L'Italia Quotidiano

Roma, la vacanza è diventata un lusso: lavoriamo per sopravvivere e c’è chi paga Ferragosto a rate fino al 2030

Riccardo Bianchi

Roma ad agosto continua a riempirsi di turisti, mentre per molti romani partire sta diventando sempre più difficile. Non serve costruire una narrazione catastrofista, perché sono sufficienti i numeri: affitti arrivati su livelli record, potere d’acquisto eroso dall’inflazione, credito al consumo in crescita, famiglie sempre più prudenti e vacanze accorciate, ridimensionate o semplicemente cancellate.

Il problema non riguarda soltanto chi vive in condizioni di povertà. La questione politicamente più grave riguarda quella parte della classe media che lavora, paga le tasse, non compare nelle statistiche dell’indigenza e tuttavia scopre di non potersi più permettere ciò che fino a qualche anno fa considerava normale.

Persino una settimana di vacanza con i propri figli può diventare un problema finanziario.

E quando una società arriva al punto in cui una famiglia deve scegliere se rinunciare alle ferie oppure finanziarle per anni, la domanda non può più essere soltanto quanto costa un albergo. Bisogna chiedersi che cosa sia successo al valore del lavoro e al potere d’acquisto degli italiani.

Il primo numero è impressionante: per Federconsumatori parte soltanto il 44%

Secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, nel 2026 soltanto il 44% degli italiani si concederà una vacanza. Ancora più significativo è ciò che accade tra coloro che riescono a partire: il 54,8% sceglierà un soggiorno ridotto di appena 3-5 giorni, cercando spesso di contenere ulteriormente le spese attraverso l’ospitalità di amici e parenti. Oltre l’84% di chi parte resterà inoltre in Italia. 

Non sono dati specificamente romani e sarebbe scorretto presentarli come tali. Sono però la fotografia nazionale dentro la quale vive anche la Capitale, e i dati economici relativi a Roma e al Lazio spiegano perché la pressione sulle famiglie sia particolarmente significativa.

Un’altra indagine, realizzata dall’Istituto Piepoli e presentata proprio alla Camera di Commercio di Roma, restituisce percentuali differenti perché misura le intenzioni di viaggio con una metodologia diversa, ma conferma la stessa tendenza: il 34% degli intervistati dichiarava di dover diminuire il budget destinato alle vacanze rispetto all’anno precedente e il 54% aveva già modificato i programmi originari. Il 65% indicava l’aumento dei prezzi tra le principali preoccupazioni. 

I numeri delle diverse indagini non sono quindi perfettamente sovrapponibili, ma il messaggio che restituiscono è inequivocabile: gli italiani vogliono partire, ma una parte consistente deve fare i conti con un portafoglio che non riesce più a sostenere le proprie aspirazioni.

Una famiglia può arrivare a spendere oltre 6.700 euro per una settimana al mare

Poi ci sono i prezzi.

Federconsumatori ha costruito un paniere indicativo relativo a una settimana di vacanza in alta stagione per una famiglia composta da due adulti e due minori. Il risultato è impressionante: 6.733,90 euro per una settimana al mare, il 3% in più rispetto al 2025. Una settimana in montagna arriva a 4.914,60 euro, mentre una crociera raggiunge 6.616,36 euro. 

Naturalmente bisogna leggere correttamente questi numeri. Non significa che qualsiasi famiglia italiana debba necessariamente spendere 6.734 euro per trascorrere sette giorni al mare, perché il paniere comprende trasporto, soggiorno, ristorazione, servizi, attività ed altre spese standardizzate. Una famiglia può scegliere soluzioni molto più economiche.

Ma proprio questo è il punto.

Sempre più famiglie devono tagliare, ridurre, cercare alternative, diminuire i giorni, farsi ospitare oppure rinunciare.

La vacanza non è un diritto costituzionale e nessuno sostiene che lo Stato debba pagare l’albergo agli italiani. Ma poter trascorrere qualche giorno con la propria famiglia dopo un anno di lavoro è sempre stato uno degli indicatori più elementari del benessere raggiunto dalla nostra classe media.

Quando anche questo comincia a scomparire, qualcosa si è rotto.

A Roma prima delle vacanze bisogna riuscire a pagare la casa

Per comprendere perché tanti bilanci familiari siano sotto pressione dobbiamo tornare nella Capitale.

Secondo i dati di Idealista relativi a luglio 2026, il prezzo richiesto medio degli immobili in affitto a Roma è arrivato a 19,8 euro al metro quadrato al mese, con un incremento del 9,1% rispetto a un anno prima. Nel Centro si arriva mediamente a 30 euro al metro quadrato, mentre persino nell’area Roma Est-Autostrade, indicata dal portale come la più economica, siamo a 12,4 euro. 

Facciamo un esempio puramente indicativo, perché aiuta più di cento formule economiche.

Settanta metri quadrati moltiplicati per 19,8 euro significano 1.386 euro al mese.

Non è “l’affitto medio pagato dai romani”, perché contratti già esistenti, quartieri e caratteristiche degli immobili producono situazioni enormemente differenti. È però la dimensione economica davanti alla quale può trovarsi oggi una famiglia che cerca un’abitazione sul mercato.

Prima ancora di pensare alle ferie bisogna quindi pagare casa, condominio, elettricità, gas, carburante, assicurazione, automobile, alimentari, scuola e tutte le altre spese che non possono essere cancellate semplicemente decidendo di risparmiare.

La vacanza viene dopo. E quando il reddito non basta più, è proprio il “dopo” a sparire.

La Banca d’Italia conferma il problema del potere d’acquisto

Il quadro della Banca d’Italia è particolarmente interessante perché impedisce di liquidare il problema con uno slogan.

Nel Lazio occupazione e retribuzioni hanno dato segnali positivi e il reddito disponibile delle famiglie è aumentato. Eppure la Banca d’Italia osserva esplicitamente che il potere d’acquisto è stato frenato dall’aumento dell’inflazione e che le decisioni di risparmio delle famiglie sono rimaste improntate alla cautela. 

Questa è esattamente la contraddizione che moltissime persone percepiscono nella vita quotidiana.

Si può lavorare, avere uno stipendio e magari guadagnare nominalmente qualcosa in più, ma sentirsi comunque più poveri.

Perché ciò che conta non è soltanto quanti euro entrano sul conto corrente, ma quante cose si riescono a comprare con quegli euro.

E le prospettive per il 2026 non tranquillizzano. La stessa Banca d’Italia rileva un deterioramento delle indicazioni congiunturali, collegato anche alle tensioni geopolitiche e ai prezzi energetici, con possibili conseguenze negative sui redditi reali e sulle decisioni di spesa delle famiglie. 

Roma più ricca sulla carta, ma sempre più diseguale

C’è un altro dato che dovrebbe interessare enormemente la politica romana.

L’area urbana della Capitale presenta livelli medi di reddito superiori al resto della regione, ma la Banca d’Italia evidenzia contemporaneamente una più marcata disuguaglianza nella distribuzione dei redditi familiari, ulteriormente accentuatasi nell’ultimo decennio

È fondamentale.

Perché raccontare Roma attraverso il reddito medio rischia di produrre una fotografia falsa.

Se una persona guadagna 10 e un’altra 100, la media è 55, ma la prima continua ad averne 10.

Roma può quindi essere contemporaneamente una città relativamente ricca e una città nella quale una parte della popolazione sente restringersi progressivamente il proprio spazio economico.

Il turismo internazionale riempie alberghi, ristoranti e monumenti della Capitale, mentre dietro quella vetrina esiste un’altra Roma, composta da famiglie che fanno i conti alla fine del mese e che devono stabilire quali spese eliminare.

Il credito alle famiglie cresce

C’è poi un altro indicatore che merita attenzione. La Banca d’Italia segnala che nel Lazio il credito alle famiglie ha continuato a crescere, sostenuto sia dalla domanda di mutui per l’acquisto delle abitazioni sia dal credito al consumo. 

Non significa automaticamente che le famiglie siano sovraindebitate, perché l’aumento del credito può accompagnare anche investimenti e consumi perfettamente sostenibili.

Ma inserito nel quadro complessivo rappresenta un segnale da osservare.

E quando arriviamo alle vacanze troviamo un fenomeno ancora più emblematico.

170 milioni di euro di prestiti per andare in vacanza

Secondo un’analisi di Facile.it, nei primi cinque mesi del 2026 in Italia sono stati erogati circa 170 milioni di euro di prestiti personali destinati alle vacanze. L’importo medio richiesto è stato di circa 5.400 euro. 

Ma il numero che racconta meglio di tutti il fenomeno è probabilmente un altro.

La durata media è di 50 rate mensili, per una rata indicativa di 132 euro.

Cinquanta mesi.

Più di quattro anni.

Significa che, in alcuni casi, una vacanza dell’estate 2026 potrebbe essere ancora pagata nel 2030.

Le richieste di prestiti finalizzati alle vacanze rappresentano ormai oltre l’1% delle richieste complessive di prestiti personali e la loro quota risulta cresciuta del 42% rispetto al 2019

Bisogna aggiungere un dato per correttezza: i circa 170 milioni erogati nei primi cinque mesi del 2026 sono inferiori agli oltre 200 milioni dello stesso periodo del 2025

Non siamo quindi davanti a un’esplosione annuale del fenomeno.

Siamo davanti a qualcosa di forse culturalmente ancora più significativo: indebitarsi per una vacanza è diventata una componente non trascurabile del mercato del credito al consumo.

Una società nella quale anche il riposo diventa debito

Ed è questo che dovrebbe farci riflettere.

Un mutuo finanzia una casa che rimarrà nel patrimonio familiare. Un finanziamento può consentire di acquistare un’automobile necessaria per andare al lavoro. Un prestito può finanziare un investimento o affrontare un’emergenza.

Ma quando dobbiamo dilazionare per quattro anni anche sette giorni trascorsi al mare, dovremmo almeno domandarci quale trasformazione economica e culturale stiamo vivendo.

Il rischio è entrare in una società nella quale consumiamo oggi redditi che dobbiamo ancora guadagnare domani, perché quelli disponibili nel presente non sono più sufficienti a mantenere lo stile di vita che la classe media aveva conquistato nel corso delle generazioni precedenti.

Non chiamatela soltanto inflazione

Perché il problema è più grande.

È il rapporto tra salari e costo della vita, tra reddito e abitazione, tra fiscalità e lavoro, tra prezzi dell’energia e capacità di consumo, tra crescita economica e distribuzione della ricchezza.

È soprattutto la progressiva erosione di quella fascia sociale che per decenni ha rappresentato la colonna vertebrale dell’Italia: la famiglia che vive del proprio lavoro.

Non necessariamente povera, certamente non ricca, sufficientemente autonoma da non chiedere assistenza allo Stato e abbastanza prospera da comprare una casa, crescere dei figli, mettere qualcosa da parte e permettersi qualche giorno di vacanza.

È quella famiglia che dobbiamo osservare.

Perché può impoverirsi molto prima di entrare formalmente nelle statistiche della povertà.

Il vero allarme è la normalizzazione della rinuncia

Il problema non è che quest’anno qualcuno trascorrerà Ferragosto a Roma. Si può rimanere in città per mille ragioni e persino per scelta.

Il problema comincia quando rinunciare diventa una necessità economica e quella necessità viene lentamente considerata normale.

Prima si rinuncia alla settimana fuori.

Poi si rinvia il cambio dell’automobile.

Poi si riducono ristoranti e attività sportive.

Poi si rimanda un figlio.

Poi si rinuncia alla casa.

Una classe media non scompare necessariamente attraverso un crollo improvviso. Può essere erosa lentamente, una rinuncia alla volta.

I dati della Camera di Commercio di Roma mostrano già una popolazione estremamente sensibile al problema: il 34% degli intervistati ha ridotto il budget per le vacanze e il caro-prezzi rappresenta una preoccupazione per il 65%. 

Questa non è una questione frivola da pagina estiva.

È economia politica.

Roma deve tornare a essere una città nella quale vivere, non soltanto sopravvivere

La Capitale non può essere raccontata esclusivamente attraverso il numero dei visitatori, i grandi eventi, gli alberghi pieni e le fotografie del centro storico.

Bisogna guardare anche il bilancio delle famiglie che Roma la abitano dodici mesi l’anno.

Se gli affitti richiesti raggiungono livelli vicini ai 20 euro al metro quadrato, se la disuguaglianza reddituale nell’area romana cresce, se l’inflazione continua a comprimere il potere d’acquisto e se il credito al consumo aumenta, la politica non può limitarsi a celebrare gli indicatori positivi. 

Occorre tornare a parlare seriamente di salari, costo dell’abitare, pressione fiscale, produttività, lavoro, natalità e potere d’acquisto.

Perché un’economia non può essere giudicata soltanto dalla quantità di ricchezza che produce, ma anche dalla possibilità concreta delle famiglie che lavorano di costruirsi una vita dignitosa con quella ricchezza.

Il punto non è rivendicare una vacanza pagata dallo Stato.

È esattamente il contrario.

Vogliamo una società nella quale chi lavora possa permettersela con il proprio stipendio, senza elemosine, senza bonus e soprattutto senza doverla pagare a rate per i quattro anni successivi.

Questa dovrebbe essere la normalità.

Il fatto che cominci a sembrarci un privilegio è forse il dato più preoccupante di tutti.


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  1. Cosa dire.. Un’analisi dettagliata a tal punto che qualsiasi aggiunta sarebbe sbagliata. Condivido in pieno tutto ciò che è stato…

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