Ramona Castellino
Il Papa richiama al rispetto del sacro e mette nel mirino protagonismi, abusi e creatività fuori controllo.
Poi indica la vera trincea della Chiesa: famiglia, educazione e trasmissione della fede.
Per i cattolici fedeli alla Tradizione, un segnale che non può passare inosservato.
È bastato un richiamo chiaro sulla liturgia per riaprire una questione che nella Chiesa molti preferirebbero archiviare: che cosa è veramente la Santa Messa?
Una celebrazione dell’uomo o il Sacrificio di Cristo?
Un’occasione nella quale tutti devono necessariamente “fare qualcosa” oppure il momento nel quale la creatura si inginocchia davanti al Creatore?
Le parole di Leone XIV riportano la questione al centro.
E lo fanno con una semplicità che, dopo decenni di sperimentazioni, appare quasi rivoluzionaria: la liturgia non appartiene al celebrante, non appartiene alla comunità e tanto meno appartiene alle mode del momento.
Appartiene alla Chiesa e, attraverso la Chiesa, a Cristo.
Basta con il sacerdote-showman
Per troppo tempo una certa idea distorta della partecipazione ha prodotto celebrazioni nelle quali il protagonista rischia di essere chiunque tranne Nostro Signore.
Microfoni, applausi, monizioni interminabili, trovate creative, canti scelti secondo il gusto del momento, interventi che sembrano usciti da un’assemblea condominiale anziché dal culto cattolico.
E guai a domandare un po’ di silenzio.
Guai a chiedere raccoglimento.
Guai soprattutto a ricordare che il sacro esige rispetto.
È arrivato il momento di dirlo senza complessi di inferiorità: una liturgia cattolica non deve competere con un programma televisivo, con un concerto o con un evento motivazionale.
La Messa non deve “intrattenere”.
Deve santificare.
La partecipazione non significa protagonismo
E qui sta uno dei nodi fondamentali.
Partecipare alla liturgia non significa necessariamente essere visibili.
Non significa occupare il microfono.
Non significa trasformare ogni fedele in un piccolo cerimoniere.
La partecipazione autentica è anzitutto interiore, spirituale, soprannaturale.
Il fedele partecipa quando comprende ciò che sta accadendo, quando prega, quando offre se stesso insieme al Sacrificio di Cristo, quando si lascia trasformare dalla grazia.
È una concezione della liturgia che restituisce finalmente all’uomo il suo posto: non padrone, ma adoratore.
Il Concilio Vaticano II non può essere l’alibi per qualsiasi cosa.
Ed è proprio qui che si apre una questione che per anni è stata considerata quasi intoccabile.
Ogni abuso è stato giustificato in nome del “Concilio”.
Ogni innovazione è stata presentata come “spirito del Concilio”.
Ogni critica è stata liquidata come nostalgia.
Ma il problema è che il Concilio Vaticano II non può diventare una parola magica capace di giustificare qualunque arbitrio.
Fedeltà alla riforma liturgica non significa licenza di inventare.
Rinnovamento che sa di anarchia.
Partecipazione non significa protagonismo.
E soprattutto: la Tradizione non è una malattia dalla quale la Chiesa deve guarire.
È la memoria viva della Chiesa.
Ma il discorso di Leone XIV diventa ancora più interessante quando dalla liturgia si passa alla famiglia e all’educazione.
Perché la battaglia non si combatte soltanto dentro le chiese.
Si combatte nelle case.
Si combatte nelle scuole.
Si combatte nella formazione dei bambini e dei ragazzi.
Una Chiesa che non trasmette la fede alle nuove generazioni è destinata lentamente a diventare un museo.
E una famiglia che rinuncia al proprio compito educativo lascia inevitabilmente che siano altri a educare i propri figli: la televisione, i social network, la cultura dominante, l’industria dell’intrattenimento.
Il risultato lo vediamo già.
Se la famiglia cede, la fede scompare
La restaurazione cristiana, se questa è davvero la direzione che si vuole intraprendere, non può dunque limitarsi alla questione liturgica.
Occorre ricostruire una cultura cattolica.
Una cultura nella quale i bambini imparino nuovamente a pregare.
Nella quale la domenica torni a essere davvero il giorno del Signore.
Nella quale i genitori non abbiano paura di educare alla disciplina, al sacrificio, alla purezza, alla responsabilità e alla fede.
Nella quale il catechismo non sia ridotto a un corso di buone maniere.
Nella quale un ragazzo sappia almeno chi è Cristo prima di essere bombardato da mille messaggi sul mondo.
Perché una generazione che non conosce la propria fede non potrà difenderla.
Il vero “progresso” è tornare all’essenziale.
Per questo le parole del Papa meritano attenzione.
Non perché basti un discorso a cambiare la Chiesa.
Non perché improvvisamente siano scomparse le divisioni liturgiche.
E neppure perché ogni problema sia stato risolto.
Ma perché mettere nuovamente al centro il sacro, la famiglia e l’educazione significa toccare le radici della crisi.
La Chiesa non ha bisogno di rincorrere continuamente l’ultima moda culturale per dimostrare di essere viva.
Ha bisogno di tornare a fare ciò che le è stato affidato.
Annunciare Cristo.
Celebrare degnamente i Sacramenti.
Formare i cristiani.
Difendere la famiglia.
Educare i figli.
Trasmettere intatta la fede ricevuta.
È questo il punto sul quale Leone XIV sarà giudicato dai fedeli.
I richiami sono importanti, ma servono atti concreti.
Servono sacerdoti formati alla liturgia.
Servono vescovi capaci di vigilare.
Servono seminari nei quali il senso del sacro non venga considerato un residuo del passato.
Servono famiglie sostenute e non lasciate sole.
Servono scuole cattoliche che abbiano il coraggio di essere cattoliche.
E serve soprattutto una generazione di laici che non abbia più paura di dichiararsi cattolica.
Perché il cristianesimo non può sopravvivere come semplice sentimento privato.
O torna a essere una forma di vita, oppure lentamente scompare.
Leone XIV sembra averlo compreso.
Adesso resta da vedere se questa chiamata all’ordine arriverà davvero fino alle parrocchie, ai seminari, alle scuole e soprattutto alle famiglie.
Perché la vera partita non è decidere come rendere la Chiesa più simile al mondo.
È decidere se la Chiesa avrà ancora il coraggio di ricordare al mondo che Cristo è il Signore.




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