Ramona Castellino
La Francia, un tempo definita la “figlia primogenita della Chiesa”, compie un altro passo nella propria deriva antropologica.
Dopo aver consacrato l’aborto nella Costituzione, l’Assemblea Nazionale ha approvato la controversa legge che introduce l’eutanasia e il suicidio assistito, sancendo un ulteriore arretramento del principio dell’inviolabilità della vita umana.
Dietro il linguaggio rassicurante e ingannevole della “morte dignitosa” e della “libertà di scelta” si cela una trasformazione culturale ben più profonda: non è più la società a farsi carico del sofferente, ma è il sofferente a essere invitato a scomparire.
Quando la risposta al dolore diventa la morte procurata, la medicina rinuncia alla sua vocazione di cura e lo Stato smette di essere custode della vita per trasformarsi in arbitro della sua soppressione.
La legge rappresenta un punto di svolta che suscita profonde preoccupazioni non soltanto tra i cattolici, ma anche tra quanti temono le conseguenze di una progressiva normalizzazione dell’eutanasia.
L’esperienza di altri Paesi dimostra infatti come i criteri di accesso tendano spesso ad ampliarsi nel tempo, alimentando interrogativi etici sempre più gravi.
Di fronte a questo scenario, la Chiesa cattolica francese ha levato con forza la propria voce.
Diversi vescovi hanno richiamato i parlamentari cattolici alla gravità morale del loro voto, ricordando che sostenere norme che autorizzano la soppressione volontaria di una vita umana è incompatibile con l’insegnamento costante della Chiesa.
Un richiamo che non nasce da logiche di potere, ma dalla difesa di un principio universale: ogni vita conserva la propria dignità fino al suo termine naturale.
La vera compassione non consiste nel dare la morte, bensì nell’accompagnare chi soffre con cure palliative efficaci, vicinanza umana, sostegno spirituale e solidarietà.
Una civiltà si misura dalla capacità di prendersi cura dei più fragili, non dalla rapidità con cui offre loro un’uscita definitiva.
La Francia globalista, imbocca così una strada che segna una cesura con la propria tradizione cristiana e umanistica.
È una scelta che divide profondamente il Paese e che interpella l’intera Europa.
Quando la legge dichiara lecita la morte procurata, non cambia soltanto il codice penale: cambia l’idea stessa di uomo, di società e di bene comune.
Per questo il dibattito non può dirsi concluso.
È in gioco molto più di una norma sul fine vita: è in gioco il fondamento stesso della civiltà che riconosce nella persona umana un valore indisponibile, dal concepimento alla morte naturale.




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