La Redazione
Il diesel è già oltre i 2 euro al litro e la soglia dei 3 euro non è più soltanto un’ipotesi da allarmisti.
Raffinerie in difficoltà, Hormuz quasi paralizzato, minori esportazioni russe e cinesi e una dipendenza europea dai prodotti raffinati che rischia di trasformarsi in una nuova stangata per famiglie e imprese.
Il prezzo del gasolio torna a fare paura.
Secondo i dati aggiornati del ministero delle Imprese e del Made in Italy al 18 agosto, il diesel self-service viaggia in media a 2,099 euro al litro, mentre in autostrada arriva a 2,173 euro.
La benzina costa meno: 1,994 euro sulla rete ordinaria e 2,073 in autostrada.
Ma il dato più inquietante non è soltanto quello della media nazionale: alcuni distributori della provincia di Cuneo hanno già toccato 2,863 euro al litro per il gasolio servito.
E adesso compare sul tavolo una soglia che fino a poche settimane fa sembrava fantascienza: 3 euro al litro.
A lanciare l’allarme è Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, secondo il quale arrivare a quel livello “nei prossimi mesi non è difficile” qualora la situazione internazionale non conosca una de-escalation.
Non significa che il diesel arriverà automaticamente a 3 euro: si tratta di uno scenario legato alla durata e all’intensità della crisi.
Ma i segnali provenienti dal mercato sono tutt’altro che rassicuranti.
La spiegazione più semplice sarebbe puntare tutto sul prezzo del greggio.
Ma la questione è più complessa.
Il Brent, nell’attuale fase della crisi, non ha raggiunto i livelli record che molti temevano all’inizio delle ostilità.
A essere esplosi sono soprattutto i margini della raffinazione, cioè la differenza tra il valore del carburante prodotto e quello del petrolio utilizzato per produrlo.
Secondo i dati riportati da Sergio Giraldo, il crack spread statunitense del diesel ha raggiunto il 17 agosto circa 102 dollari al barile, mentre quello europeo ha superato i 75 dollari.
In condizioni normali, il margine del gasolio si muove su livelli enormemente inferiori.
Tradotto: il mercato non sta semplicemente dicendo che manca petrolio.
Sta dicendo che manca capacità di trasformare il petrolio in carburante.
Ed è qui che entra in gioco la vulnerabilità europea.
Per anni l’Europa ha ridotto la propria capacità di raffinazione, mentre cresceva la dipendenza dalle importazioni di prodotti petroliferi già raffinati.
Il problema emerge oggi con particolare violenza.
Il sistema mondiale della raffinazione poggia infatti su pochi grandi poli: Golfo Persico, Russia, Cina e Asia orientale, Stati Uniti.
Tre di questi quattro grandi bacini sono oggi limitati o fortemente condizionati dalla crisi internazionale.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali colli di bottiglia.
Il passaggio delle navi si è drasticamente ridotto rispetto ai livelli precedenti all’escalation, limitando il flusso di petrolio e prodotti raffinati provenienti dal Golfo.
Poi c’è la Russia.
Nel 2025 Mosca rappresentava una quota significativa dell’offerta mondiale di gasolio.
Gli attacchi alle infrastrutture di raffinazione russe, hanno contribuito a ridurre le lavorazioni e Mosca ha imposto restrizioni alle esportazioni di prodotti petroliferi.
Anche la Cina, per tutelare il proprio mercato interno, non ha riaperto pienamente le esportazioni.
Il risultato è una miscela esplosiva: meno prodotto disponibile, maggiore domanda di importazioni e margini di raffinazione alle stelle.
A rendere ancora più amara la situazione c’è il capitolo fiscale.
Il governo ha introdotto un taglio temporaneo delle accise sul gasolio, pari a circa 17 centesimi al litro considerando l’Iva, con scadenza fissata al 25 agosto.
Ma l’aumento del prezzo industriale ha progressivamente divorato il beneficio.
Il diesel è infatti tornato sostanzialmente sui livelli precedenti al provvedimento.
È la fotografia di un problema strutturale: se il mercato internazionale continua a spingere verso l’alto il prezzo del carburante, un semplice intervento fiscale rischia di essere rapidamente assorbito dagli aumenti alla pompa.
E il conto non riguarda soltanto chi usa l’automobile.
Il gasolio alimenta una parte fondamentale della logistica italiana.
Camion, furgoni, mezzi agricoli, flotte aziendali e trasporto merci dipendono ancora in larga misura dal diesel.
Un aumento da poco più di 2 euro a 3 euro al litro significherebbe quindi molto più di un pieno più costoso.
Il rincaro del carburante entra nei costi di trasporto e, inevitabilmente, può trasferirsi sui prezzi dei beni: alimentari, distribuzione, produzione industriale, servizi.
Il rischio è quello di una nuova pressione inflazionistica che colpisca soprattutto famiglie e piccole imprese.
Il Codacons ha definito lo scenario dei 3 euro una possibile *catastrofe” per consumatori e imprese, proprio per l’effetto a cascata sui costi di trasporto e sui consumi.
Al di là delle responsabilità delle singole parti nei conflitti internazionali, emerge una questione che riguarda direttamente la politica energetica europea.
La sicurezza energetica non può essere considerata un dettaglio.
Un Paese industriale che rinuncia progressivamente a infrastrutture strategiche e contemporaneamente aumenta la propria dipendenza dall’estero diventa inevitabilmente più vulnerabile alle crisi geopolitiche.
La raffineria non è soltanto un impianto industriale.
È una componente della sicurezza nazionale, così come lo sono gli stoccaggi, le infrastrutture portuali, le reti energetiche e le rotte di approvvigionamento.
L’Italia, nel pieno di una crisi internazionale, rischia così di trovarsi nella posizione peggiore: dipendente dall’estero per il prodotto che muove gran parte della sua economia e con margini limitati per proteggere famiglie e imprese dagli shock internazionali.
I 3 euro al litro, dunque, non sono oggi una certezza.
Sono uno scenario condizionato dall’evoluzione delle guerre, dalla situazione di Hormuz e dalla disponibilità mondiale di prodotti raffinati.
Ma il fatto che operatori del settore considerino ormai plausibile quella soglia dovrebbe bastare a far scattare un campanello d’allarme.
Perché quando il gasolio arriva a 3 euro, non aumenta soltanto il costo del pieno.
Aumenta il prezzo della dipendenza.
E noi continuiamo a sostenere una guerra che ci ha messo in ginocchio.
E a pagarne le spese, ancora una volta, sono le famiglie italiane




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