La Redazione
Israele ha votato.
E si è spaccato a metà.
Con il 66,3% delle schede scrutinate, i risultati della Knesset certificano un Paese ingovernabile.
Un Paese che non riesce più a decidere chi è e dove vuole andare.
Ecco i numeri che arrivano da Gerusalemme:
Likud 27, Yashar 21, Partiti arabi 12, Behad 11, Democratici 8.
Tradotto in blocchi: il blocco di Netanyahu, che comprende Likud, partiti ultraortodossi e destra nazionale, scende a 56 seggi. Perde seggi.
Perde consenso.
Il blocco dell’opposizione di Eisenkot, Yashar e sinistra, si ferma a 48 seggi.
A quota 61, che serve per governare, non ci arriva nessuno.
Israele, lo Stato ebraico nato per dare una patria agli ebrei, oggi non può formare un governo senza i voti dei partiti arabi.
Quei 12 seggi dei partiti arabi sono diventati l’ago della bilancia.
Netanyahu resta il primo partito.
27 seggi.
Ma è un re senza corona.
Da cinque anni tiene in piedi il Paese con guerre, coalizioni impossibili, processi sulle spalle.
Ha bombardato Gaza, ha sfidato l’ONU, ha detto no a Biden e a Bruxelles.
Ma dentro, Israele è in rivolta.
L’economia è in affanno.
I riservisti non si presentano.
Le piazze sono piene ogni sabato sera.
Il suo blocco a 56 seggi è la certificazione che la sua formula è finita. Non basta più l’asse con gli ultraortodossi.
Serve altro.
Serve tradire il suo elettorato e abbracciare il centro di Yashar, che vuole un accordo con l’ANP.
Oppure serve chiedere l’elemosina ai partiti arabi.
In entrambi i casi, non è più il Bibi di una volta.
È un premier dimezzato.





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