La Redazione
Per decenni si è sostenuto che la scuola dovesse essere “neutrale”.
Oggi, invece, il rischio denunciato da numerosi docenti, famiglie e osservatori è esattamente l’opposto: i manuali scolastici sembrano sempre più orientati a trasmettere una precisa visione culturale e politica, spesso riconducibile al progressismo contemporaneo, piuttosto che limitarsi a fornire strumenti di conoscenza.
La questione non riguarda il naturale aggiornamento dei programmi o l’introduzione di nuovi temi sociali.
Il nodo è un altro: quando un libro di testo presenta una sola interpretazione della realtà come l’unica moralmente accettabile, la scuola smette di educare al pensiero critico e rischia di trasformarsi in un laboratorio di conformismo culturale.
I temi sono ormai ricorrenti: identità, famiglia, immigrazione, ambientalismo, globalizzazione, linguaggio inclusivo, colonialismo, genere.
Argomenti legittimi, certo, ma che spesso vengono proposti secondo una prospettiva univoca, lasciando poco spazio al confronto con altre sensibilità culturali, filosofiche o religiose.
Lo studente rischia così di assimilare categorie interpretative già confezionate anziché sviluppare una capacità autonoma di giudizio.
È il riflesso di un fenomeno più ampio che attraversa l’Occidente.
La battaglia politica non si combatte più soltanto nelle aule parlamentari, ma nelle università, nei mezzi di comunicazione, nelle piattaforme digitali e, soprattutto, nelle scuole.
Chi forma le nuove generazioni esercita infatti un’influenza destinata a produrre effetti per decenni.
Ma viene ovviamente da chiedersi chi controlla i contenuti dei manuali, con quali criteri vengono selezionati gli autori, gli esempi, le fonti e le prospettive culturali.
Stanno nutrendo i nostri figli di un pensiero unico dominante e moralmente decadente.
Nascondendo diverse interpretazioni della realtà,indirizzando preventivamente verso una sola.
Il compito della scuola è insegnare a ragionare, non imporre cosa pensare.
Per questo motivo cresce la richiesta di maggiore trasparenza nella redazione dei testi scolastici e di un più ampio coinvolgimento delle famiglie e del mondo accademico nella loro valutazione.
Non per sostituire un’ideologia con un’altra, ma per restituire alla scuola ciò che dovrebbe essere: un luogo di formazione, non di militanza culturale.
La vera sfida, oggi, è difendere la libertà educativa.
Perché quando l’istruzione rinuncia al pluralismo e assume il compito di forgiare cittadini secondo un’unica visione del mondo, il confine tra educazione e indottrinamento diventa inevitabilmente più sottile.




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