Giulio Saraceni
Quando questa espressione venne pronunciata per la prima volta, molti rimasero sorpresi, indignati, persino scandalizzati. Eppure, forse, proprio quella reazione impedì di coglierne il significato più profondo.
Perché dentro quella parola, volutamente provocatoria, ci sono anche tutte quelle persone che hanno scelto di metterci la faccia. Persone che hanno deciso di esporsi, di assumersi responsabilità, di rischiare. Persone che hanno fatto politica senza la garanzia di essere sempre dalla parte giusta e senza la possibilità di evitare gli errori.
Perché c’è una verità che spesso dimentichiamo: chi non rischia mai, non sbaglia mai.
È facile giudicare dalla distanza, commentare le scelte degli altri, distribuire sentenze senza aver mai messo in gioco il proprio nome, le proprie convinzioni, il proprio tempo. Molto più difficile è esporsi, prendere decisioni e accettare che quelle decisioni possano essere contestate.
E allora quella parola diventa anche una provocazione contro l’ipocrisia. Contro chi pretende la perfezione dagli altri e non riconosce il valore di chi, nel bene e nel male, prova a fare qualcosa.
La politica, del resto, non può essere soltanto il luogo di chi osserva e giudica. È soprattutto il luogo di chi si assume una responsabilità davanti agli altri. Chi ci mette la faccia può sbagliare, può cadere, può essere criticato. Ma almeno ha avuto il coraggio di esserci.
Forse è questo il significato più autentico della provocazione: non celebrare gli errori, ma distinguere tra chi si espone e chi si nasconde dietro la propria presunta superiorità morale.
Alla fine, la vera battaglia non è tra “puri” e “impuri”. È tra chi ha il coraggio di affrontare la realtà e chi preferisce raccontarsela.
Una lotta contro gli ipocriti, dunque. Perché, prima ancora delle parole, resta una cosa: la verità.




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