L'Italia Quotidiano

Prima li accogliamo, poi ce li rimandano: il conto della politica migratoria italiana arriva al tavolo

Ramona Castellino

C’è una fotografia che vale più di mille dichiarazioni sull’immigrazione: una nave di una Ong tedesca arriva a Ravenna con 73 persone soccorse nel Mediterraneo, mentre dalla Svizzera e dalla Germania si preparano trasferimenti verso l’Italia di richiedenti asilo che, secondo le regole di Dublino, sarebbero di competenza italiana.

Le due vicende non riguardano le stesse persone, ed è bene non confonderle.

Ma raccontano la stessa storia: l’Italia è diventata il grande imbuto europeo della questione immigrazione.

E qui arriva la domanda scomoda: perché continuiamo a sorprenderci quando gli altri Paesi iniziano a presentarci il conto?

Per anni l’Italia ha combattuto una battaglia politica contro il principio secondo cui il Paese di primo ingresso dovesse farsi carico, in larga misura, delle domande d’asilo.

È una posizione comprensibile dal punto di vista politico: il Mediterraneo non è un problema italiano e l’Europa non può pretendere che Roma sia contemporaneamente frontiera, centro di soccorso, Paese di identificazione e luogo di permanenza.

Ma c’è un problema: le regole non si cambiano con gli slogan.

Dal dicembre 2022 Roma aveva sostanzialmente bloccato le riammissioni previste dal sistema di Dublino.

Secondo la Segreteria di Stato della migrazione svizzera, erano 3.784 i richiedenti asilo che la Svizzera avrebbe dovuto trasferire in Italia nel periodo successivo al blocco; nel frattempo Berna ha dovuto gestire direttamente le relative procedure.

Ora i trasferimenti stanno per ripartire, seppure gradualmente e inizialmente per casi arrivati dopo il 12 giugno 2026.

La Svizzera non sta dunque facendo beneficenza all’Italia.

Sta applicando un meccanismo europeo che considera l’Italia responsabile di determinati procedimenti.

E lo stesso discorso vale per la Germania.

Il dato più significativo è forse un altro: nel 2025 l’Italia è stato il Paese dell’Unione europea che ha ricevuto più richieste di trasferimento nell’ambito del sistema Dublino, oltre 24 mila.

Ventiquattromila richieste.

E allora il problema non è soltanto quanti migranti arrivano sulle nostre coste.

Il problema è quanti Stati europei considerano l’Italia il luogo nel quale la pratica immigratoria deve essere risolta.

L’Europa ha trovato una soluzione: scaricare il problema sul primo arrivato

È questa la contraddizione che dovrebbe essere denunciata con maggiore forza.

L’Europa ha costruito un sistema nel quale il Paese di frontiera tende a diventare il Paese di gestione.

Poi, quando una persona riesce a spostarsi verso Nord, gli Stati di destinazione possono chiedere che venga trasferita nuovamente nel Paese di primo ingresso.

Così l’immigranto diventa una sorta di pacco amministrativo europeo, spedito da un ufficio all’altro mentre i governi litigano sulla competenza.

E l’Italia si trova nel mezzo.

Da una parte le navi delle Ong che operano nel Mediterraneo e sbarcano sulle nostre coste; dall’altra gli Stati europei che, applicando Dublino, chiedono a Roma di riprendersi persone passate dall’Italia.

Nel mezzo, strutture di accoglienza, Comuni, prefetture, forze dell’ordine e contribuenti italiani.

Una macchina che produce costi, burocrazia e conflitti politici molto più rapidamente di quanto produca soluzioni.

Ma l’Italia non può chiamarsi fuori dalle proprie responsabilità

Qui finisce la parte comoda della polemica sovranista.

Perché sarebbe troppo facile dare tutta la colpa a Bruxelles, Berlino, Berna o alle Ong.

L’Italia ha avuto anni per costruire una politica di immigrazuone seria.

Ha avuto governi di centrodestra e centrosinistra.

Ha promesso blocchi navali, redistribuzioni europee, accordi con i Paesi africani, rimpatri più efficaci, controlli alle frontiere e riforme dell’accoglienza.

Il risultato è che oggi siamo ancora qui a discutere di chi debba prendere in carico chi è arrivato attraverso l’Italia.

Il sovranismo serio non può limitarsi a dire “non li vogliamo”

Deve spiegare come impedire gli ingressi irregolari, come distinguere rapidamente chi ha diritto alla protezione da chi non ce l’ha, come rendere effettivi i rimpatri e come impedire che l’Italia diventi contemporaneamente porta d’ingresso e deposito europeo delle procedure d’asilo.

E remigrare tutti quelli che non devono stare sul nostro territorio nazionale.

Altrimenti è soltanto propaganda.

E le Ong?

Anche qui bisogna evitare le scorciatoie.

La Humanity 1 di SOS Humanity ha portato a Ravenna 73 persone soccorse in due operazioni nel Mediterraneo; tra loro c’erano anche 17 minori, di cui 14 non accompagnati.

Ma una cosa è certa: il problema non si risolve demonizzando una nave alla volta.

Se ogni salvataggio in mare produce un nuovo sbarco in Italia e ogni sbarco produce una procedura amministrativa italiana, mentre gli altri Paesi europei possono successivamente chiedere la riammissione di chi si sposta verso Nord, significa che il sistema nel suo complesso non funziona.

E non funziona soprattutto per l’Italia.

Il vero scandalo è l’assenza di una strategia

La questione migratoria non può essere ridotta alla fotografia dei 73 arrivati a Ravenna.

Quella fotografia è soltanto l’ultimo fotogramma.

Il film racconta di un’Italia che rischia di diventare il parcheggio amministrativo dell’Europa, mentre gli altri Paesi difendono legittimamente i propri interessi nazionali.

La Svizzera lo sta facendo.

La Germania lo sta facendo.

E fanno bene a tutelare i propri interessi.

Il problema è che l’Italia deve finalmente imparare a fare lo stesso.

Non basta chiedere solidarietà europea.

Bisogna pretendere regole uguali per tutti, controlli effettivi alle frontiere esterne, procedure rapide, rimpatri realmente eseguibili e una distribuzione delle responsabilità che non trasformi il Paese di primo ingresso nel Paese perennemente responsabile.

Perché altrimenti accadrà esattamente ciò che stiamo vedendo oggi: noi discutiamo di emergenza, gli altri discutono di competenza.

E alla fine il conto arriva sempre a Roma.

E a noi Italiani.

E stavolta potrebbe arrivare anche in aereo.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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