L'Italia Quotidiano

Il precariato diventa una scelta: la favola della Generazione Z felice di lavorare a pezzi

Ramona Castellino

Da sempre Repubblica è il braccio armato della sinistra globalista progressista, capace di fare miracoli concettuali e lessicali, trasformando una necessità economica in una scelta di vita.

Secondo la narrazione proposta da Repubblica, la Generazione Z non sarebbe una generazione costretta a mettere insieme più collaborazioni, più lavoretti e più fonti di reddito per riuscire a mantenersi.

No: sarebbe una generazione che “vuole essere freelance” (quanto gli piacciono le parole straniere!) che ama la libertà, l’autonomia, la flessibilità e, naturalmente, il magnifico mondo delle “multiple income streams”.

Una favola lessicale perfetta per un mercato del lavoro nel quale la frammentazione viene venduta come emancipazione.

Certamente esisteranno pure questi spiriti liberi, ma il punto è un altro: quando una persona deve accettare cinque, sei o dieci collaborazioni per arrivare a un reddito dignitoso, chiamare tutto questo “libertà professionale” significa raccontare soltanto la favola del lupo che non arriva all’uva e dice quindi che questa sia acerba.

È la neolingua del precariato: il salario insufficiente diventa “flessibilità”; l’assenza di stabilità diventa “autonomia”; il dover lavorare per più committenti diventa “avere più fonti di reddito”; l’impossibilità di programmare il futuro diventa “non volersi legare a un posto fisso”.

Persino l’insicurezza, purché confezionata con abbastanza anglicismi, può diventare una scelta generazionale.

Ma quanto è veramente libera una scelta quando l’alternativa è non riuscire a vivere del proprio lavoro è una domanda che i giornalai di regime probabilmente non vogliono porsi.

Perché il freelance che decide di costruirsi volontariamente una carriera articolata su più clienti è una cosa.

Il giovane che accetta qualsiasi collaborazione, anche sottopagata, perché ogni euro serve a pagare l’affitto, è un’altra.

Confondere le due situazioni non è soltanto una questione linguistica.

È un modo per spostare la responsabilità dal sistema all’individuo.

Se guadagni poco, non è perché il lavoro vale poco: sei tu che hai scelto la flessibilità.

Se devi lavorare per cinque committenti: sei tu che ami la pluralità delle esperienze.

Se le retribuzioni sono di cinque euro l’ora, non è perché hanno svenduto il lavoro.

Se non puoi permetterti di rifiutare una collaborazione: sei tu che vuoi essere indipendente.

E magari, mentre fai i salti mortali per mettere insieme il mese, devi pure essere grato perché il mercato ti avrebbe finalmente regalato la libertà.

Questa rappresentazione ricorda una vecchia tecnica ideologica: cambiare il nome alle cose per evitare di affrontare il problema.

La precarietà non scompare perché la chiami “freelance economy”‘ e magari sa pure di esotico.

Un compenso miserabile non diventa dignitoso perché viene presentato come “opportunità”.

E una generazione costretta a rinunciare alla sicurezza economica, non diventa improvvisamente privilegiata perché qualcuno decide di descriverla come protagonista della nuova rivoluzione del lavoro.

Il paradosso è ancora più evidente nel giornalismo.

Un settore che conosce perfettamente la logica delle collaborazioni occasionali e dei compensi a pezzo dovrebbe forse essere particolarmente prudente prima di trasformare la precarietà in una scelta esistenziale.

Perché raccontare il mondo del lavoro dalla prospettiva di chi deve accettare tutto pur di accumulare abbastanza incarichi può produrre una narrazione molto diversa da quella confezionata nei salotti dove la “flessibilità” è una parola elegante e non la necessità di arrivare a fine mese.

La domanda che Repubblica dovrebbe porsi non è “Perché la Generazione Z vuole essere freelance?”

Anche perché la risposta la conosce benissimo.

Dovrebbe essere: “Perché una generazione dovrebbe aver bisogno di più lavori per vivere dignitosamente?”

Questa è la domanda che cambia completamente il quadro.

Perché se la risposta è che i giovani desiderano davvero quella condizione, allora benissimo: che abbiano tutta la libertà di scegliere.

Ma se la scelta di quella “libertà” nasce invece dalla necessità, allora chiamarla semplicemente libertà significa fare pubblicità al problema invece di raccontarlo.

E alla fine rimane una scena piuttosto surreale: mentre il lavoratore conta le collaborazioni per capire se riuscirà a pagare le spese, qualcuno conta le parole inglesi per convincerlo che non è precario.

È il nuovo miracolo della neolingua glibalista: quando non puoi permetterti un lavoro, ti spiegano che hai finalmente conquistato la libertà di averne cinque.

Repubblica continuasse a parlare di quanto gli italiani siano razzisti, del pericolo fascista in assenza di fascismo, di accoglienza e immigrazione, di teorie gender, utero in affitto e diritti civili vari ma può tranquillamente non parlare di lavoro, come fanno già da parecchi anni i padroni che pagano loro le “collaborazioni”.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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