Ramona Castellino
Le frange estreme del No Tav hanno rialzano la testa, ma questa è soltanto l’ennesima prova di forza.
Nei mesi scorsi siamo già stati spettatori di guerriglie urbane, stazioni treni devastate, vetrine infrante, auto e cassonetti date alle fiamme, forze dell’ordine prese a martellate.
Quelli erano pro Pal, poi ci sono stati gli antagonisti con i centri sociali, poi gli antifa e or i no Tav, ma la realtà è che sono tutti figli dello stesso padre.
Dopo le devastazioni in Val di Susa, sotto i riflettori finisce l’area antagonista legata ad Askatasuna, mentre gli investigatori cercano di ricostruire la regia delle violenze.
La destra invoca il pugno duro, la sinistra giustifica, cerca una motivazione, coccola di suoi.
Le immagini degli assalti ai cantieri della Torino-Lione hanno riportato l’Italia indietro di oltre un decennio.
Bombe carta, razzi, pietre e barricate hanno trasformato ancora una volta la Val di Susa nel teatro di una guerriglia urbana, con decine di agenti feriti e ingenti danni alle strutture di cantiere.
Ma ripetiamo, scene che negli ultimi mesi abbiamo visto e rivisto.
Le indagini puntano ora a ricostruire chi abbia organizzato le azioni più violente.
L’attenzione degli inquirenti si concentra sulla componente antagonista che da anni affianca le mobilitazioni No Tav.
Tra i nomi ricorrenti compare quello di Askatasuna, il centro sociale torinese storicamente presente nelle proteste e già noto alle cronache giudiziarie, con condanne lievi e un approccio quasi compiacente.
Intanto il fronte più radicale continua a rilanciare la mobilitazione, annunciando nuove iniziative contro il cantiere.
Una prospettiva che preoccupa il governo e le forze dell’ordine, chiamate a garantire la sicurezza di un’infrastruttura considerata strategica a livello nazionale ed europeo.
Sul piano politico cresce la richiesta di una risposta senza ambiguità.
Per l’esecutivo il diritto di manifestare non può trasformarsi nel diritto di devastare beni pubblici, aggredire le forze dell’ordine o tentare di bloccare opere approvate dalle istituzioni democratiche.
La vicenda riapre anche un interrogativo che accompagna da anni la protesta No Tav: dove finisce il dissenso legittimo e dove comincia l’azione organizzata delle frange più estreme?
Una distinzione decisiva, perché il movimento comprende realtà molto diverse, dai comitati civici ai gruppi antagonisti.
Le prossime settimane diranno se gli episodi degli ultimi giorni rappresentano un’escalation e l’inizio di una nuova stagione di tensioni.




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