Riccardo Bianchi
Quando si parla di politica energetica si pensa immediatamente all’elettricità, alle centrali e alle bollette. Ma una parte enorme dell’energia che consumiamo serve a produrre calore: riscaldare le abitazioni, fornire acqua calda, alimentare attività commerciali e processi industriali.
È quella che viene definita energia termica.
Ed è proprio qui che le grandi strategie energetiche entrano nelle case degli italiani. Perché decidere quali tecnologie potranno essere utilizzate domani significa incidere sulla caldaia di una famiglia, sul valore di un appartamento, sulle spese di un condominio e sugli investimenti di migliaia di imprese.
La proposta di Futuro Nazionale parte quindi da un principio molto semplice: la transizione energetica deve migliorare l’efficienza del Paese senza trasformarsi in un gigantesco trasferimento dei costi sulle famiglie.
E soprattutto deve adattarsi all’Italia, anziché pretendere che sia l’Italia ad adattarsi a un modello teorico uguale per tutti.
Milano non è Palermo. E un palazzo del Cinquecento non è una villetta costruita ieri
È il primo problema che qualsiasi politica energetica seria dovrebbe riconoscere.
L’Italia possiede un patrimonio immobiliare estremamente eterogeneo.
Abbiamo centri storici antichissimi, condomini costruiti durante il boom economico, piccoli comuni di montagna, case rurali e abitazioni moderne ad altissima efficienza. Abbiamo inoltre differenze climatiche enormi tra le Alpi e la Sicilia.
Pretendere che esista un’unica tecnologia ottimale per riscaldare qualsiasi edificio italiano significa ignorare la realtà.
Una pompa di calore installata in un’abitazione moderna, ben isolata e dotata di un impianto progettato appositamente può essere estremamente efficiente.
Trasferire la stessa soluzione senza valutazioni tecniche dentro un vecchio condominio con dispersioni elevate può richiedere invece interventi molto più complessi e costosi.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere quale tecnologia vogliamo imporre.
Dovrebbe essere: qual è la soluzione più efficiente per questo edificio, in questo territorio e a questo costo?
Pompe di calore sì, ma non come religione
È qui che il programma introduce il principio della neutralità tecnologica.
Futuro Nazionale non propone di combattere le pompe di calore. Sarebbe altrettanto ideologico.
Propone di utilizzarle dove funzionano bene, evitando però di stabilire che debbano necessariamente sostituire in tempi artificialmente rapidi qualsiasi altra tecnologia.
Per molte abitazioni potrebbe essere particolarmente interessante una soluzione intermedia: il sistema ibrido.
In parole semplici, nello stesso impianto convivono una pompa di calore elettrica e una caldaia ad alta efficienza.
Il sistema decide quale utilizzare in funzione delle condizioni operative.
Nei periodi nei quali la pompa di calore lavora nelle condizioni migliori viene privilegiata quella. Quando invece temperatura, richiesta termica o caratteristiche dell’impianto rendono più conveniente l’altro generatore, interviene la caldaia.
Questo consente di ridurre i consumi senza pretendere di trasformare immediatamente ogni edificio in una casa completamente elettrica.
C’è anche un problema con la rete elettrica
Elettrificare progressivamente una parte dei consumi è ragionevole.
Ma bisogna ricordare una cosa elementare: l’elettricità deve essere prodotta e deve arrivare dove viene richiesta.
Se milioni di abitazioni sostituissero contemporaneamente una quota importante dei consumi di gas con consumi elettrici, aumenterebbe la richiesta sulla rete soprattutto nelle ore e nei periodi più critici.
Significa che la transizione degli edifici deve procedere insieme allo sviluppo di produzione elettrica, reti, accumuli e distribuzione.
Non basta dire alle famiglie: cambiate tecnologia.
Bisogna costruire il sistema energetico capace di sostenerla.
È uno dei motivi per cui Futuro Nazionale considera i sistemi ibridi una soluzione particolarmente utile nella fase di transizione.
Il gas non scompare domani mattina
Arriviamo così a una delle posizioni più nette del programma.
Il gas naturale continuerà ad avere un ruolo nel sistema energetico italiano.
Questo non significa rinunciare allo sviluppo delle fonti alternative. Significa prendere atto che famiglie, industrie e produzione energetica utilizzano ancora infrastrutture costruite intorno al gas e che sostituirle integralmente richiede tempo, investimenti e tecnologie mature.
Il problema strategico diventa allora un altro.
Se dobbiamo continuare a utilizzare gas, da chi vogliamo dipendere per comprarlo?
L’Italia possiede gas. E Futuro Nazionale vuole tornare a estrarlo
È probabilmente la parte politicamente più significativa della proposta.
L’Italia dispone di giacimenti di gas naturale nel proprio territorio e nei propri mari.
Futuro Nazionale propone di accelerare la ripresa e lo sviluppo delle estrazioni nazionali, naturalmente all’interno di regole ambientali e di sicurezza adeguate.
Bisogna però evitare una promessa falsa: il gas italiano non potrebbe rendere magicamente il Paese completamente autosufficiente.
Lo stesso programma lo riconosce esplicitamente.
Il ragionamento è differente.
Se consumiamo una determinata quantità di gas e possiamo produrne in Italia una parte maggiore, quella parte non dobbiamo importarla.
Significa ridurre l’esposizione alle crisi internazionali, migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti e mantenere una quota maggiore della produzione energetica sul territorio nazionale.
È il principio della sovranità energetica possibile, non dell’autarchia impossibile.
Una lezione che abbiamo già pagato cara
Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno dimostrato quanto possa essere pericolosa una forte dipendenza dall’estero.
Quando cambiano gli equilibri geopolitici, il problema non rimane confinato nei ministeri.
Arriva direttamente alla famiglia.
Aumenta il gas, aumenta il riscaldamento. Aumenta l’energia, aumentano i costi delle imprese. Aumentano i costi delle imprese, salgono i prezzi dei prodotti.
La politica energetica diventa quindi politica sociale.
Una famiglia benestante può assorbire più facilmente una bolletta raddoppiata. Una famiglia con 1.500 o 2.000 euro mensili può essere costretta a scegliere dove tagliare.
Per questo la sicurezza energetica non riguarda soltanto la geopolitica.
Riguarda il potere d’acquisto degli italiani.
Sotto i nostri piedi esiste un’altra risorsa: la geotermia
Ma il programma non punta tutto sul gas.
Al contrario, propone una vera diversificazione delle fonti.
Una delle più interessanti è la geotermia, cioè l’utilizzo del calore presente nel sottosuolo.
L’Italia possiede una storia importante proprio in questo settore. In alcune aree le caratteristiche geologiche consentono applicazioni particolarmente favorevoli.
Il vantaggio è evidente: a differenza di sole e vento, il calore terrestre non scompare quando arriva la notte o quando cambia il tempo.
È quindi una risorsa programmabile e territoriale.
E questo è il filo conduttore della proposta: utilizzare maggiormente ciò che il territorio italiano può realmente offrire.
Biometano: trasformare gli scarti in energia
Un’altra possibilità è il biometano.
Semplificando molto, residui agricoli, reflui zootecnici e determinate matrici organiche possono essere utilizzati per produrre biogas, successivamente raffinato fino a ottenere biometano.
Il risultato interessante è duplice.
Si produce energia e contemporaneamente si valorizzano materiali che altrimenti rappresenterebbero soltanto un costo o un problema da gestire.
Per un territorio agricolo significa anche costruire una piccola economia energetica locale.
Un’azienda agricola non sarebbe più soltanto produttrice di alimenti, ma potrebbe partecipare alla produzione di energia.
E qui la sovranità energetica incontra direttamente agricoltura, occupazione e presidio del territorio.
Biomasse: utilizzare ciò che oggi può diventare uno spreco
Lo stesso ragionamento vale, con caratteristiche differenti, per le biomasse.
Residui forestali, sottoprodotti agricoli e altre biomasse sostenibili possono contribuire alla produzione termica ed energetica.
Ma anche qui serve pragmatismo: biomassa non significa automaticamente sostenibilità.
Bisogna valutare provenienza, emissioni, gestione forestale e distanze di trasporto. Bruciare materiale trasportato per migliaia di chilometri soltanto per poterlo classificare formalmente come rinnovabile avrebbe poco senso.
La logica dovrebbe essere opposta: valorizzare soprattutto filiere locali realmente sostenibili.
E nelle città? Usiamo il calore che oggi buttiamo via
Uno dei punti più intuitivi del programma riguarda il teleriscaldamento.
Immaginiamo un grande impianto industriale che durante il proprio funzionamento produca enormi quantità di calore.
Quel calore può essere disperso nell’ambiente.
Oppure può essere recuperato.
Attraverso una rete di teleriscaldamento, acqua calda prodotta o riscaldata centralmente viene distribuita attraverso tubazioni agli edifici di un quartiere.
Lo stesso principio può essere applicato al calore recuperabile da determinati impianti, compresi i termovalorizzatori.
Se un impianto deve comunque produrre calore durante il proprio funzionamento, disperderlo per poi bruciare altro combustibile a pochi chilometri di distanza per riscaldare migliaia di appartamenti è uno spreco energetico.
Futuro Nazionale propone quindi di sviluppare maggiormente queste reti nelle aree nelle quali esistono condizioni tecniche ed economiche favorevoli.
E la rete del gas? Non si butta via
C’è poi un patrimonio del quale si parla pochissimo: le infrastrutture.
L’Italia dispone di una rete del gas estremamente estesa.
Costruirla è costato enormi investimenti.
La proposta è quindi non abbandonarla, ma adattarla progressivamente anche ai nuovi vettori energetici compatibili.
Una parte delle infrastrutture potrà essere utilizzata o adeguata, dove tecnicamente possibile, per gas rinnovabili e in prospettiva per determinate applicazioni dell’idrogeno.
Questo significa trasformare un’infrastruttura costruita nel passato in una risorsa per il futuro.
L’Italia può diventare l’hub energetico del Mediterraneo
A questo punto la strategia diventa anche geopolitica.
Basta guardare una cartina.
L’Italia è fisicamente proiettata nel Mediterraneo, tra Europa continentale, Nord Africa e Mediterraneo orientale.
Quella che spesso viene considerata una periferia geografica dell’Europa può diventare esattamente il contrario: una piattaforma energetica tra Mediterraneo ed Europa.
Gasdotti, terminali, reti elettriche, infrastrutture energetiche e in futuro nuovi vettori possono trasformare la posizione geografica italiana in un vantaggio strategico.
Ma un hub non è semplicemente un Paese attraverso il quale passa l’energia degli altri.
Deve possedere infrastrutture, capacità di stoccaggio, collegamenti, industria e potere contrattuale.
Altrimenti siamo soltanto un corridoio.
E le case degli italiani?
Alla fine torniamo al punto dal quale siamo partiti.
Perché tutta questa strategia avrebbe poco senso se la transizione energetica si trasformasse in una serie infinita di obblighi costosi imposti ai proprietari di casa.
Futuro Nazionale propone quindi che l’efficientamento degli edifici proceda attraverso politiche strutturali, prevedibili e sostenibili nel tempo.
Questo è particolarmente importante dopo l’esperienza degli incentivi modificati continuamente.
Una famiglia deve poter programmare un investimento.
Un’impresa deve poter decidere se assumere personale e acquistare macchinari sapendo quali regole esisteranno fra cinque anni.
Una politica fatta di bonus che appaiono, cambiano e scompaiono crea invece picchi artificiali di domanda e successivi crolli.
L’efficienza energetica necessita di una strategia decennale, non di una lotteria annuale.
La transizione deve essere tecnologica, non ideologica
Alla base della proposta esiste quindi una distinzione fondamentale.
Futuro Nazionale non contesta l’obiettivo di consumare meno energia e produrla in maniera più efficiente.
Contesta l’idea che per raggiungerlo debba esistere una sola tecnologia, un solo percorso e una scadenza uguale per milioni di edifici completamente differenti.
Pompe di calore dove funzionano.
Sistemi ibridi dove rappresentano la soluzione migliore.
Gas quando ancora necessario.
Più produzione nazionale.
Biometano e biomasse sostenibili.
Geotermia.
Teleriscaldamento.
Recupero del calore.
Reti moderne.
Efficienza degli edifici.
È una strategia di diversificazione, non di sostituzione forzata.
Sovranità energetica significa poter scegliere
Questo è forse il modo più semplice per spiegare l’intero progetto.
Un Paese energeticamente fragile dipende da poche fonti, pochi fornitori e decisioni prese altrove.
Un Paese energeticamente forte possiede invece più fonti, più infrastrutture, più fornitori e una quota maggiore di produzione nazionale.
Non saremo completamente indipendenti dall’estero. Sarebbe una promessa poco seria.
Possiamo però essere molto meno vulnerabili.
Ed è precisamente questa la sovranità energetica che Futuro Nazionale propone: utilizzare intelligentemente ciò che abbiamo, sviluppare nuove tecnologie senza distruggere prematuramente quelle che ancora servono e ridurre progressivamente la quantità di energia sulla quale altri Paesi possono condizionare le nostre scelte.
Perché alla fine la politica energetica si misura su questioni estremamente concrete: quanto costa riscaldare casa, quanto costa produrre in Italia e quanto siamo liberi di decidere quando arriva la prossima crisi internazionale.
La transizione ha senso se rende l’Italia più efficiente, più competitiva e più indipendente.
Se invece rende le famiglie più povere e il Paese più dipendente dall’estero, avremo cambiato tecnologia senza aver conquistato alcuna sovranità.




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