Ramona Castellino
A Pisa persino gli appunti dei muratori diventano un allarme per il ritorno del fascismo.
Il caso della scuola Collodi è l’ennesima dimostrazione di una politica che sembra incapace di rinunciare al proprio spauracchio preferito.
Peccato che, mentre si inseguono “fasci” immaginari, i problemi dell’ordine pubblico arrivino da tutt’altra parte.
C’è un fascista nascosto dappertutto.
Nei muri delle scuole, nelle scritte poco leggibili, nelle frecce tracciate dagli operai e, probabilmente, domani anche nelle istruzioni per montare una finestra.
L’ultimo avvistamento è avvenuto a Pisa, alla scuola primaria Collodi di Porta a Lucca.
Alcune scritte sui muri sono state interpretate come riferimenti all’immaginario fascista e nazista.
È bastato poco perché partisse la consueta macchina dell’indignazione: dichiarazioni, condanne, richiami alla Resistenza e all’antifascismo militante.
Poi, però, è arrivato il dettaglio più imbarazzante: non erano scritte fasciste.
Erano indicazioni lasciate dalla ditta impegnata nei lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Quel “sì fascia” non era un messaggio mussoliniano scritto male: indicava semplicemente dove applicare una determinata fascia del cappotto termico.
Le frecce non erano simboli esoterici di una nuova internazionale nera: servivano agli operai per indicare le zone interessate dai lavori.
A confermarlo è stato un tecnico del Comune di Pisa.
Insomma, il fascismo era un pannello isolante.
Il problema non è che qualcuno abbia denunciato un sospetto poi rivelatosi infondato.
Il problema è la velocità con cui il sospetto viene trasformato in certezza e la certezza in battaglia politica.
Prima si verifica, poi si denuncia: dovrebbe essere una regola elementare.
A Pisa è accaduto il contrario.
Prima è arrivata la condanna politica; soltanto dopo è arrivata la spiegazione.
E così una normale annotazione di cantiere è diventata, per qualche ora, una nuova prova della fantomatica rinascita del fascismo.
La domanda sorge spontanea: ma quanto è diventato grande, questo fascismo, se riesce a nascondersi persino dentro un’impresa edile?
Da decenni la sinistra italiana sembra vivere in una condizione di permanente emergenza antifascista.
Ogni episodio viene interpretato attraverso la stessa lente.
Una scritta? Fascismo.
Una rissa? Fascismo.
Un insulto? Fascismo.
Un simbolo ambiguo? Fascismo.
Una manifestazione della destra? Fascismo.
Il risultato è paradossale.
Il fascismo storico, quello del regime, della dittatura e della guerra, appartiene al Novecento.
Ma davvero lo 0,0qualcosa significa dimostrare l’esistenza di un imminente ritorno del fascismo come sistema politico?
Ed è proprio qui che la retorica dell’emergenza permanente perde forza.
Se tutto è fascismo, alla fine nulla lo è più davvero.
Il problema è che la realtà non collabora
C’è poi un’altra ironia.
Mentre il dibattito politico si concentra ossessivamente sulla ricerca del fascista invisibile, negli ultimi anni le tensioni più evidenti in numerose piazze italiane hanno coinvolto settori dell’estrema sinistra, centri sociali, gruppi antagonisti e ambienti riconducibili all’area anarchica o antifa.
Eppure la narrazione pubblica spesso sembra funzionare secondo una curiosa geometria variabile: la violenza dell’estrema destra viene immediatamente inserita nel grande racconto dell’emergenza fascista; quella dell’estrema sinistra viene talvolta derubricata a “tensione sociale”, “conflitto”, “protesta radicale” o “disagio”.
È una doppia misura che oggi sa di ridicolo e di mancanza di argomenti politici seri
Il paradosso di Pisa è quindi istruttivo.
Da una parte ci si proclama sentinelle della democrazia contro ogni possibile rigurgito fascista.
Dall’altra, si finisce per scambiare le indicazioni di un cantiere per propaganda politica.
Ma resta la domanda: perché la verifica è arrivata dopo l’indignazione e non prima?
Forse perché l’antifascismo militante, in alcuni settori politici, non è più soltanto una posizione storica.
È diventato un riflesso condizionato, un linguaggio politico, persino una forma di identità.
E un’identità ha bisogno di un avversario.
Quando quello reale è difficile da trovare, si rischia di costruirne uno immaginario.
Il vero rischio è perdere il senso delle proporzioni
L’Italia ha problemi enormemente più concreti.
Ha città alle prese con degrado e criminalità.
Ha periferie in difficoltà.
Ha tensioni sociali.
Ha manifestazioni che talvolta degenerano.
Ha gruppi politici radicalizzati che possono trasformare la protesta in violenza e certamente non appartenenti a gruppi fascisti.
È ostaggio di immigrati irregolare che stuprano, spacciano e ammazzano.
Sono problemi che richiedono polizia, magistratura, prevenzione, politica sociale e soprattutto una legge uguale per tutti.
Non servono invece nuove cacce alle streghe.
Se un gruppo di estrema destra aggredisce qualcuno, va perseguito.
Se un gruppo antagonista devasta una città, va perseguito.
Ma se qualcuno scambia gli appunti dei muratori per simboli nazisti, sarebbe forse sufficiente chiedere prima cosa stiano facendo gli operai.
L’antifascismo non può diventare una professione
Il caso di Pisa dovrebbe quindi insegnare qualcosa alla sinistra.
A Pisa, almeno per questa volta, il “grande nemico” non era tornato.
Era soltanto il cappotto termico.
E forse, prima di convocare la Resistenza, sarebbe bastato telefonare al capocantiere.




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