Giulio Saraceni
I fantasmi hanno un vantaggio sui vivi: ritornano sempre. E quello di Stalin, ogni tanto, si riaffaccia anche dove meno lo si aspetterebbe. Non con i baffi, la pipa o la divisa del maresciallo. Ma con un’idea. L’idea che lo Stato possa vantare un diritto superiore su quello dell’individuo.
In questi giorni il dibattito sul suicidio medicalmente assistito ha ripreso vigore. È una materia che divide e continuerà a dividere, perché riguarda la coscienza prima ancora della politica. Ma proprio quando si affrontano questioni così delicate, la memoria storica dovrebbe accompagnare le opinioni.
Lo stalinismo non riconosceva l’uomo come fine, bensì come mezzo. Il cittadino era una risorsa dello Stato, un ingranaggio della macchina collettiva. La sua vita aveva valore nella misura in cui serviva la causa comune. In questo quadro, il suicidio non era soltanto un dramma personale: era percepito come una sottrazione indebita di una forza che apparteneva alla collettività. Non era una questione di libertà, ma di disciplina.
Oggi il problema è quasi speculare. La discussione verte sull’autodeterminazione della persona e sui limiti entro cui lo Stato possa o debba intervenire. È un dibattito che si svolge dentro una democrazia costituzionale e non ha nulla a che vedere con i metodi di una dittatura. Ma proprio per questo conviene ricordare da dove veniamo e quali idee hanno segnato il secolo scorso.
La storia è una maestra severa. Non distribuisce patenti di virtù. Ricorda soltanto che le ideologie, quando pretendono di possedere l’uomo, finiscono quasi sempre per privarlo della sua libertà.
Stalin appartiene ai libri di storia. Ma i principi che hanno sostenuto il suo sistema possono riemergere sotto forme diverse, con parole nuove e intenzioni dichiarate migliori. È per questo che i fantasmi non fanno paura quando escono dalle tombe. Fanno paura quando entrano nelle idee.
La politica ha il dovere di legiferare. La storia ha il dovere di avvertire. E chi dimentica la seconda, prima o poi, sbaglia anche la prima.




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