L'Italia Quotidiano

LA LEGGE NON È UGUALE PER TUTTI. MA LA VERITÀ NON SI ARRESTA.

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Giuliano Castellino
Dal carcere di Terni, 9 ottobre 2026

Da oltre un anno sono detenuto.
Anzi, voglio chiamare le cose con il loro nome… sono prigioniero.
E in questo lungo tempo, scandito dai giorni tutti uguali della vita carceraria, ho
scelto il silenzio.
Ho scelto di non rispondere alle iene, agli sciacalli, agli avvoltoi travestiti da
giornalisti. Ho scelto di non alimentare il tribunale mediatico che troppo spesso
precede, accompagna e pretende persino di sostituirsi a quello della giustizia.
Ho scelto di farmi la galera. Con dignità. Con disciplina. Con fede.
Ho scelto di combattere la battaglia più difficile, quella contro me stesso,
percorrendo la strada della fede, della speranza e della carità.
Tutto questo mentre continuo a confrontarmi con le conseguenze di un mandato
di cattura che considero vergognoso, costruito attorno a un presunto «concorso
morale»… una risata per i fatti di Montecucco. Quattro anni!
E persino con un estratto contumaciale indirizzato a un tale «Giuliano Castellito».
Viene spontaneo domandarsi… se non mi fossi chiamato Giuliano Castellino,
chi sarebbe oggi in carcere al mio posto?
La mia risposta è semplice: nessuno.
Di fronte a quello che considero un autentico terremoto politico-giudiziario, ho
scelto la via del diritto, affidando ai miei legali la battaglia processuale.
E, nonostante tutto, continuo a confidare nella Legge.
Ma una convinzione, maturata attraverso l’esperienza e la sofferenza, si è fatta
ogni giorno più amara… in Italia la Legge non è uguale per tutti.
In carcere, tuttavia, ho cercato di dare un significato al tempo, anziché lasciare
che il tempo consumasse me.
Studio. Sostengo esami universitari. Mi sto laureando in Storia e Filosofia.
Partecipo al teatro, alla scuola ludosofica e filosofica, alle attività sportive. Mi
dedico al volontariato, svolgendo i compiti di scrivano e sacrestano.
Leggo. Rifletto. Prego.
E ogni giorno affido al Rosario i miei pensieri, le mie sofferenze e le mie
speranze.
Perché si può rinchiudere un uomo in una cella, ma non si può decidere che cosa
debba diventare la sua coscienza.
Avevo scelto il silenzio. Ma il silenzio non può trasformarsi in rassegnazione.
La sentenza della Corte d’Appello per i fatti del 9 ottobre 2021 mi impone oggi di
tornare a parlare.
Non per chiedere indulgenza. Non per cercare compassione. Ma per porre
domande alle quali, prima o poi, qualcuno dovrà dare una risposta.
Perché, oltre al danno, vi è anche la beffa.
Sono chiuso nella mia cella. Accendo il televisore. Il telegiornale trasmette le
immagini degli scontri di Torino, legati ad Askatasuna.
Scorrono scene impressionanti: blindati della Polizia in fiamme, agenti impegnati
a mettersi in salvo, automobili e cassonetti incendiati, poliziotti aggrediti,
martellate, razzi, molotov, uomini dal volto coperto.
Si parla di un migliaio di manifestanti. Si parla di 103 agenti feriti.
E quale contestazione viene riferita?
DANNEGGIAMENTO.
Ripeto… DANNEGGIAMENTO!
E allora la domanda nasce inevitabile, persino brutale nella sua semplicità.
Perché a Torino si parla di danneggiamento, mentre per i fatti di Roma del 9
ottobre 2021 si è arrivati a contestare la DEVASTAZIONE, con custodie
cautelari in carcere e condanne fino a otto anni e sette mesi?
Quasi un decennio della vita di un uomo.
Non pretendo che vicende processuali differenti siano giudicate senza esaminare
atti, responsabilità e prove. Pretendo, però, che la stessa severità, lo stesso rigore
e gli stessi criteri giuridici valgano per tutti.
Vorrei che si mettessero una accanto all’altra le immagini di Roma del 9 ottobre
2021 e quelle di Torino del 31 gennaio, così come quelle di tante manifestazioni
No TAV, pro-Palestina e dei movimenti antagonisti.
Che si osservassero le condotte. Che si confrontassero i fatti. Che si spiegassero,
senza pregiudizi e senza convenienze, le differenti qualificazioni giuridiche.
Perché la giustizia non può avere un colore politico.
E soprattutto non può cambiare misura a seconda del nome, delle idee o della
bandiera di chi viene giudicato.
Quanto alla mia posizione, occorre ricordare una circostanza essenziale… non
sono mai entrato nella sede della CGIL.
La mia responsabilità viene ricondotta al concorso e all’istigazione.
Mi si contesta, tra l’altro, di aver pronunciato quelle parole…
“ASSEDIAMO LA
CGIL”
…
Parole certamente forti. Parole politiche. Parole delle quali sono disposto a
discutere il significato, il tono e la portata.
Ma ASSEDIARE non è ASSALTARE.
Le parole hanno un significato. Le condotte hanno una loro materialità. Le
responsabilità penali devono essere personali e dimostrate.
Eppure, all’esito di questa vicenda, rimane una condanna a otto anni e sette mesi.
Otto anni e sette mesi.
Una pena che pesa come un macigno sulla vita di un uomo e sulla sua famiglia.
E allora mi domando e interrogo…
Quando Maurizio Landini parla di “rivolta sociale”, quando nelle manifestazioni
alle quali partecipano esponenti politici e sindacali esplodono violenze e scontri,
quali criteri vengono utilizzati per distinguere la parola dalla condotta, la protesta
dalla responsabilità penale?
Chiedo soltanto che quei medesimi criteri siano applicati anche a me.
Non rivendico privilegi. Rivendico uguaglianza.
Non chiedo impunità. Chiedo giustizia.
Non pretendo che le mie idee siano condivise. Pretendo che non diventino, esse
stesse, una colpa da espiare.
Da troppo tempo assisto a quella che considero una rappresentazione giudiziaria
e mediatica nella quale il racconto finisce per sovrapporsi alla realtà, e il
pregiudizio sembra precedere il giudizio.
Ho maturato la convinzione che in Italia esista una profonda disparità nel modo
in cui vengono trattati gli antagonisti di sinistra e coloro che, come me, si
definiscono patrioti.
I primi sembrano trovare comprensione, giustificazioni, talvolta persino
protezione politica.
I secondi vengono spesso consegnati alla pubblica esecrazione prima ancora che
il loro destino processuale sia definitivamente stabilito.
Ilaria Salis siede al Parlamento europeo.
Io scrivo da una cella del carcere di Terni.
Non sostengo che le nostre vicende siano giuridicamente identiche. Ma rivendico
il diritto di interrogarmi sul peso che l’appartenenza politica, la rappresentazione
mediatica e il consenso pubblico possono assumere nelle vicende giudiziarie.
Perché una democrazia è davvero tale soltanto quando riconosce anche ai
propri avversari gli stessi diritti che proclama per i propri amici.
E invece, troppo spesso, vedo due pesi e due misure.
Agli uni comprensione.
Agli altri disprezzo.
Agli uni attenuanti politiche.
Agli altri condanne morali pronunciate ancora prima di quelle giudiziarie.
Ai primi le giustificazioni. Ai secondi il carcere e la mostrificazione.
E, intorno, il silenzio.
Un silenzio che talvolta pesa più delle accuse.
Non intendo, con queste parole, presentarmi come un uomo senza errori.
Ne ho commessi. Lo riconosco.
Ho sbagliato nei toni, talvolta nella forma, forse nell’impeto di una passione
politica che non ho mai saputo vivere a metà.
Se fossi rimasto muto, forse oggi la mia storia sarebbe diversa.
Ho sottovalutato l’odio politico, la forza degli apparati che definisco deep state, il
potere di certi ambienti della sinistra.
E ho sottovalutato anche la viltà degli uomini.
Soprattutto di coloro che avrebbero potuto essermi amici e che, nel momento
della prova, hanno preferito voltarsi dall’altra parte.
Ma non intendo confondere gli errori con le colpe che mi vengono attribuite. E
non accetterò mai che le mie idee politiche siano trasformate, di per sé, in una
prova di responsabilità penale.
Perché, alla fine, resta in me una convinzione dolorosa… la mia colpa più grave,
agli occhi di molti, è stata quella di aver innalzato il Tricolore invece delle
bandiere rosse.
Questa è la verità politica che sento di dover denunciare.
Una verità che continuerò a sostenere, anche quando dà fastidio, anche quando
costa, anche quando pronunciarla significa esporsi ancora una volta all’odio e alla
derisione.
Resto convinto che quel 9 ottobre 2021 non vi sia stata la devastazione che mi
viene contestata e che la ricostruzione delle responsabilità debba essere ancora
combattuta nelle sedi della giustizia.
Continuerò a farlo attraverso i miei avvocati, con gli strumenti del diritto, nella
fiducia che la verità dei fatti possa prevalere sulle narrazioni, sulle convenienze e
sui pregiudizi.
Non cerco vendetta. Non invoco privilegi. Non domando pietà.
Chiedo che la giustizia torni a essere giustizia, per tutti e senza eccezioni.
Oggi queste parole partono da una cella.
Domani non so da dove potrò pronunciarle.
Ma so che la privazione della libertà non mi ha privato della coscienza, che la
solitudine non mi ha sottratto la fede e che la sofferenza non mi ha tolto la
speranza.
Le sbarre possono segnare il confine dei miei giorni.
Non segneranno il confine della mia dignità.
E finché avrò voce continuerò a rivendicare la mia verità, a difendere le mie
ragioni e a confidare che un giorno possa essere riconosciuta quella giustizia
nella quale, nonostante tutto, voglio ancora credere.
Perché si può imprigionare un uomo. Non si può imprigionare la sua
coscienza.
Amen.
Giuliano Castellino
Dal carcere di Terni, 9 ottobre 2026


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