La Redazione
Emmanuel Macron ha scelto: negare la realtà.
Ieri sera il ministro dell’Interno francese Laurent Nunez ha presentato le dimissioni dopo la notte di guerriglia urbana più grave degli ultimi anni: 1.200 arresti, 150 agenti feriti, municipi incendiati da Limoges a Lione, centinaia di negozi saccheggiati da Parigi a Marsiglia.
Macron le ha respinte.
Vuole tenere tutto sotto controllo.
Ma non controlla più nulla.
È quello che Jordan Bardella, leader del Rassemblement National e vero leader dell’opposizione, ha riassunto in due parole: “Francia umiliata”.
Umiliata da un Presidente che dopo aver visto il Paese a ferro e fuoco sale in TV e non annuncia nulla. Nessuna misura straordinaria.
Nessun esercito per le strade.
Nessun stato di emergenza.
Solo la solita litania vuota: “Manteniamo il dialogo, comportiamoci responsabilmente, condanniamo con fermezza le violenze”.
Un discorso talmente inconcludente che persino esponenti della sua stessa maggioranza lo stanno deridendo sui social e in TV.
Sei mesi alle elezioni presidenziali e Macron sembra già un ex Presidente che parla al vento.
Macron avrebbe spiegato le proteste per il caro vita e il prezzo dei carburanti così:
“Questi manifestanti hanno espresso preoccupazione per il costo della vita e per il prezzo dei carburanti, che trovano la loro origine nel conflitto lanciato nel Golfo Persico, al quale la Francia non ha partecipato e di cui subiamo le conseguenze.”
Traduzione: non è colpa mia, non è colpa delle banlieue fuori controllo, non è colpa dell’immigrazione di massa, non è colpa della sinistra che incendia le città.
È colpa di Trump e della guerra nel Golfo.
Delirante.
Mentre Parigi brucia, il Presidente francese gioca a fare il geopolitico e scarica le colpe sugli americani.
Come i Democratici americani che danno la colpa a Putin per i saccheggi a Los Angeles.
Oltre la mezzanotte, nella notte tra sabato e domenica, la paura è entrata nelle abitazioni private.
A Parigi, nei quartieri Nord e Est, bande organizzate, approfittando del caos e della polizia impegnata nei cortei, hanno sfondato porte di palazzi e abitazioni private.
Cittadini inermi sotto attacco nel proprio letto.
La denuncia arriva dai comitati di quartiere e dai video che girano in rete, porte divelte, appartamenti razziati mentre Macron continua a regalare discorsi al vento.
L’esercito doveva già presidiare le strade da venerdì.
Macron non lo ha schierato.
Dimissioni immediate, chiedono i francesi su X.
Ma lui resta nel bunker dell’Eliseo.
E poi c’è un dato, secco, che da solo smonta tutta la narrazione della sinistra e di Macron.
A Parigi ci sono 75 moschee ufficiali censite.
Durante tre giorni di saccheggi indiscriminati, durante la “rivolta sociale” che doveva colpire tutto e tutti per la rabbia del carovita, ne è stata toccata una?
No. Nemmeno una.
Nessuna finestra infranta.
Nessun incendio appiccato.
Nessun disturbo segnalato all’esterno dei luoghi di culto islamici. Né ai negozi halal.
Se fosse davvero una rivolta cieca di ordine pubblico, se fosse davvero povertà che esplode, ogni edificio sarebbe un potenziale bersaglio.
Louis Vuitton come la moschea.
La farmacia come il kebab.
Invece no.
Chi protesta e chi saccheggia evita accuratamente i propri luoghi di riferimento. Colpisce i simboli della Francia, la mairie, il busto di Marianne, le chiese, i negozi francesi, ma risparmia sistematicamente i simboli islamici.
I dati parlano chiaro: non siamo di fronte a una crisi sociale.
Siamo di fronte a una questione religiosa e identitaria.
A una conquista del territorio.
È la prova che non è una rivolta.
È una sostituzione.
Macron finge di non vedere.
Tiene il ministro incollato alla poltrona per non ammettere il fallimento.
Dà la colpa a Trump per non prendersi le sue responsabilità.
Ma i francesi hanno capito.
E tra sei mesi lo cacceranno.





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