Ramona Castellino
Nel villaggio dove ancora risuona l’aramaico di Cristo, il ritorno degli uomini della jihad riapre le ferite del martirio.
E mentre le cancellerie occidentali stringono la mano ai nuovi padroni della Siria, i cristiani vengono lasciati soli.
Ci sono luoghi che raccontano la storia meglio di mille conferenze diplomatiche.
Maaloula è uno di questi.
Arroccata sulle montagne del Qalamoun, dove ancora oggi si parla l’aramaico, la lingua del Signore Gesù, questa antichissima comunità cristiana continua a essere il simbolo della Chiesa perseguitata d’Oriente.
Tra il 2013 e il 2014 Maaloula fu invasa dai miliziani di al-Nusra.
Le sue chiese furono profanate, le icone mutilate, le croci abbattute.
Le dodici suore del monastero di Santa Tecla vennero rapite, mentre numerosi cristiani pagarono con la vita il rifiuto di rinnegare la propria fede.
Un martirio che sembrava appartenere al passato.
Oggi quell’incubo ritorna.
Con l’ascesa al potere di Hayat Tahrir al-Sham, diretta erede del fronte jihadista di al-Nusra, molti degli uomini che terrorizzarono la Siria sono tornati a esercitare influenza sul Paese.
A Maaloula il ricordo delle persecuzioni non è una pagina di storia, ma una ferita ancora aperta.
“Noi non abbiamo nulla contro i musulmani”
afferma con chiarezza padre Fadi Barghil, parroco melchita del monastero dei santi Sergio e Bacco.
“Noi amiamo i musulmani, ma non amiamo i jihadisti.”
Parole semplici, che smascherano la propaganda di chi riduce ogni denuncia della persecuzione anticristiana a una presunta forma di intolleranza religiosa.
I numeri parlano da soli. Prima della guerra vivevano a Maaloula circa novecento famiglie cristiane.
Oggi ne restano appena trecento.
Un esodo silenzioso che rischia di cancellare una presenza cristiana ininterrotta da quasi duemila anni.
Ancora più inquietante è il silenzio internazionale.
Mentre i leader occidentali accolgono con tutti gli onori il nuovo governo siriano e vengono revocate sanzioni e restrizioni, nessuno sembra interrogarsi sul destino delle comunità cristiane.
Padre Fadi evita polemiche inutili, ma le sue risposte sono eloquenti.
Alla domanda su dove siano finiti gli ingenti aiuti internazionali destinati alla Siria, invita semplicemente a rivolgersi al presidente Ahmed al Sharaa.
Un’amara constatazione che fotografa la distanza tra la retorica ufficiale e la realtà vissuta dalla popolazione.
Non meno severo è il giudizio sulla classe dirigente ecclesiale.
Secondo il sacerdote, molti responsabili delle Chiese siriane preferirebbero non denunciare apertamente la situazione dei cristiani per mantenere rapporti di collaborazione con il nuovo potere politico.
Un’accusa grave che invita a un serio esame di coscienza.
Intanto, mentre il mondo guarda altrove, ricompaiono sulla scena figure storiche del jihadismo siriano, come Abu Malik al-Talli, già comandante di al-Nusra nella regione del Qalamoun.
La sua presenza riaccende inevitabilmente la paura tra chi ricorda bene gli anni del sangue.
Maaloula non chiede privilegi.
Chiede soltanto ciò che dovrebbe essere garantito a ogni uomo: poter professare la propria fede senza paura, vivere nella propria terra e trasmettere ai figli il patrimonio spirituale ricevuto dagli apostoli.
La tragedia è che il grido dei cristiani d’Oriente continua a essere soffocato dall’indifferenza.
Le persecuzioni fanno notizia solo quando servono a sostenere determinate narrazioni politiche; quando le vittime sono cristiane, troppo spesso cala il silenzio.
Eppure Maaloula continua a parlare.
Le sue chiese ferite, le icone sfregiate, le famiglie costrette all’esilio e i sacerdoti rimasti accanto al loro popolo ricordano al mondo una verità scomoda: il cristianesimo non è una reliquia del passato, ma una fede che ancora oggi, in molte parti del mondo, si testimonia pagando un prezzo altissimo.
Finché l’Occidente continuerà a voltarsi dall’altra parte, il rischio è che la culla del cristianesimo venga progressivamente svuotata dei suoi figli, nell’indifferenza generale.




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