Riccardo Bianchi
Nel luglio del 2008 il petrolio raggiunse il massimo storico: circa 147 dollari al barile. In quei mesi il gasolio alla pompa in Italia costava mediamente intorno a 1,30 euro al litro.
Oggi il quadro è completamente diverso.
Il petrolio è tornato su livelli nettamente inferiori rispetto a quel record storico. Eppure gli italiani pagano il diesel oltre 2 euro al litro.
La domanda è inevitabile.
Com’è possibile che, con un petrolio meno caro, il pieno costi molto di più?
La risposta non è semplice, ma una cosa è certa: il prezzo del carburante non dipende soltanto dal costo del greggio.
Nel mezzo ci sono accise, IVA, costi di raffinazione, trasporto, distribuzione e margini industriali che negli ultimi anni sono cresciuti sensibilmente. Le tensioni internazionali, gli aumenti del costo dell’energia e le difficoltà nella raffinazione hanno inciso sul prezzo finale.
Ma il risultato, per le famiglie italiane, è uno solo.
Ogni pieno costa molto di più.
E quando aumenta il costo del carburante, aumenta tutto.
Trasportare merci costa di più.
Produrre costa di più.
Consegnare costa di più.
Il supermercato aumenta i prezzi.
Le imprese scaricano gli aumenti sui consumatori.
L’inflazione diventa una tassa invisibile che colpisce soprattutto lavoratori dipendenti, pensionati e famiglie.
Il problema vero è proprio questo.
Gli stipendi italiani sono tra quelli cresciuti meno in Europa negli ultimi vent’anni.
Il carburante aumenta.
Le bollette aumentano.
Gli alimentari aumentano.
Le assicurazioni aumentano.
Le tasse restano altissime.
Gli stipendi, invece, quasi no.
E così ogni mese gli italiani possono comprare meno beni con gli stessi soldi.
È questa la perdita del potere d’acquisto.
È questo il motivo per cui tante famiglie, pur lavorando, arrivano con sempre maggiore difficoltà alla fine del mese.
Nel frattempo si continua a parlare di transizione ecologica, auto elettriche, nuove tasse ambientali e limitazioni alla mobilità privata.
Ma chi vive fuori dalle grandi città, chi usa l’auto per andare a lavorare, chi trasporta merci o svolge un’attività artigianale non può semplicemente rinunciare al carburante.
Per milioni di italiani non è un lusso.
È uno strumento di lavoro.
La politica dovrebbe interrogarsi su questo.
Perché un Paese nel quale il costo della vita cresce molto più rapidamente dei redditi è un Paese che si impoverisce lentamente, anno dopo anno.
E quando il potere d’acquisto diminuisce, non perde solo il singolo cittadino.
Perde competitività l’intera economia italiana.
Le famiglie consumano meno.
Le imprese vendono meno.
Lo Stato incassa meno.
E il ceto medio, che per decenni è stato la forza dell’Italia, continua lentamente a restringersi.
La vera emergenza economica non è soltanto il prezzo del carburante.
È il fatto che gli italiani lavorano sempre di più per potersi permettere sempre di meno.




Rispondi