Ramona Castellino
L’Alta Corte respinge il ricorso di genitori e detransitioner e spalanca le porte allo studio clinico su 226 minori.
Dopo il Rapporto Cass, che aveva denunciato la fragilità delle prove scientifiche, il governo britannico sceglie la strada della sperimentazione.
A pagare il prezzo saranno i ragazzi più vulnerabili.
È questo quello che accade quando la politica abdica al dovere di proteggere l’infanzia e la medicina rinuncia al principio di precauzione.
I più deboli diventano il terreno su cui si combattono le battaglie ideologiche degli adulti.
È il significato profondo della decisione con cui l’Alta Corte del Regno Unito ha autorizzato la prosecuzione del progetto Pathways, il protocollo di ricerca finanziato dal Servizio sanitario nazionale britannico che prevede il reclutamento di 226 ragazzi tra gli undici e i sedici anni ai quali potranno essere somministrati farmaci blocca-pubertà.
Il ricorso promosso dal Bayswater Support Group, che riunisce genitori di minori con incongruenza di genere, insieme alla detransitioner Keira Bell e allo psicoterapeuta James Esses, chiedeva semplicemente che la sperimentazione fosse sospesa fino a una piena valutazione giudiziaria.
La risposta della Corte è stata negativa.
È una decisione destinata a far discutere perché arriva appena due anni dopo il Rapporto Cass, commissionato dallo stesso sistema sanitario britannico, che aveva demolito molte delle certezze costruite negli anni attorno ai cosiddetti trattamenti di affermazione di genere per i minori.
Quella revisione indipendente aveva riconosciuto che le evidenze scientifiche disponibili sull’impiego dei bloccanti della pubertà erano deboli e insufficienti per giustificarne l’utilizzo come pratica ordinaria.
Anziché leggere tale conclusione come un invito alla massima prudenza, le autorità sanitarie britanniche hanno scelto di trasformare quei dubbi in un protocollo sperimentale che coinvolgerà direttamente adolescenti, in una fase delicatissima della loro crescita.
La domanda etica è inevitabile: è lecito sottoporre minori psicologicamente fragili a trattamenti farmacologici destinati a interferire con uno dei processi naturali più importanti dello sviluppo umano, quando la stessa comunità scientifica riconosce che molte risposte ancora mancano.
Il principio fondamentale della medicina, primum non nocere, dovrebbe suggerire cautela.
La pubertà non è una patologia da arrestare, ma una tappa fisiologica della crescita.
Interromperla farmacologicamente significa intervenire su un equilibrio biologico complesso, con possibili ripercussioni sullo sviluppo osseo, endocrino, sessuale e riproduttivo che la ricerca continua ancora a studiare.
Non meno grave è il nodo del consenso.
Un adolescente può davvero comprendere fino in fondo il significato di una scelta che potrebbe incidere sulla sua fertilità, sul suo sviluppo corporeo e sulla sua vita futura?
È una domanda che attraversa ormai il dibattito internazionale e alla quale nessuna formula burocratica può dare una risposta definitiva.
Emblematica resta la storia di Keira Bell, che da adolescente intraprese il percorso medico di transizione, per poi pentirsene profondamente.
La sua esperienza, insieme a quella di altri detransitioner, ha contribuito a mettere in discussione pratiche che per anni erano state presentate come sostanzialmente prive di rischi.
Oggi la sua voce viene nuovamente messa in secondo piano.
Dal punto di vista dell’antropologia cristiana, la vicenda rappresenta qualcosa di ancora più profondo.
Il corpo umano non è un ostacolo da correggere né una materia da plasmare secondo i desideri del momento. È parte integrante dell’identità della persona, creata da Dio come unità di corpo e anima.
La vera compassione non consiste nell’assecondare ogni percezione soggettiva, ma nell’accompagnare chi soffre con percorsi di ascolto, sostegno psicologico e autentica cura, senza imboccare scorciatoie farmacologiche dagli esiti incerti.
La sentenza dell’Alta Corte non chiude dunque soltanto una controversia giudiziaria.
Essa segna un passaggio culturale.
Se l’incertezza scientifica non induce prudenza, ma diventa il motivo per sperimentare proprio sui più vulnerabili, si supera il confine tra ricerca e azzardo.
Una società che non protegge i bambini nel momento della loro maggiore fragilità, difficilmente potrà definirsi davvero civile.
Il progresso non si misura dalla rapidità con cui si inseguono nuove ideologie, ma dalla capacità di custodire la dignità inviolabile di ogni persona, soprattutto di chi non ha ancora voce per difendersi.




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