L'Italia Quotidiano

L’Italia deve tornare a produrre ciò che conta: la sovranità passa anche dalle fabbriche

Riccardo Bianchi

Per molti anni parlare di politica industriale è sembrato qualcosa di vecchio. Il mercato avrebbe deciso dove produrre, le imprese avrebbero comprato componenti e materie prime dove costavano meno, i capitali avrebbero attraversato liberamente le frontiere e la globalizzazione avrebbe garantito a tutti maggiore efficienza e maggiore prosperità.

Poi la realtà ha presentato il conto.

La pandemia ha mostrato cosa significa dipendere dall’estero persino per prodotti essenziali. La crisi dei semiconduttori ha fermato stabilimenti industriali a migliaia di chilometri dal luogo in cui il problema era nato. Le tensioni internazionali hanno riportato al centro energia, difesa e approvvigionamento delle materie prime. L’intelligenza artificiale sta trasformando la competizione tecnologica in una questione di potere economico. Stati Uniti e Cina investono enormi risorse per assicurarsi industrie, tecnologie, brevetti e catene di approvvigionamento.

In questo mondo un Paese che non possiede capacità industriale strategica rischia di possedere una sovranità soltanto formale.

È da questa constatazione che nasce la proposta di Futuro Nazionale per una Strategia Industriale Nazionale, accompagnata da un Piano Industriale Strategico pluriennale e da un Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale.

Il concetto può sembrare tecnico. In realtà riguarda questioni estremamente concrete: chi produrrà l’energia che utilizzeremo, chi costruirà le tecnologie delle nostre imprese, dove saranno conservati i nostri dati, chi controllerà le infrastrutture strategiche e, soprattutto, dove lavoreranno i nostri figli.

Non significa tornare all’economia di Stato

Prima di spiegare la proposta occorre eliminare un possibile equivoco.

Una politica industriale nazionale non significa immaginare ministeri che decidano quali automobili costruire o burocrati che sostituiscano gli imprenditori.

Futuro Nazionale parte dal principio opposto: l’iniziativa privata deve rimanere il principale motore della crescita economica.

Lo Stato deve però sapere dove vuole portare il Paese.

Immaginiamo un’impresa italiana che voglia investire centinaia di milioni in robotica, semiconduttori o intelligenza artificiale. Quell’investimento richiede infrastrutture, energia, personale altamente qualificato, università capaci di formarlo, autorizzazioni, ricerca e capitali.

Se ognuno di questi elementi procede senza coordinamento, il sistema perde competitività.

Una strategia industriale dovrebbe servire esattamente a questo: stabilire le priorità nazionali per i prossimi dieci o vent’anni e coordinare intorno ad esse gli strumenti pubblici già esistenti e gli investimenti privati.

Non scegliere l’azienda amica da finanziare, quindi, ma scegliere in quali settori l’Italia non può permettersi di diventare irrilevante.

Quali sono le industrie che non possiamo perdere?

Il programma individua alcuni comparti prioritari: energia, difesa, aerospazio, infrastrutture digitali, robotica, semiconduttori, cybersecurity, intelligenza artificiale e automotive avanzato.

Perché proprio questi?

Facciamo qualche esempio.

Un’automobile moderna contiene una quantità enorme di elettronica. Una fabbrica può avere acciaio, operai, progettisti e ordini, ma senza determinati semiconduttori semplicemente non produce.

Un Paese può possedere migliaia di imprese, ma se le infrastrutture digitali dalle quali dipendono vengono compromesse da un attacco informatico, una parte dell’economia può fermarsi.

Possiamo utilizzare quotidianamente l’intelligenza artificiale, ma se modelli, capacità di calcolo, infrastrutture cloud, dati e proprietà intellettuale appartengono sistematicamente ad altri, saremo consumatori della rivoluzione tecnologica invece che protagonisti.

Lo stesso ragionamento vale per energia e difesa. Una nazione che in condizioni di crisi non dispone di sufficiente capacità industriale nei settori indispensabili è costretta a dipendere dalle decisioni di qualcun altro.

Questo è il significato concreto di sicurezza economica.

Non dobbiamo produrre tutto. Dobbiamo poter produrre ciò che è indispensabile

Qui occorre evitare anche l’errore opposto.

Sovranità economica non significa autarchia.

Pensare che l’Italia debba produrre sul proprio territorio qualsiasi bene che consuma sarebbe economicamente irrazionale. Le economie moderne vivono di commercio internazionale, specializzazione e catene produttive integrate.

Il problema nasce quando una dipendenza diventa strategica e difficilmente sostituibile.

Se importiamo un prodotto facilmente acquistabile da cinquanta fornitori diversi, il rischio è relativamente contenuto.

Se un’intera industria italiana dipende invece da una tecnologia prodotta da pochissimi soggetti stranieri, la questione cambia completamente.

La domanda che una Strategia Industriale Nazionale dovrebbe quindi porsi è molto semplice:

che cosa non possiamo permetterci di non saper più fare?

È una domanda economica, ma anche politica.

Il vero patrimonio non è soltanto la fabbrica

C’è poi un’altra questione che spesso sfugge al dibattito.

Un Paese può continuare ad avere uno stabilimento sul proprio territorio e contemporaneamente perdere gran parte del suo potere industriale.

Accade quando all’estero finiscono la proprietà intellettuale, i brevetti, la ricerca, la progettazione e soprattutto i centri decisionali.

Supponiamo che una grande impresa tecnologica italiana venga acquisita da un gruppo straniero. Lo stabilimento rimane inizialmente in Italia e i dipendenti continuano a lavorare. Apparentemente non è cambiato nulla.

Ma se successivamente ricerca, brevetti e direzione strategica vengono trasferiti all’estero, alla prossima crisi la decisione su quale stabilimento salvare e quale chiudere non verrà più presa in Italia.

Ecco perché il programma pone tra gli obiettivi il mantenimento sul territorio nazionale di ricerca, proprietà intellettuale, produzioni strategiche e centri decisionali.

Investimenti stranieri sì, svendita no

Questo non significa chiudere le porte al capitale internazionale.

Un’impresa straniera che costruisce uno stabilimento in Italia, assume lavoratori, trasferisce tecnologia, collabora con aziende italiane e investe nella ricerca può rappresentare una straordinaria opportunità.

Futuro Nazionale propone per questo un principio di apertura accompagnata dalla reciprocità.

Il capitale straniero non deve essere considerato un nemico per definizione, ma neppure ogni acquisizione può essere giudicata esclusivamente in base al prezzo offerto.

Se l’oggetto della compravendita è un normale bene commerciale, decide il mercato. Se invece si parla di reti energetiche, telecomunicazioni, tecnologie militari, dati sensibili, infrastrutture essenziali o imprese che possiedono tecnologie decisive, entra in gioco l’interesse nazionale.

È qui che interviene il Golden Power.

Cos’è il Golden Power, spiegato semplicemente

Il Golden Power è l’insieme dei poteri speciali attraverso i quali il Governo può intervenire su determinate operazioni riguardanti imprese e attività considerate strategiche.

In determinate circostanze può imporre condizioni oppure arrivare a opporsi a un’operazione.

Facciamo un esempio volutamente semplice.

Supponiamo che un’impresa italiana possieda una tecnologia fondamentale per la cybersecurity delle infrastrutture nazionali e venga acquistata da un soggetto controllato da uno Stato estero.

Per un normale negozio sarebbe una compravendita privata.

Per un’impresa che possiede tecnologia critica può diventare una questione di sicurezza nazionale.

La proposta di Futuro Nazionale è quindi aggiornare continuamente e rafforzare questo sistema di protezione, adattandolo alle nuove tecnologie e alle nuove minacce economiche.

Perché ciò che vent’anni fa non era strategico oggi potrebbe esserlo enormemente.

I dati, per esempio, sono diventati un’infrastruttura di potere.

Un Fondo Sovrano italiano per investire nel futuro

La seconda grande leva proposta è il Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale.

Il concetto di fondo sovrano non è un’invenzione italiana. Numerosi Paesi utilizzano strumenti pubblici d’investimento per amministrare risorse e costruire partecipazioni con una prospettiva di lungo periodo.

L’idea contenuta nel programma è utilizzare uno strumento di questo genere non per mantenere artificialmente in vita aziende inefficienti, ma per mobilitare capitali verso investimenti strategici capaci di produrre crescita futura.

Immaginiamo, per esempio, un’impresa italiana che abbia sviluppato una tecnologia promettente nella robotica industriale. Ha mercato, competenze e prospettive, ma per passare dalla dimensione nazionale a quella internazionale necessita di capitali enormi.

Il rischio è conosciuto: arriva un grande investitore estero, acquista l’impresa e progressivamente trasferisce altrove tecnologia e centro decisionale.

Un Fondo Sovrano potrebbe intervenire, insieme ai capitali privati, quando esiste un interesse industriale nazionale.

La differenza è fondamentale: lo Stato non dovrebbe sostituirsi al mercato, ma impedire che l’assenza di capitale italiano costringa sistematicamente le nostre migliori realtà a cercare altrove le risorse necessarie per crescere.

Ma c’è una condizione: niente carrozzoni pubblici

Qui la proposta si gioca gran parte della propria credibilità.

L’Italia conosce bene anche il lato peggiore dell’intervento pubblico: nomine politiche, aziende utilizzate come serbatoi elettorali, partecipazioni mantenute senza logica economica e denaro pubblico utilizzato per rinviare problemi invece che risolverli.

Un Fondo Sovrano senza regole severe rischierebbe di trasformarsi esattamente in ciò che pretende di combattere.

Per questo sono indispensabili trasparenza degli investimenti, criteri economici misurabili, governance professionale, controllo indipendente e incompatibilità rigorose contro l’occupazione partitica.

Se un investimento viene effettuato perché serve al Paese deve essere possibile dimostrarlo.

Se viene effettuato perché serve a un partito, non è politica industriale: è clientelismo.

Cassa Depositi e Prestiti: possediamo già uno strumento formidabile

L’Italia, peraltro, non parte da zero.

Cassa Depositi e Prestiti rappresenta già uno degli strumenti finanziari più importanti a disposizione del Paese.

Il programma propone di tutelarne e valorizzarne la capacità di intervento finanziario insieme al nucleo delle partecipazioni pubbliche strategiche.

La questione è ancora una volta stabilire per quale obiettivo utilizzare questi strumenti.

Non devono diventare scorciatoie per socializzare le perdite di aziende senza futuro, ma leve attraverso le quali rafforzare infrastrutture, innovazione, capacità produttiva e aziende strategiche.

Anche i Comuni hanno una sovranità economica da difendere

Il principio viene esteso ai servizi essenziali gestiti dagli enti locali.

Acqua, trasporto pubblico, energia, gestione delle reti e altri servizi fondamentali non sono attività qualsiasi. Determinano concretamente la qualità della vita delle comunità.

Questo non significa che qualsiasi azienda pubblica debba essere difesa indipendentemente dalla propria efficienza.

Anzi.

Proprio perché un’impresa gestisce un servizio essenziale, deve essere amministrata meglio di una normale struttura burocratica, non peggio.

La tutela della proprietà pubblica strategica deve quindi andare insieme alla lotta contro clientele, sprechi e occupazione partitica delle società partecipate.

Il problema italiano: diventare il reparto produttivo di qualcun altro

La sfida più grande dei prossimi vent’anni non sarà semplicemente conservare posti di lavoro.

Sarà conservarne la qualità.

Un Paese può avere occupazione e contemporaneamente perdere progressivamente sovranità industriale se le attività ad alto valore aggiunto vengono realizzate altrove mentre sul territorio rimangono soltanto assemblaggio, logistica e servizi a basso margine.

La differenza è enorme.

Chi possiede ricerca, brevetti, software, progettazione e marchi cattura una parte molto maggiore del valore.

Chi si limita ad assemblare ciò che altri hanno inventato compete soprattutto sul costo.

L’Italia non può accettare questo destino.

Abbiamo università, ingegneri, ricercatori, distretti industriali, manifattura avanzata e alcune imprese di livello mondiale. La politica industriale dovrebbe creare le condizioni perché queste competenze producano altra tecnologia italiana anziché diventare terreno di conquista.

La sovranità nel XXI secolo si misura anche così

Per troppo tempo abbiamo pensato alla sovranità quasi esclusivamente in termini di confini, leggi e istituzioni.

Oggi non basta più.

Un Paese può avere una bandiera, un Parlamento e un Governo, ma trovarsi in condizioni di grave dipendenza se non controlla nessuna delle tecnologie dalle quali dipendono economia, comunicazioni, energia e sicurezza.

Chi controlla le infrastrutture controlla una parte della tua libertà. Chi possiede la tecnologia determina una parte della tua capacità produttiva. Chi finanzia le tue aziende può influenzarne il futuro. Chi possiede brevetti e dati incassa il valore che quelle attività generano.

La sovranità economica moderna non consiste quindi nel costruire muri attorno all’Italia.

Consiste nell’avere abbastanza forza industriale da poter continuare a scegliere.

L’obiettivo: un’Italia che inventa, produce e decide

La Strategia Industriale Nazionale proposta da Futuro Nazionale parte dunque da una convinzione precisa: l’Italia non deve scegliere tra Stato e mercato, ma costruire uno Stato capace di rendere più forte il proprio mercato e di proteggere ciò che per la Nazione è strategico.

Vogliamo investimenti stranieri quando portano capitale, occupazione e tecnologia, ma vogliamo poter intervenire quando mettono a rischio la sicurezza nazionale. Vogliamo l’iniziativa privata come motore dell’economia, accompagnata però da una strategia nazionale che indichi dove vogliamo essere fra vent’anni. Vogliamo utilizzare le partecipazioni pubbliche e la Cassa Depositi e Prestiti, sottraendole però alla partitocrazia. Vogliamo un Fondo Sovrano che investa nel futuro, non un nuovo contenitore nel quale nascondere aziende decotte.

Soprattutto vogliamo che un giovane italiano possa partecipare alle grandi rivoluzioni tecnologiche del proprio tempo senza essere obbligato ad andare all’estero per trovare l’azienda, il laboratorio o il capitale che gli consentano di farlo.

Perché alla fine una politica industriale nazionale non riguarda soltanto fabbriche, bilanci e partecipazioni.

Riguarda una domanda molto più semplice.

Fra vent’anni l’Italia comprerà dagli altri le tecnologie che fanno funzionare il mondo oppure contribuirà a inventarle, produrle e possederle?

Futuro Nazionale sceglie la seconda strada.

Perché essere sovrani significa anche questo: avere ancora in Italia le competenze, gli uomini, le imprese e gli strumenti necessari per decidere il nostro futuro.


Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

ISCRIVITI CON IL NOSTRO COMITATO COSTITUENTE 638 CLICCA QUI, SELEZIONA “INDIPENDENZA 638”
INVIACI UN WHATSAPP PER ESSERE INSERITO NEL GRUPPO POLITICO. CLICCA QUI

Articoli Recenti

Commenti Recenti

  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

Social Media

Scopri di più da L'Italia Quotidiano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere