Ramona Castellino
Sputi, pietre e intimidazioni contro il Patriarcato armeno, riportano alla luce una realtà sempre più drammatica: la presenza cristiana nella Città Santa è sottoposta a una pressione costante.
Tra violenze, contese immobiliari e silenzi diplomatici, si consuma il lento logoramento delle più antiche comunità della Terra di Gesù.
Ma la persecuzione non assume sempre il volto del martirio spettacolare.
Talvolta si manifesta nella quotidianità, attraverso piccoli gesti di odio che, ripetuti nel tempo, finiscono per erodere la libertà di un’intera comunità.
È quanto sta accadendo ai cristiani di Gerusalemme, dove l’ultimo episodio di violenza, ai danni del Patriarcato armeno, riaccende i riflettori su una situazione che le Chiese locali denunciano da anni, ma che continua a trovare il muro del mainstran
Nella notte del 2 agosto, un gruppo di estremisti ebrei, ha preso di mira il monastero di San Giacomo, sede storica del Patriarcato armeno nella Città Vecchia.
Sputi contro il portone, calci all’ingresso, insulti e lancio di pietre, hanno trasformato uno dei luoghi simbolo del cristianesimo orientale in teatro di una nuova intimidazione.
L’intervento della polizia israeliana ha portato al fermo di alcuni dei responsabili, ma l’episodio è tutt’altro che isolato.
Esso si inserisce in una lunga serie di aggressioni, che negli ultimi anni hanno visto sacerdoti insultati, religiosi colpiti con sputi, croci profanate, cimiteri vandalizzati e luoghi di culto cristiani oggetto di atti offensivi.
La comunità armena rappresenta una delle più antiche presenze cristiane della Città Santa.
Da quasi diciassette secoli custodisce il quartiere armeno di Gerusalemme, sopravvivendo alle dominazioni bizantine, islamiche, ottomane e britanniche, fino all’attuale amministrazione israeliana.
Purtroppo oggi questa presenza storica, si trova in una morsa, stretta tra la diminuzione demografica, le difficoltà economiche e una crescente ostilità da parte delle frange più radicali dell’ultranazionalismo religioso ebraico.
Per molti cristiani della Città Vecchia indossare l’abito religioso o portare una semplice croce al collo significa ormai esporsi al rischio di provocazioni e aggressioni.
È il segnale di un clima che rischia di diventare normalità.
Accanto agli episodi di violenza fisica si sviluppa un’altra battaglia, meno appariscente ma altrettanto decisiva.
È quella relativa al cosiddetto “Giardino delle Vacche” (Goveroun Bardez), un’area appartenente al Patriarcato armeno, al centro di una controversa concessione immobiliare della durata di novantanove anni, firmata nel 2021 e oggi contestata davanti ai tribunali.
Per la comunità armena non si tratta semplicemente di una disputa contrattuale.
Quel terreno rappresenta, infatti, uno spazio vitale per la sopravvivenza della presenza armena a Gerusalemme e la sua eventuale trasformazione urbanistica, viene percepita come un ulteriore passo verso la progressiva riduzione della comunità cristiana nella Città Santa.
Il timore è che, prima ancora delle sentenze dei giudici, le trasformazioni sul terreno producano effetti difficilmente reversibili.
Le autorità ecclesiastiche denunciano da tempo, come una parte delle aggressioni provenga da gruppi estremisti legati al movimento dei coloni e agli ambienti dell’ultranazionalismo religioso.
Si tratta di realtà minoritarie rispetto all’intera società israeliana, ma particolarmente attive nelle aree maggiormente contese di Gerusalemme e della Cisgiordania.
Secondo le denunce delle comunità cristiane, la pressione non si manifesta soltanto attraverso episodi di violenza diretta, ma anche mediante continue provocazioni che rendono sempre più difficile la permanenza delle minoranze storiche.
Una strategia di logoramento che rischia di modificare lentamente gli equilibri religiosi della Città Santa.
Le aggressioni contro i cristiani di Terra Santa suscitano una mobilitazione internazionale molto più debole rispetto ad altri casi di violazione della libertà religiosa.
Ogni episodio viene generalmente registrato e condannato, ma raramente si traduce in una pressione diplomatica efficace capace di garantire una reale tutela delle comunità cristiane.
È una sensazione di abbandono che le Chiese locali esprimono ormai da anni.
L’Europa, che spesso richiama la centralità dei diritti umani e della tutela delle minoranze, appare incapace di trasformare le dichiarazioni di principio in iniziative politiche concrete.
Una Terra Santa senza cristiani sarebbe una sconfitta per tutti
La presenza cristiana in Terra Santa non costituisce una semplice memoria archeologica né un elemento decorativo destinato ai pellegrini.
Essa rappresenta una realtà viva, fatta di famiglie, sacerdoti, religiosi e comunità che custodiscono da duemila anni i luoghi della Redenzione.
Se questa presenza dovesse progressivamente scomparire, Gerusalemme perderebbe una parte essenziale della propria identità.
Difendere i cristiani della Terra di Gesù non significa rivendicare privilegi confessionali, ma affermare un principio universale: la libertà religiosa vale per tutti oppure finisce per non valere più per nessuno.
La Città Santa, cuore spirituale delle tre grandi religioni monoteistiche, non potrà mai essere realmente tale se una delle sue comunità storiche sarà costretta a vivere nella paura, nell’isolamento e nell’indifferenza del mondo.




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