Ramona Castellino
C’è un filo rosso che lega le più inquietanti utopie del nostro tempo: la pretesa di cancellare ogni limite imposto alla condizione umana e dalla legge di Dio.
Dopo aver inseguito l’eterna giovinezza con diete estreme, trasfusioni e protocolli sperimentali, il miliardario americano Bryan Johnson rilancia ora l’idea di un “clone” destinato, nelle sue intenzioni, a diventare la frontiera della medicina rigenerativa.
Al di là delle precisazioni scientifiche, che parlano di cellule riprogrammate e non della nascita di un bambino clonato, resta una domanda di fondo che nessuna innovazione tecnologica può eludere: fino a dove può spingersi l’uomo quando perde il senso del limite?
Da decenni la cultura occidentale coltiva il mito dell’autosufficienza assoluta.
La morte non è più considerata una realtà con cui confrontarsi, un passaggio, dove si merita, alla vita eterna, ma un guasto tecnico da eliminare.
Il corpo non è più visto come parte integrante della persona, scrigno dell’anima, bensì come un insieme di componenti da aggiornare, sostituire e riparare.
È la logica del transumanesimo: l’uomo non accetta più di essere creatura e sogna di rifarsi da sé.
Non sorprende che, in questo contesto, si moltiplichino progetti che evocano la possibilità di produrre organi, tessuti o perfino copie biologiche dell’essere umano.
Anche quando tali prospettive rimangono lontane dalla concreta fattibilità scientifica, esse contribuiscono a diffondere un immaginario nel quale la vita rischia di essere ridotta a semplice materiale biologico.
Si è dimenticato che ogni persona possiede una dignità irriducibile, perché creata a immagine di Dio e mai riducibile a strumento per altri fini.
Quando invece prevale una visione puramente utilitaristica del corpo, il passo verso una cultura dello scarto diventa più breve.
Oggi si parla di embrioni prodotti per la ricerca, domani di organi coltivati in laboratorio, dopodomani di esseri umani progettati secondo criteri di efficienza: la domanda etica e morale che poniamo è sempre la stessa.
La tecnologia, in sé, è un bene quando è posta al servizio dell’uomo.
La medicina rigenerativa può offrire prospettive importanti nella cura di molte malattie e merita di essere sviluppata nel rispetto della dignità della persona.
Ciò che inquieta è invece la mentalità che accompagna certe narrazioni: quella secondo cui tutto ciò che è tecnicamente possibile diventerebbe automaticamente moralmente lecito.
L’illusione dell’immortalità biologica, finisce così per sostituire la speranza con l’ossessione.
Se dimentica che laddove si segue la parola di Dio, si apriranno le porte del regno dei cieli, aspirazione di ogni uomo cristiano.
Si investono patrimoni immensi nel tentativo di allungare indefinitamente la vita terrena, mentre si perde di vista la domanda fondamentale sul significato dell’esistenza.
È il paradosso di una civiltà che sa prolungare la vita, ma fatica sempre più a comprenderne il valore.
La vicenda di Bryan Johnson, al di là dell’effettiva portata scientifica delle sue dichiarazioni, rappresenta quindi un segnale culturale che merita attenzione.
Non è solo la storia di un eccentrico miliardario, ma il simbolo di un’epoca che rischia di sostituire la fede nel Creatore con la fede nella tecnologia, trasformando il laboratorio nel nuovo tempio e l’ingegnere nel nuovo sacerdote.
La vera sfida non consiste nel diventare immortali sulla terra, ma nel custodire quella concezione dell’uomo che impedisce alla scienza di smarrire la propria vocazione: servire la persona, non ridefinirne arbitrariamente la natura.




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