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L’ISLANDA DICE NO A BRUXELLES: QUANDO IL POPOLO NON VOTA COME VOGLIONO I TECNOCRATI, ARRIVANO LE “INTERFERENZE”

Ramona Castellino 

Il referendum islandese,  boccia la ripresa dei negoziati con l’Unione Europea. 

Bruxelles viene umiliata dal voto del popolo.

E ora torna il vecchio copione: se gli elettori non scelgono secondo i desideri delle élite, bisogna cercare qualcuno che li abbia “influenzati”

C’è qualcosa di profondamente significativo nel voto con cui l’Islanda ha respinto la ripresa dei negoziati per l’adesione
ai negoziati per l’adesione all’Unione Europea.

Il un popolo islandese ha esercitato democraticamente il proprio diritto di dire “no” a un ulteriore trasferimento di sovranità.

E la prima domanda che l’Unione avrebbe dovuto porsi sarebbe dovuta  essere sul perché si questo riltato di voto, non certamente chi lo ha manipolato, anche perché in questo i tecnocrati europei sono maestri.

Già prima del voto, il tema delle presunte interferenze straniere era entrato nel dibattito islandese. 

Le autorità avevano monitorato account falsi, siti opachi e possibili finanziamenti stranieri, ma non è emersa nessuna prova pubblica che dimostri che il risultato sia stato prodotto da un’operazione dei soliti russi, nonostante sia stata cercata in maniera ossessiva.

È una distinzione fondamentale.

Perché trasformare ogni voto sgradito, in un possibile prodotto della propaganda straniera, rischia di generare una conseguenza paradossale: il cittadino viene considerato pienamente sovrano soltanto quando vota nella direzione desiderata dalle élite politiche, economiche e burocratiche.

Il risultato è stato netto nella sua direzione, anche se non nel margine: il 52,8% degli islandesi ha votato contro la ripresa dei negoziati di adesione, mentre il 47,2% si è espresso a favore.

L’affluenza ha raggiunto l’82,5%. 

Non si è trattato dunque di un voto marginale o di una consultazione disertata dalla popolazione.

È stata una partecipazione massiccia.

E c’è un dettaglio ancora più importante: il quesito non chiedeva direttamente di entrare nell’Unione Europea. 

Chiedeva se riprendere il processo negoziale. 

Il referendum aveva quindi come oggetto la riapertura delle trattative, non l’adesione immediata. 

Ma proprio questa caratteristica rende il risultato politicamente interessante.

Gli islandesi hanno detto che, almeno per ora, non vogliono nemmeno riaprire quel percorso.

La premier Kristrún Frostadóttir ha riconosciuto il risultato e il governo ha annunciato che non riprenderà i negoziati durante l’attuale legislatura.

Al centro della campagna referendaria c’è stata soprattutto la pesca.

Per l’Islanda non è un settore come gli altri. 

È legato alla storia economica del Paese, alla sua identità nazionale e al controllo delle risorse marittime.

Secondo i dati riportati da Reuters, il settore ittico contribuisce per circa il 15% al PIL islandese e rappresenta circa il 40% dei ricavi da esportazione.

Gli oppositori dell’adesione hanno sostenuto che l’ingresso nell’UE avrebbe potuto ridurre il controllo nazionale sulle quote e sulla gestione delle risorse ittiche.

Gli islandesi, in sostanza, hanno preferito conservare la possibilità di decidere autonomamente su una risorsa strategica.

E qui emerge una domanda che riguarda l’intera Europa:

Perché uno stato europeo dovrebbe  essere disposto a cedere uno Stato nazionale in cambio dei vantaggi dell’integrazione sovranazionale?

L’Islanda possiede già un accesso privilegiato al mercato europeo attraverso lo Spazio economico europeo e fa parte dell’area Schengen. 

Il risultato del referendum mostra quindi che una parte consistente dell’elettorato ritiene possibile avere una stretta integrazione economica e una forte cooperazione internazionale senza necessariamente arrivare all’adesione politica all’Unione. 

È una posizione legittima e visto gli effetto devastanti dell’UE possiamo affermate anche molto intelligente.

E liquidare il voto popolare automaticamente come arretratezza, nazionalismo o manipolazione, fa capire con chiarezza ciò che i globalisti pensano del popolo.

Qui si trova il vero nodo politico.

L’Unione Europea ci era stata venduta come progetto di cooperazione tra Stati. 

Nel corso dei decenni, però, l’integrazione ha comportato il trasferimento di numerose competenze dal livello nazionale a quello europeo.

Certamente questo non ha portato ad una  maggiore capacità di affrontare problemi comuni, ma è  stata invece una progressiva erosione della possibilità dei cittadini di determinare autonomamente le politiche del proprio Paese.

È stata la svendita di quello che era rimasto della sovranità degli stati sull’altare del globalismo.

La decisione degli islandesi dimostra che se  una volontà  nazionale decidere di restare fuori da un processo di integrazione, viene  immediatamente accusata di essere vittima di propaganda, disinformazione o interferenze.

Con questa Unione, ogni grido alla sovranità popolare è meramente una sovranità condizionata.

È questo il linguaggio politico europeo.

Noi sappiamo che gli islandesi hanno votato No.

E sappiamo che tra le ragioni addotte dagli oppositori vi erano la pesca, la convinzione che l’attuale rapporto con l’Europa fosse sufficiente, ma soprattutto la sovranità nazionale.

Questo dovrebbe bastare per prendere sul serio la loro scelta.

E l’Islanda da una grande lezione a tutti gli stati europei.

Il vero significato del referendum è che l’Islanda abbia “sconfitto l’Europa”.

È che un piccolo Stato europeo ha ricordato una cosa elementare:
l’integrazione internazionale non può diventare sinonimo di obbedienza politica.

Un cittadino può essere favorevole alla cooperazione europea e contemporaneamente contrario a ulteriori trasferimenti di sovranità.

Può volere il mercato unico senza volere l’adesione all’Unione.

Può volere la sicurezza senza considerare ogni aumento della spesa militare automaticamente positivo e necessario 

Può ritenere la questione ucraina una cloaca senza uscita.

E soprattutto può votare contro un progetto politico senza essere necessariamente un burattino di Mosca, di Washington, di Pechino o di qualsiasi altra potenza straniera.

L’Islanda, con il suo 52,8%, ha semplicemente ricordato che il voto appartiene agli elettori, non ai tecnocrati.

E forse è proprio questa la ragione per cui il piccolo Paese nordico merita oggi molta più attenzione di quanto suggeriscano le sue dimensioni.

Perché la questione che ha posto riguarda tutta l’Europa:
chi deve avere l’ultima parola sulle grandi scelte politiche è il popolo sovrano e non le  istituzioni sovranazionali.

È una lezione di Sovranismo.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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