L'Italia Quotidiano

L’aborto non è un diritto: quando una battuta di programma diventa il pretesto per processare Vannacci

Ramona Castellino

C’è una frase che, in questi giorni, sembra aver provocato più scandalo di un programma politico intero:

“L’aborto non è un diritto”.

È la posizione messa nero su bianco da Roberto Vannacci nella seconda parte del programma di Futuro Nazionale, dedicata a famiglia, natalità e questioni bioetiche.

Il documento parla anche di prevenzione, di sostegno concreto alle donne che decidono di portare avanti una gravidanza e del riconoscimento giuridico del concepito, lui si unico vero essere vivente a non averne nessuno di diritto.

Nella narrazione liberal progressista sembra quasi che Vannacci abbia dichiarato guerra alle donne.

Davvero basta una frase per trasformare una posizione bioetica, tra l’altro inattaccabile, in un attentato alla civiltà?

Il punto è proprio questo: l’aborto può e deve essere discusso e anche criticamente.

Considerarlo esclusivamente attraverso la categoria del “diritto” significa già aver chiuso una parte essenziale della discussione: quella relativa alla vita nascente, alla responsabilità della società verso la maternità e al rapporto tra libertà individuale e tutela del concepito.

Non è necessario condividere ogni proposta di Vannacci per riconoscere che questa discussione è legittima.

Anzi, una società che si reputa tale, dovrebbe riuscire a sostenere contemporaneamente due idee: la donna non deve essere abbandonata davanti a una gravidanza difficile e la vita nascente merita una considerazione morale e politica.

Il programma di Futuro Nazionale, almeno nelle intenzioni dichiarate, prova a mettere insieme questi due elementi: prevenzione, sostegno alla maternità e riconoscimento del concepito.

Si può contestare la fattibilità delle misure.

Si possono chiedere coperture finanziarie, dettagli legislativi e garanzie.

Ma trasformare tutto questo in una caricatura è un’altra cosa.

La cosa quasi comica è che il dibattito si è concentrato praticamente su una sola frase.

Famiglia? Natalità? Sostegno economico alle giovani coppie? Politiche demografiche?

Tutto rapidamente inghiottito dalla solita cloaca globalista: Vannacci ha parlato di aborto, dunque bisogna seppellirlo.

È una tecnica politica vecchia quanto la sinistra: prendere il passaggio più divisivo di un documento, ingigantirlo fino a farlo diventare l’intero documento e poi indignarsi contro la caricatura che si è appena costruita.

Così il programma diventa un titolo.

E il titolo diventa un processo.

E il processo, naturalmente, deve avere già un colpevole perché si giudica attraverso un pensiero unico dominante.

Nel frattempo, mentre ci si accapiglia sulle parole, esistono anche numeri difficili da ignorare.

Negli Stati Uniti, secondo il Guttmacher Institute, nel 2025 sono state effettuate circa 1.126.000 interruzioni di gravidanza da parte di clinici.

Nel 2026, nel mondo, sono stati uccisi più di 46 milioni di bambini.

È un numero enorme.

E i dati relativi alle donne incinte non parlano di gravidanze difficili o di gravidanze in seguito a violenze o di malattie o malformazioni nei bambini.

Semplicemente donne che non vogliono quel bambino.

E allora per questo i dati devono essere utilizzati con onestà: l’aborto è la principale causa di morte, più dei tumori, delle malattie cardiache o degli incidenti.

Sono numeri che dovrebberi interrogare una società che parla continuamente di inverno demografico, crisi della natalità e futuro delle nuove generazioni.

Il problema non è soltanto contare.

Il problema è chiedersi perché una civiltà che si preoccupa tanto della denatalità, abbia così poco coraggio nell’affrontare le condizioni economiche, culturali e sociali che possono spingere una donna a considerare l’interruzione della gravidanza come l’unica soluzione possibile, resa la più facile, la più sbrigativa e la più bugiarda perché non si deve assolutamente parlare di quello che l’aborto realmente è, come si pratica, cosa prova il bambino strappato via dall’utero.

Anche in Italia il fenomeno non è numericamente irrilevante.

La relazione del Ministero della Salute sui dati 2022 ha registrato 65.661 IVG, con un tasso di abortività di 5,6 ogni mille donne tra 15 e 49 anni.

La discussione, dunque, non dovrebbe essere ridotta alla domanda: “Sei pro o contro Vannacci”.

La domanda seria dovrebbe essere un’altra:

quanto fa una società per fare in modo che una donna non debba scegliere tra maternità e sicurezza economica, tra un figlio e il proprio lavoro, tra gravidanza e solitudine?

Qui il tema dell’aborto incrocia inevitabilmente quello delle politiche familiari.

Ed è su questo terreno che si muove il programma di Futuro Nazionale quando parla di risorse, strumenti concreti, servizi, sostegni alle madri e alle famiglie.

Io pensiero globalista, la cultura della morte spacciata per diritto, hanno creato una società sive non è più possibile discutere al di fuori del recinto del pensiero unico dominante, e aspettare che siano i cittadini a scegliere quali soluzioni votare.

Si può essere ferocemente contrari a Vannacci.

Si può ritenere sbagliata la sua impostazione.

Si può persino considerare irrealizzabile una parte delle sue proposte.

Ma una cosa è difficile da sostenere: che mettere in discussione l’idea dell’aborto come diritto equivalga automaticamente a negare la dignità della donna.

Non è così.

Esiste una tradizione culturale, filosofica e cattolica che considera la vita umana degna di tutela fin dal concepimento.

È una posizione che mai dovrebbe essere espulsa dal dibattito pubblico con l’etichetta di “oscurantismo”.

Anche perché l’alternativa sarebbe assai poco “democratica”, decidere preventivamente quali opinioni siano ammissibili e quali debbano essere trattate come una sorta di eresia civile.

Alla fine, la polemica su Vannacci rischia di produrre il solito spettacolo.

Da una parte chi grida all’attacco ai diritti.

Dall’altra chi risponde con slogan ancora più duri.

Nel mezzo, la realtà delle famiglie italiane: pochi figli, maternità sempre più tardiva, costi crescenti, precarietà, difficoltà abitative e una demografia che continua a porre interrogativi enormi.

Ridurre tutto a “Vannacci vuole togliere l’aborto” è comodo.

Ed è anche fazioso.

È anche molto meno impegnativo che discutere seriamente di come sostenere una donna incinta che non vuole abortire ma teme di non potersi permettere un figlio.

E forse è proprio qui che la polemica diventa sterile.

Perché mentre i partiti litigano sulle parole, il problema demografico rimane.

I bambini vengono soppressi per necessità e capriccio.

E mentre si combatte una guerra culturale su una frase, milioni di europei e migliaia di italiani continuano a interrogarsi sul futuro della famiglia.

Se l’aborto non deve essere un tabù, allora nemmeno la sua critica può esserlo.

E se davvero si vuole difendere la libertà, bisognerebbe cominciare dalla libertà di porre una domanda oggi quasi eretica: una società che vuole continuare a esistere non dovrebbe fare tutto il possibile perché una gravidanza non venga vissuta come un problema da eliminare, ma come una vita da poter accogliere?

Per i liberal progressisti meglio continuare a gettare fango.

Hai visto mai gli italiani tornassero a fare altri italiani, diventerebbe difficile giustificare le milioni di “risorse necessarie al nostro Paese”.


Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

ISCRIVITI CON IL NOSTRO COMITATO COSTITUENTE 638 CLICCA QUI, SELEZIONA “INDIPENDENZA 638”
INVIACI UN WHATSAPP PER ESSERE INSERITO NEL GRUPPO POLITICO. CLICCA QUI

Articoli Recenti

Commenti Recenti

  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

Social Media

Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere