Riccardo Bianchi
Roma Capitale ha deciso di investire altri 1,6 milioni di euro nel cuore più fotografato, turistico e monumentale della città: piazza di Spagna, piazza Mignanelli, via di Propaganda e il collegamento con via della Vite e via Frattina. La cifra è ufficiale ed è stata inserita nell’assestamento di bilancio appena approvato. Il progetto comprende pedonalizzazioni, marciapiedi ampliati, rifacimento dei sampietrini, attraversamenti rialzati, dissuasori storici e una nuova organizzazione della viabilità.
Tutto legittimo. Tutto probabilmente bellissimo.
Ma c’è una domanda che a Roma diventa sempre più difficile evitare:
quante volte dobbiamo ancora rifare il salotto mentre nelle altre stanze della casa piove dal soffitto?
Perché piazza di Spagna merita tutela. Bernini e Borromini meritano tutela. Il patrimonio monumentale di Roma è una ricchezza nazionale e mondiale.
Ma Roma non finisce davanti alla Barcaccia.
Roma è anche Tor Bella Monaca, Quarticciolo, Corviale, Primavalle, Centocelle, Torre Angela, Borghesiana, Ponte di Nona, Ostia, Tor Sapienza.
Ed è soprattutto lì che vive una parte enorme dei romani.
Il centro viene ulteriormente lucidato
Il nuovo progetto prevede la completa pedonalizzazione di piazza Mignanelli, l’allargamento dell’area pedonale di piazza di Spagna, la riduzione della carreggiata di via di Propaganda a 3,90 metri, l’ampliamento dei marciapiedi, la chiusura dell’ultimo tratto di via della Vite e nuovi attraversamenti pedonali rialzati. L’avvio delle opere è previsto entro il primo semestre del 2027.
L’assessore Eugenio Patanè parla della necessità di proteggere i capolavori di Bernini e Borromini dal traffico e migliorare la qualità della vita di residenti e turisti.
La domanda però resta.
Qualità della vita di quali romani?
Perché basta allontanarsi di qualche chilometro dal Tridente per incontrare una città completamente diversa.
Non è vero che le periferie non ricevono un euro
Bisogna essere precisi.
Roma Capitale sta finanziando anche interventi nei Municipi periferici. Nell’ambito dei fondi straordinari del Giubileo è stato previsto, per esempio, 1 milione di euro per ciascun Municipio destinato alla manutenzione straordinaria dei marciapiedi; nel Municipio VI risultano specifici progetti classificati come “riqualificazione delle periferie”.
L’ultimo assestamento di bilancio ha inoltre aumentato risorse per manutenzione stradale, edilizia popolare, verde e interventi municipali; complessivamente il piano degli investimenti 2026-2028 arriva a circa 10,4 miliardi, dei quali circa 5 miliardi riferiti al 2026.
Quindi sostenere che il Comune spenda soltanto per il centro sarebbe falso.
Il problema politico è un altro.
È sufficiente ciò che arriva nei quartieri rispetto alla distanza enorme che ancora separa il centro dalle periferie?
Un milione a Municipio contro decenni di arretrato
Un milione per sistemare marciapiedi può sembrare molto.
Poi bisogna ricordare le dimensioni di Roma.
Il VI Municipio, per esempio, comprende un territorio gigantesco e popoloso. Un intervento straordinario da un milione può sistemare alcune strade; non cancella decenni di manutenzione insufficiente.
E infatti ancora nel 2026 il Campidoglio ha dovuto stanziare 300 mila euro per realizzare un nuovo Centro provinciale per l’istruzione degli adulti a Tor Bella Monaca, segnale positivo ma anche testimonianza di quanto rimanga da costruire nei territori periferici.
Il problema è la sproporzione nella qualità urbana.
Nel centro si discute del tipo di travertino, del formato dei sampietrini e della visuale della facciata del Borromini.
In periferia molto spesso la richiesta del cittadino è decisamente più elementare:
un marciapiede sul quale non cadere.
Una strada senza voragini.
Un autobus affidabile.
Un parco illuminato.
Una scuola decorosa.
Una piazza nella quale poter stare.
La Roma da cartolina e la Roma dove si torna a dormire
È questa la contraddizione che l’amministrazione dovrebbe affrontare.
Roma sta investendo moltissimo nella sua immagine internazionale. Giubileo, PNRR e “Caput Mundi” hanno prodotto una stagione enorme di cantieri e restauri.
È comprensibile.
Il patrimonio storico genera turismo, lavoro e ricchezza.
Ma una Capitale non può essere amministrata come se fosse soltanto un gigantesco museo a cielo aperto.
La città appartiene prima di tutto alle persone che ci vivono 365 giorni l’anno.
Il turista fotografa piazza di Spagna.
Il romano deve poi tornare a casa.
Ed è nel viaggio tra quelle due Rome che emerge la frattura.
Il paradosso delle “isole ambientali”
C’è inoltre un elemento culturale che merita attenzione.
Moltissime delle nuove risorse vengono indirizzate verso pedonalizzazioni, ciclabili, riduzione delle carreggiate, ZTL, arredo urbano e nuova mobilità.
Sono scelte urbanistiche legittime.
Ma una città nella quale milioni di persone abitano fuori dal centro deve prima garantire loro un’alternativa realmente efficiente all’automobile.
Altrimenti il rischio è costruire una città perfetta per chi vive e lavora nelle aree meglio servite, imponendo invece costi e limitazioni a chi ogni mattina deve attraversare decine di chilometri di periferia.
Due Rome non sono accettabili
Il tema, quindi, non sono i 1,6 milioni.
Roma può permettersi di valorizzare piazza di Spagna.
Il tema è ciò che quei soldi rappresentano nella percezione di chi vive altrove.
Ogni nuova riqualificazione del centro deve essere accompagnata da una domanda:
stiamo investendo con la stessa ambizione nei luoghi dove vivono i romani?
Non semplicemente mettendo qualche toppa.
Non distribuendo piccoli finanziamenti.
Ma progettando periferie con la stessa attenzione architettonica, estetica, sociale e politica riservata al centro.
Perché Tor Bella Monaca non deve accontentarsi di essere “meno degradata”.
Deve poter essere bella.
Centocelle non deve soltanto essere ripulita.
Deve essere valorizzata.
Corviale non deve essere permanentemente considerata un’emergenza.
Deve diventare città.
La grande sfida di Roma non è rendere piazza di Spagna ancora più bella.
È fare in modo che il romano che vive a venti chilometri da piazza di Spagna non abbia l’impressione di abitare in un’altra Capitale.
Altrimenti continueremo ad avere una Roma scintillante per le fotografie e una Roma quotidiana che aspetta.
E dopo decenni di attesa, alle periferie non servono più promesse.
Serve la stessa città.




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