L'Italia Quotidiano

 Lavorare deve convenire, formarsi deve servire: la proposta di Futuro Nazionale per cambiare il mercato del lavoro

Riccardo Bianchi

In Italia convivono due problemi che, apparentemente, sembrano contraddirsi: ci sono persone che cercano un’occupazione e non riescono a trovarla, mentre migliaia di imprese dichiarano di avere difficoltà a reperire lavoratori con le competenze necessarie.

La risposta più semplice sarebbe concludere che gli italiani non vogliono più lavorare oppure, dalla parte opposta, che le imprese non vogliono assumere. La realtà è molto più complessa e chiama in causa uno dei grandi fallimenti strutturali del nostro Paese: la difficoltà di far incontrare rapidamente chi cerca lavoro con chi ha bisogno di lavoratori, formando nel frattempo le persone per le professionalità realmente richieste dall’economia.

È da questo problema che parte la proposta di Futuro Nazionale sulle politiche attive del lavoro, fondata su un principio molto semplice: lo Stato deve proteggere chi si trova realmente in difficoltà, ma quella protezione deve diventare, ogni volta che sia possibile, il ponte attraverso il quale tornare al lavoro, non una condizione permanente nella quale rimanere.

Il paradosso italiano: disoccupati da una parte, imprese che cercano personale dall’altra

Immaginiamo un cinquantenne che perda il lavoro dopo venticinque anni trascorsi nella stessa azienda. Possiede esperienza, capacità e abitudine al lavoro, ma il suo settore è cambiato e alcune delle competenze che aveva sviluppato non sono più sufficienti.

Dall’altra parte della città potrebbe esserci un’impresa che cerca personale da mesi e non riesce a trovare candidati con una determinata preparazione tecnica.

Tra queste due persone dovrebbe esistere un sistema capace di individuare immediatamente la distanza professionale che le separa, proporre al lavoratore la formazione necessaria e accompagnarlo verso quell’azienda.

Troppo spesso questo collegamento non avviene, oppure avviene lentamente e attraverso una frammentazione di banche dati, centri per l’impiego, agenzie, corsi di formazione e piattaforme differenti.

La politica attiva del lavoro proposta da Futuro Nazionale vuole intervenire precisamente in questo spazio.

Un unico grande sistema nazionale per trovare lavoro e lavoratori

Il primo strumento proposto è la realizzazione di un Database Unico di Collocamento Nazionale, collegato con imprese, centri per l’impiego, enti di formazione e operatori privati accreditati.

Tradotto in termini semplici, significa provare a costruire una grande infrastruttura nazionale capace di sapere, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati, chi cerca lavoro, quali competenze possiede, quali professionalità stanno cercando le imprese e quale formazione manca per consentire l’incontro tra domanda e offerta.

Prendiamo un ragazzo di 24 anni che abbia concluso gli studi e sia alla ricerca del primo impiego. Nel sistema dovrebbero essere registrate le sue qualifiche e le competenze professionali rilevanti, mentre dall’altra parte le aziende dovrebbero poter indicare con precisione le figure che cercano.

Se nella sua provincia ci fossero dieci aziende alla ricerca di quella professionalità, il sistema dovrebbe essere in grado di favorire rapidamente l’incontro.

Se invece quelle aziende richiedessero una competenza aggiuntiva, dovrebbe poter emergere immediatamente il percorso formativo necessario per colmare quella distanza.

Il principio è elementare: chi cerca lavoro non dovrebbe essere lasciato solo a cercare opportunità e chi cerca lavoratori non dovrebbe essere lasciato solo a lamentarne la mancanza.

Anche i centri per l’impiego devono essere valutati sui risultati

C’è poi un secondo elemento destinato inevitabilmente a far discutere.

Futuro Nazionale propone che le risorse destinate ai servizi per l’impiego siano maggiormente collegate ai risultati effettivamente ottenuti.

Non dovrebbe bastare, quindi, contare quanti colloqui sono stati organizzati, quante pratiche sono state aperte o quante persone sono state inserite formalmente in un corso.

La domanda dovrebbe diventare: quante persone sono realmente tornate a lavorare?

E ancora: quanti percorsi formativi sono stati completati, quanti hanno prodotto competenze effettivamente richieste dalle imprese e quanti inserimenti si sono trasformati in occupazione stabile e di qualità?

Questo cambiamento è importante perché sposta l’attenzione dalla quantità delle procedure alla qualità dei risultati.

Un corso di formazione che produce soltanto un attestato non è necessariamente una buona politica del lavoro. Un percorso che consente a una persona di acquisire una professionalità richiesta e trovare successivamente un’occupazione, invece, ha raggiunto il proprio scopo.

Il sussidio deve aiutare chi ha bisogno, non sostituire indefinitamente il lavoro

Questo è probabilmente il punto politicamente più netto della proposta.

Futuro Nazionale considera indispensabile proteggere chi si trova in condizioni di effettiva difficoltà. Una persona che perde improvvisamente il lavoro, una famiglia che rimane senza reddito o qualcuno che attraversa una situazione di grave fragilità non può essere semplicemente abbandonato.

La solidarietà appartiene alla nostra concezione della comunità nazionale.

Ma solidarietà e responsabilità devono procedere insieme.

Se una persona è nelle condizioni concrete di lavorare, il sostegno pubblico deve essere accompagnato da orientamento, formazione, riqualificazione e offerte di lavoro compatibili con criteri definiti dalla legge.

Il principio è semplice: aiutarti mentre sei in difficoltà significa essere una comunità; trasformare quell’aiuto in un’alternativa permanente al lavoro, quando il lavoro è concretamente possibile, significa costruire un sistema ingiusto sia verso chi riceve il sostegno sia verso chi lo finanzia.

Il “principio economico di San Paolo”

Futuro Nazionale riassume questa impostazione richiamando una frase particolarmente forte della Seconda Lettera ai Tessalonicesi: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi».

La parola decisiva è vuole, non può.

San Paolo non sta parlando di chi è impossibilitato a lavorare, di chi è malato, di chi non riesce a trovare un’occupazione nonostante la cerchi o di chi attraversa una situazione di bisogno. Il riferimento è a chi potrebbe contribuire alla comunità ma sceglie deliberatamente di non farlo pretendendo che siano gli altri a mantenerlo.

Applicato alla politica contemporanea, il principio significa distinguere nettamente tra impossibilità e indisponibilità.

Immaginiamo due persone che ricevono un sostegno pubblico. La prima perde il lavoro, frequenta un corso professionale, partecipa ai colloqui e cerca seriamente una nuova occupazione senza riuscire immediatamente a trovarla. La seconda, pur essendo nelle condizioni di lavorare, rifiuta sistematicamente formazione e opportunità congrue perché preferisce continuare a percepire il sussidio.

Per Futuro Nazionale non possono essere considerate allo stesso modo.

La prima persona deve essere sostenuta, la seconda deve essere responsabilizzata.

Le risorse pubbliche che vengono impiegate per mantenere artificialmente fuori dal mercato del lavoro chi potrebbe lavorare potrebbero altrimenti essere utilizzate, secondo questa impostazione, per diminuire il costo del lavoro e favorire nuove assunzioni.

Meno tasse sul lavoro invece di finanziare l’inattività volontaria

Qui il ragionamento diventa anche economico.

Ogni euro distribuito dallo Stato deve prima essere raccolto attraverso tasse, contributi, altre entrate oppure finanziato attraverso debito.

Se una parte delle risorse destinate ai sussidi per persone effettivamente occupabili potesse essere progressivamente liberata attraverso il loro ritorno al lavoro, Futuro Nazionale propone di orientare quelle risorse verso la riduzione del cuneo fiscale, cioè della distanza tra quanto costa un lavoratore all’impresa e quanto quello stesso lavoratore riceve effettivamente in busta paga.

È uno dei grandi paradossi italiani: un dipendente può costare molto all’azienda senza percepire uno stipendio altrettanto elevato.

Ridurre questa distanza può rendere più conveniente assumere e, contemporaneamente, aumentare il valore economico del lavoro.

Si crea così il circuito che la proposta vuole perseguire: meno dipendenza assistenziale quando non necessaria, più occupazione, più contribuenti, maggiore produzione e maggiore possibilità di ridurre il peso fiscale sul lavoro.

Naturalmente questo meccanismo funziona soltanto se esistono offerte realmente compatibili, servizi efficienti e criteri seri per stabilire quando un rifiuto possa essere considerato ingiustificato. Senza queste garanzie, il principio rischierebbe di trasformarsi in una punizione per chi un lavoro lo sta cercando davvero.

Ma il programma non riguarda soltanto disoccupati e sussidi

C’è una seconda parte della proposta che può essere ancora più innovativa e che riguarda chi il lavoro lo possiede già.

Futuro Nazionale vuole favorire una maggiore partecipazione dei lavoratori alla crescita economica dell’impresa, recuperando un principio profondamente presente nella Dottrina Sociale della Chiesa: capitale e lavoro non devono essere necessariamente considerati due eserciti contrapposti.

L’imprenditore investe capitale, assume rischi e organizza l’attività produttiva; il lavoratore mette a disposizione competenze, tempo, esperienza e capacità. Quando l’impresa cresce grazie alla collaborazione di entrambi, è possibile costruire strumenti attraverso i quali una parte di quella crescita venga condivisa.

Che cosa significa partecipare agli utili?

Immaginiamo un’azienda con cento dipendenti che raggiunga risultati economici particolarmente positivi.

Oltre alla normale retribuzione prevista dal contratto, una parte degli utili potrebbe essere distribuita ai lavoratori secondo regole prestabilite.

Lo stipendio rimarrebbe quindi lo stipendio, mentre la partecipazione agli utili rappresenterebbe qualcosa in più.

Questo punto è essenziale: la partecipazione non deve diventare un pretesto per sostituire la normale retribuzione o trasferire il rischio d’impresa sui dipendenti.

Deve rappresentare un beneficio aggiuntivo legato alla crescita dell’azienda.

Se l’impresa migliora, aumenta la produttività e produce maggiori risultati economici, anche chi ha contribuito quotidianamente a generarli può partecipare a una quota di quel successo.

Il lavoratore può diventare anche proprietario

Un’altra possibilità è rappresentata dall’azionariato dei dipendenti.

In determinate aziende, una parte delle azioni o delle quote può essere progressivamente posseduta dai lavoratori attraverso sistemi regolati e incentivati.

Immaginiamo una dipendente che lavori per vent’anni nella stessa impresa e che, attraverso un piano di partecipazione, accumuli progressivamente una piccola quota del capitale aziendale.

A quel punto non possiede soltanto uno stipendio derivante dal proprio lavoro, ma anche una parte, per quanto limitata, del patrimonio produttivo alla cui crescita ha contribuito.

È qui che entra in gioco un altro obiettivo politico della proposta: allargare la proprietà.

Una società composta da milioni di persone che possiedono risparmio, casa, quote aziendali, investimenti e patrimonio è generalmente più autonoma di una società nella quale la proprietà è concentrata in poche mani mentre la maggioranza dipende esclusivamente dal reddito mensile.

Superare la vecchia guerra tra capitale e lavoro

Dietro questa proposta esiste quindi una precisa concezione sociale.

Per decenni una parte della politica ha raccontato il rapporto tra imprenditore e lavoratore quasi esclusivamente come un conflitto: da una parte il capitale, dall’altra il lavoro.

Futuro Nazionale propone invece di rafforzare una cultura della corresponsabilità, nella quale rimangono distinti ruoli, diritti e interessi, ma cresce la possibilità di condividere i risultati.

Un lavoratore che partecipa concretamente alla crescita dell’impresa può sviluppare maggiore senso di appartenenza; un’impresa che riesce a trattenere lavoratori qualificati e motivati acquista stabilità, competenze e produttività.

Se costruito correttamente, il vantaggio può essere reciproco.

L’obiettivo finale: una grande classe media produttiva

Mettendo insieme tutti questi elementi si comprende meglio il disegno complessivo.

Il Database Unico dovrebbe rendere più facile trovare lavoro; la formazione continua dovrebbe permettere alle persone di aggiornare le proprie competenze durante tutta la vita professionale; i sostegni economici dovrebbero proteggere chi ne ha realmente bisogno accompagnando gli occupabili verso il reinserimento; la riduzione dell’assistenzialismo improprio dovrebbe liberare risorse per diminuire il costo del lavoro; la partecipazione agli utili e alla proprietà dovrebbe consentire a un numero crescente di lavoratori di beneficiare direttamente della crescita delle imprese.

Il punto di arrivo è la costruzione di una classe media produttiva più numerosa, patrimonializzata e indipendente, composta da persone che non siano semplicemente destinatarie delle politiche pubbliche, ma protagoniste della vita economica della Nazione.

Perché il lavoro non dovrebbe rappresentare soltanto il modo attraverso il quale pagare le bollette alla fine del mese. Dovrebbe tornare a essere uno degli strumenti attraverso i quali una persona costruisce autonomia, dignità, competenze, patrimonio e futuro.

Ed è qui che solidarietà e responsabilità smettono di essere concetti contrapposti: una comunità nazionale forte non abbandona chi cade, lo aiuta a rialzarsi; allo stesso tempo, chiede a chi può camminare di fare la propria parte, perché il benessere comune non nasce dall’assistenza permanente, ma dalla partecipazione di tutti alla costruzione della prosperità nazionale.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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