.
La sua candidatura alle elezioni europee del 2024 nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, trasformò il processo ungherese in un caso politico internazionale.
L’elezione al Parlamento europeo le consentì di ottenere l’immunità parlamentare e di lasciare l’Ungheria, mentre il procedimento penale resta tuttora oggetto di un complesso contenzioso tra autorità ungheresi e Parlamento europeo.
La sentenza belga offre ora nuove fotografie di questa “paladina della sinistra”
L’ennesima dimostrazione di una sinistra pronta a predicare diritti e tutele salvo poi comportarsi diversamente, in modo ipocrita e violento
La sinistra ribatte che nessuna sentenza definitiva è stata ancora pronunciata e che ogni cittadino, compresa un’eurodeputata, ha diritto ai successivi gradi di giudizio, peccato che questo principio di presunta innocenza valga solamente per i “compagni” che sbagliano.
Sul piano politico, la vicenda sporca ancora di più l”immagine di una parlamentare europea che ha fatto della difesa dei lavoratori, della lotta al precariato e della tutela delle fasce più deboli uno dei cardini della propria attività pubblica.
Se il verdetto fosse confermato anche in appello, Salis dovrebbe corrispondere un risarcimento particolarmente elevato.
In caso di mancato pagamento spontaneo, i creditori potrebbero avviare le procedure esecutive previste dalla normativa applicabile, incluso il pignoramento di parte delle somme a lei spettanti come eurodeputata, nei limiti consentiti dalla legge.
La storia di Ilaria Salis continua così a intrecciare giustizia e politica.
Prima il processo ungherese, divenuto simbolo dello scontro tra Bruxelles e Budapest; oggi una controversia di lavoro che mette in discussione la gestione del suo staff parlamentare.
Per chi l’ha sempre considerata un’icona della difesa dei diritti sociali, la sentenza rappresenta a dir poco passaggio delicato e la prova di una contraddizione tra il messaggio pubblico e la condotta privata.
Sarà ora l’appello a stabilire se quella pronunciata a Bruxelles resterà soltanto una battuta d’arresto giudiziaria o diventerà una condanna definitiva destinata a segnare anche il profilo politico dell’eurodeputata italiana.





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