L'Italia Quotidiano

Gabriel condannato perché malato. Il dramma dell’utero in affitto svela la verità sul figlio ridotto a merce

Ramona Castellino

La vicenda giudiziaria che arriva dagli Stati Uniti scuote le coscienze: una madre surrogata rifiuta di abortire il bambino affetto da una grave cardiopatia curabile e finisce in tribunale.

Al di là dell’esito della causa, il caso mostra le contraddizioni profonde della maternità surrogata, dove il desiderio dell’adulto rischia di prevalere sul diritto del più debole a nascere.

Per anni la maternità surrogata è stata raccontata come un gesto d’amore, un atto di generosità, una conquista della libertà individuale.

Ma basta una gravidanza difficile, una diagnosi prenatale inattesa o un bambino non perfettamente sano, perché emerga ciò che normalmente resta nascosto: quando la nascita è regolata da un contratto, il figlio rischia di essere trattato come l’oggetto di una prestazione.

È quanto sembra emergere dalla vicenda che vede protagonista l’infermiera americana McKenna West.

La donna porta in grembo il figlio di una coppia nell’ambito di un accordo di maternità surrogata.

Durante la gravidanza i medici diagnosticano al bambino una grave cardiopatia congenita, la sindrome del cuore sinistro ipoplasico (HLHS).

È una malattia seria, ma oggi affrontabile con un percorso chirurgico che offre concrete possibilità di sopravvivenza.

Secondo quanto emerge dagli atti della causa, i genitori “intenzionali” ( termine che ha dell’assurdo) indicati come A.B. e C.D., hanno chiesto l’interruzione della gravidanza richiamandosi alle “clausole del contratto”.

McKenna West si è rifiutata di abortire, sostenendo di essere stata successivamente citata in giudizio con una richiesta di risarcimento di circa 250 mila dollari.

La controversia è ancora pendente e le parti contestano reciprocamente la ricostruzione dei fatti.

La donna afferma inoltre di aver proposto che il bambino venisse accolto dalla propria famiglia, così da non gravare sui committenti.

Anche questa proposta, secondo la sua versione, sarebbe stata respinta.

Sarà il tribunale a stabilire le responsabilità giuridiche.

Ma il problema morale è già davanti agli occhi di tutti

La maternità surrogata modifica radicalmente il significato della generazione.

Il figlio non è più accolto come un dono, ma viene programmato, commissionato e consegnato sulla base di un accordo tra adulti.

La genitorialità diventa un diritto da pretendere senza sbavature.

La gravidanza diventa una prestazione; il corpo della donna uno strumento; il bambino il risultato atteso del contratto.

Finché tutto procede secondo le aspettative, il sistema appare efficiente.

Ma quando il bambino presenta una patologia, il meccanismo entra in crisi si deve affrontare la questione di chi decide se quella vita merita di continuare….

Una follia, una degenerazione morale.

Il caso di Gabriel mostra quanto sia fragile una logica fondata sul desiderio anziché sul diritto naturale.

Se il valore della vita dipende dalla conformità alle aspettative dei committenti, allora la dignità del bambino non è più intrinseca, ma condizionata.

E la medicina prenatale nasce per curare, preparare le cure, accompagnare la gravidanza.

Quando invece la diagnosi viene utilizzata per stabilire se un bambino debba vivere oppure no, essa cessa di essere uno strumento terapeutico e diventa uno strumento selettivo.

La cultura contemporanea parla spesso di inclusione e di tutela delle persone con disabilità.

Eppure proprio le diagnosi prenatali continuano, in molti casi, a tradursi nella soppressione dei bambini affetti da patologie congenite.

È una contraddizione che interpella la coscienza dell’Occidente.

La Chiesa cattolica ha espresso da tempo un giudizio netto sulla maternità surrogata.

L’istruzione Donum Vitae già nel 1987, affermava che la maternità sostitutiva “lede l’unità del matrimonio e la dignità della procreazione della persona umana”.

Successivamente Dignitas Personae ha ribadito che il figlio non può mai essere considerato il prodotto di una tecnica né l’oggetto di un diritto.

Più recentemente la dichiarazione Dignitas Infinita ha definito la maternità surrogata una pratica che

“Lede gravemente la dignità della donna e del bambino”

ricordando che ogni essere umano possiede una dignità inviolabile fin dal concepimento.

Questi documenti non nascono da una posizione ideologica, ma da un principio antropologico essenziale: la persona viene sempre prima del contratto.

Gabriel interpella anche l’Europa

Il nome di Gabriel potrebbe essere presto dimenticato dalle cronache.

Ma la domanda che la sua storia consegna alla nostra epoca resterà.

l’Occidente è ormai una società malata dal suo interno, che ipocritamente proclama di difendere i più fragili, ma accetta che la sorte di un bambino dipenda dalla sua salute prenatale o dalle clausole di un contratto.

È questo accade perché mercato è ormai penetrato perfino nel luogo più sacro dell’esistenza: la nascita.

Per questo il caso Gabriel non riguarda soltanto gli Stati Uniti.

Riguarda ogni Paese chiamato a decidere se il figlio debba restare un dono da accogliere oppure trasformarsi definitivamente in un prodotto da ordinare, valutare e, se non corrisponde alle aspettative, rifiutare.

Per una civiltà che si definisce umana, la risposta non dovrebbe lasciare spazio ad ambiguità.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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