Ramona Castellino
Negli Stati Uniti si apre un nuovo fronte nello scontro tra libertà religiosa e cultura della morte.
A pochi giorni dall’entrata in vigore del Medical Aid in Dying Act, la legge con cui lo Stato di New York disciplina il suicidio assistito, quattro congregazioni di suore cattoliche e il vescovo di Rockville Centre, monsignor John Barres, hanno deciso di ricorrere alla giustizia federale per difendere il diritto di vivere e operare secondo la propria fede.
Secondo i ricorrenti, la nuova normativa non si limita a legalizzare il suicidio medicalmente assistito, ma impone anche agli enti sanitari di ispirazione religiosa forme di collaborazione incompatibili con la morale cattolica.
Tra gli obblighi contestati figurano l’informazione ai pazienti sulle procedure per ottenere la morte assistita, il rinvio verso medici disponibili a praticarla e, in alcuni casi, la possibilità che tali pratiche vengano consentite all’interno delle strutture assistenziali gestite dalle congregazioni.
Le religiose coinvolte, tra cui le Piccole Sorelle dei Poveri, da sempre impegnate nell’assistenza agli anziani più fragili, sostengono che la legge le costringa a scegliere tra la fedeltà al Vangelo e il rischio di pesanti sanzioni economiche e amministrative.
Nel ricorso presentato davanti alla Corte federale, viene ricordata la lunga tradizione della sanità cattolica nello Stato di New York.
Fin dalla metà dell’Ottocento, durante le epidemie di colera, religiosi e religiose hanno curato i malati senza distinzione di ceto o condizione economica, riconoscendo in ogni sofferente il volto stesso di Cristo.
Una missione fondata sul principio di accompagnare il malato fino alla morte naturale, rifiutando sia l’accanimento terapeutico sia ogni forma di soppressione deliberata della vita.
La battaglia giudiziaria assume così un significato che va oltre il singolo provvedimento legislativo.
Per i ricorrenti è in gioco il Primo Emendamento della Costituzione americana, che tutela il libero esercizio della religione e impedisce allo Stato di costringere i cittadini ad agire contro la propria coscienza.
A preoccupare è anche il precedente che questa legge potrebbe creare.
Se lo Stato può imporre a istituzioni religiose di cooperare con pratiche che esse considerano gravemente immorali, il principio dell’obiezione di coscienza rischia di essere progressivamente svuotato.
Un tema già emerso negli anni passati con le controversie sull’aborto e su altri ambiti eticamente sensibili.
“Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York”
ha dichiarato mons. Barres, ribadendo che la missione della Chiesa resta quella di curare, assistere e accompagnare, mai quella di provocare intenzionalmente la morte di una persona.
La vicenda americana rappresenta un banco di prova non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto l’Occidente.
Il confronto tra legislazioni sempre più orientate all’autodeterminazione assoluta e la difesa della libertà religiosa appare destinato ad intensificarsi.
Per molti osservatori, il processo di New York potrebbe segnare un passaggio decisivo nel definire se l’obiezione di coscienza continuerà a essere riconosciuta come un diritto fondamentale o verrà progressivamente subordinata alle nuove legislazioni sul fine vita.





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