Ramona Castellino
A Riccione, un congresso per ostetriche mette al centro “gravidanza, parto e allattamento nella comunità Trans”.
Non è una barzelletta, ma un corso che frutta dieci crediti e mezzo per una formazione che, accanto alle competenze cliniche, introduce il nuovo vocabolario dell’identità di genere.
Una distopia enorme venduta come nuovo vangelo della scienza, in cui si smette di chiamare madre chi partorisce creando un essere totalmente fuori della realtà.
C’è qualcosa di profondamente paradossale nel fatto che proprio chi lavora quotidianamente a contatto con la nascita, venga chiamato a confrontarsi con un linguaggio nel quale persino la maternità rischia di diventare una categoria da mettere tra virgolette.
Il caso arriva da Riccione, dove il 3 e 4 ottobre 2026 si terrà il congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Ostetricia, intitolato
“La comunità ostetriche nel mosaico sociale: genere, generi, generazioni”.
Il programma ufficiale assegna all’evento 10,5 crediti formativi ECM e dedica una parte consistente dei lavori alle tematiche LGBTQIA+ e all’affermazione di genere.
Un tema che non capiamo davvero come si possa conciliare con la maternità e dove per garantire il rispetto della persona singola, si confonde con l’obbligo di accettare una determinata interpretazione antropologica.
Il titolo di uno dei panel è eloquente:
“Se a partorire non è “una madre”:
panoramica su gravidanza, parto e allattamento nella comunità Trans.”
È una formulazione che non lascia indifferenti, perché porta direttamente al cuore della questione: il cosa significa essere madre
Il programma ufficiale parla inoltre di uomini transgender, persone non binarie, identità di genere, pronomi, nome d’elezione e differenza tra identità di genere e genere assegnato alla nascita.
Ora, la realtà biologica è semplice: una persona nata con apparato riproduttivo femminile può, in determinate circostanze, conservare la capacità di concepire e portare avanti una gravidanza anche se nel frattempo si identifica come uomo transgender.
Ed è proprio qui che l’ideologia rischia di produrre confusione.
Il corpo non è un dettaglio amministrativo
Un’ostetrica non assiste un’identità astratta. Assiste un corpo.
Un utero non è un’opinione.
Una gravidanza non è un costrutto linguistico.
Un parto non è una convenzione sociale.
L’allattamento dipende da una realtà fisiologica precisa.
Il programma stesso, del resto, utilizza espressioni come “persone con utero” e affronta il tema degli “uomini transgender” che affrontano gravidanza e parto.
Ma proprio questo dovrebbe indurre a una domanda elementare sul perché sostituire sistematicamente parole fondate sulla realtà biologica con categorie costruite sull’identità
Dire “persona con utero” rischia di rendere invisibile proprio quella realtà sessuata che la medicina deve conoscere e considerare.
La donna non è semplicemente una “persona con utero”
La maternità non è semplicemente un “evento riproduttivo”
E il sesso non è un’etichetta burocratica assegnata arbitrariamente alla nascita.
Il punto non è impedire alle ostetriche di conoscere le problematiche delle persone transgender.
Anzi: una buona formazione sanitaria dovrebbe insegnare a riconoscere ogni situazione clinica dovrebbe fornire strumenti medici, psicologici e relazionali.
Ma una cosa è conoscere una stranezza,
Un’altra è costruire intorno a quella stranezza una nuova antropologia.
Nel congresso compaiono infatti non soltanto aspetti clinici, ma anche temi quali “identità, ruolo ed espressione di genere” linguaggio neutro, pronomi, orientamento romantico e sessuale, modelli relazionali e “diversi tipi di famiglia” comprese le famiglie poliamorose.
È qui che una domanda diventa inevitabile: quanto di tutto questo è realmente indispensabile per formare una professionista della nascita e quanto, invece, appartiene a una precisa visione culturale dell’uomo e della famiglia?
La strategia del gender passa spesso prima dalle parole e poi dalle istituzioni.
Si cambia il vocabolario e, progressivamente, cambia ciò che viene considerato normale pensare.
La madre diventa “persona che partorisce”
La donna diventa “persona con utero”
Il sesso diventa “genere assegnato alla nascita”
La maternità diventa una possibilità fra molte configurazioni familiari.
Fortunatamente cancellando le parole, non si cancellano le realtà.
Si può decidere di non pronunciare la parola “madre”, ma il bambino che nasce continua ad avere una madre biologica.
Si può sostituire “donna” con “persona con utero”, ma la differenza sessuale che rende possibile la gestazione non scompare.
La realtà non cambia perché cambiamo il dizionario.
E la questione è ancora più profonda.
La persona non è un’anima intrappolata in un corpo casuale.
La persona è unità di anima e corpo.
Il corpo sessuato non è un incidente irrilevante dell’identità, ma appartiene alla realtà concreta dell’essere umano.
Maschio e femmina non sono invenzioni della burocrazia né stereotipi culturali da cancellare.
Sono differenze inscritte nella corporeità e orientate alla reciprocità, alla generazione e alla famiglia.
Non si può trasformare la verità nell’obbligo di chiamare verità ciò che verità non è.
Accogliere una persona significa accogliere una persona nella sua dignità.
Non significa necessariamente accettare ogni teoria antropologica che quella persona, o l’epoca culturale in cui viviamo, propone.
Ecco allora il paradosso.
L’ostetrica è una professionista, che più di molte altre incontra quotidianamente il dato biologico nella sua evidenza più spettacolare: una nuova vita viene concepita, cresce nel grembo materno e viene alla luce.
E proprio dentro questo universo concreto irrompe un linguaggio nel quale la madre può diventare una parola da mettere tra virgolette.
È difficile non vedere qui il segno di una cultura che, pur di non contraddire l’ideologia dominante, arriva a mettere in discussione perfino le parole più elementari con cui l’umanità ha descritto per millenni la nascita.
Non è progresso quando la realtà deve essere continuamente corretta per adattarsi alla teoria.
Non è inclusione quando per includere una minoranza si pretende di rendere indistinguibili le categorie fondamentali.
Non è scienza quando il linguaggio ideologico rischia di precedere la descrizione del corpo.
La vera sfida della medicina dovrebbe essere l’opposto: partire dalla realtà e costruire su di essa la cura.
Perché un’ostetrica può certamente imparare ad assistere un uomo transgender che affronta una gravidanza.
Ma questo non richiede di fingere che uomo e donna siano categorie prive di fondamento biologico.
Può chiamare ogni paziente con rispetto.
Può conoscere ogni situazione clinica particolare.
Ma nello stesso tempo ha l’ obbligo di continuare a dire una cosa semplicissima: chi genera un figlio nel proprio grembo è una madre.
Non è odio.
Non è discriminazione.
È la realtà.
E una società che ha bisogno di mettere la realtà tra virgolette, dovrebbe forse chiedersi perché abbia tanta paura delle parole.




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